M.14

 

Speranza cambierà



Le nuvole spaginano il cielo
E le poesie colano con la pioggia.

Rinasce lussureggiante
Il Mondo inaridito.



Ho visto Dio.
Tra la gente dei grandi magazzini
Affogava.
Poco prima,
in Chiesa,
suonava le campane.
Avvisava del pericolo
di un Mondo bugiardo.



Odio i popoli
Creano mostri.
Odio la cultura
Crea manipolazioni.

Amo l’onestà,
quella intellettuale,
non gli intellettuali:
mostri manipolatori

Giustizia per tutti (impiccalo più in alto)



Penso non ci sia proporzione di tutto questo
Penso che la mia vita non valga niente
Poiché nessuno ha chiesto la mia
Si io mi senta colpevole o innocente.
Parlò ed il cappio lo strinse
E cadde rompendosi.
Urla di felicità e terrore
Per un gesto inumano
Che trasuda giustizia terrena
Formale e fetente che oscilla tra verità e scena
Che esce dalla comprensione della gente.



Esplodi o Mondo. Prima che esploda io.
Caos
Delirio Brutture Oscenità,
Sei questo oggi.
Ràdici
Scrostaci via in un lampo.
Una bomba non può fare ciò che tu puoi
Caos al caos non porta cambiamento.
Ma la forza che la tua voglia di vivere
potrebbe sprigionare
porterebbe tutto al suo posto
Tutti al nostro posto
Nel mare della quiete
A galleggiare inermi
Ad ammassarci nel golfo dell’oblio.
Il destino
da noi creato
porta lì
al buio della fine.
Sii il detonatore
Che noi siamo l’innesco
Sii il fuoco
Che noi siamo la miccia.
Esplodi oh Mondo
Che solo il fuoco
la tua fiamma pura
può rendere sterile ed innocua
la mia razza buia e disumana.



Ricordo i canti antichi e fieri
e quelli moderni
innalzati in piazza Cavalieri
tra palazzi fermi
I discorsi sulle rivoluzioni di ieri
immersi nei vini
facevamo a pezzi i versi di Fabrizio
e parafrasavamo Guccini
E poi l’amore ubriachi come fosse un vizio
nella notte stretti e vicini
Quelle candele trafugate dalle chiese
colavano nelle bottiglie
si accumulava la cera mese dopo mese
appassivano le foglie
ma nessuno di noi col tempo si arrese.
Si fece ferragosto natale e pasqua
si fece notte e poi giorno
e avevo sete di te come acqua.

Perchè non vengono le lucciole



Ecco che scivola via
Un’altra notte
Si cancella dai ricordi
Diventa vaga e confusa
Diventa solo una notte
Qualsiasi, come tutte
E inizia il giorno
Con l’amaro del caffè
Col tentativo di cambiare tutto
Di fare baldoria nel Mondo
Di scriverlo diversamente
Di farlo andare liscio
Scivolare come i miei sogni
Ma col ricordo profondo a tenerlo vivo.
Non è altro che un tentativo
Non è altro che un sogno diurno
Perché la notte il sogno è diverso
E’ veloce
E non è tentato.
Poi torna la notte.
Ma perché non tornano le lucciole ad accompagnarla?
Perché devo infrangere da solo il buio?
Non so neanche di star già dormendo
Ed il getto della penna qui sul foglio
Lo scrivo io, sognando.



Ritengo il clamore fragoroso
dei begli anni parigini
come un senso di angoscia,
che pende sulle teste dei viventi
come una roccia acuminata,
una guglia alla rovescia
che tende il filo per staccarsi
e fracassarsi al suolo
sui viventi
sulla modernità.
Una realtà sotto sopra
che segue il corso fisico e metafisico
della Parigi di oggi,
in attesa di scivolare giù
e schiacciare tutto
quel fracasso di luci del capitale
che offendono l’arte nei bistrot
ed anche quella nelle mansarde private.
Verrà fracassato tutto
e dai sepolcri colerà la antica e bella Parigi
che, badate,
non è oscena ne brutta a vedersi ed a viversi,
ma è certo lontana dal profumo di poesia appena scritta.

La vita del cimitero (di Parigi)



Dove sono finite le donne i bambini e gli uomini
Che il Mondo di ieri lo abitavano e vivevano?
Passano così veloci le passioni
Quelle speranze che tanto avvolgevano?

Davvero una tomba può contenere tanto
Quanto un tempo era la vita?

Passeggiano i morti lungo i viali
Sui selciati e tra i mausolei
E’ tutta lì la loro Parigi
Fuori è solo un ricordo
Ma se un vivo trova ispirazione
E’ certo Parigi ad accoglierlo
Lo fa suo nelle periferie
E lo svende tra i mercati.
Lo riconosci dal cappello, in mano.

Se i poeti sappiamo ritrovarli
E lo stesso per pittori e artisti vari
Dove sono gli spazi di poesia
Dove posso trovare l’arte nell’intento di pensare?

Bhè! Tra festival, forum e fiere dedicate
Preferisco di gran lunga il cimitero
Dove tutti: vivi, morti e nullafacenti
Sono intenti a trarre ispirazione.

Parigi



Si accendono le luci della metro,
tra andata e ritorno.
Gerarde fa piccolo il suo letto
Lo porta dentro,
lo riapre.
Un tempo gli volavano i capelli nel vento delle corse,
Ora capelli non ne ha
e aspetta di volare lui nel vento,
sui binari.
Si fa coraggio e parte.
E’ sua la prossima corsa.
Sua la prossima fermata.

A notte fonda si spengono le luci.
Gli ultimi pendolari sono a casa.
Gerarde non fa piccolo il suo letto,
non lo riapre sotto i portici.
Un netturbino fa piccolo il suo letto
Il fuoco fa piccolo Gerarde
e le ceneri volano tra gli antichi mausolei
al cimitero di Montmartre.

NAPOLI



Non ditele che deve morire,
fatela bussare forte ai citofoni
lasciatela cercare
lasciatela vivere ancora di speranza.

Non è ancora muta e fredda
lotta per restare viva
e un giorno una porta si aprirà
per lasciarla salire.

Morto è chi la crede sua
immaginandola morta
spegnendole addosso cicche
sputandole in faccia.

Napoli
capita di vederla violacea
e di sentirne il freddo e il puzzo
ma è solo l’essenza dei suoi aguzzini.

Morite, se la credete morta
ma vivrete guardandola negli occhi
e gioirete a sentirne il respiro
pieno di mare zolfo e umano calore.



Quando la notte ti viene a scoprire
vortica il cielo
non lo riesci a trattenere,
scivoli giù,
scivoli giù
e i solchi del viso fanno strada.

Orme di pascoli bruni nei campi
portano vita
come l’acqua porta lampi,
seguile ancora,
seguile ancora
e dentro al pozzo fanne preda.

Sarà che la notte rinnega bandiera
tu osi dar fuoco
alle divise e alla galera,
non meriti tetto,
non meriti tetto
contro pioggia vento e spada.

Quando la morte ti viene a chiamare
si sente un boato
tra ricordi e scene scure,
luce negli occhi,
luce negli occhi
di chi è qui a portarti via.

PASSIONI



Oso scrivere parole,
ma non le ho,
non passano per la mia testa,
o non si fermano abbastanza.

Alzo lo sguardo
un albero monco
si sporge verso il cielo e non lo raggiunge.

Immobile.
L’albero guarda le stellee la luna,
che stasera è solo uno spicchio stretto,
sta fermo in tensione
e non si muove.

Chissà domani se sarà ancora lì.

Rientro in camera. Mi spoglio. Resto nudo. Scrivo questa.
Ma continuo a credere che
l’unica poesia che potrebbe essere scritta
stanotte dovrebbe scriverla quell’albero immobile,
che tenta e non riesce,
ma continua a provare.

Mov.Emanc.P. sas



Il Movimento è tam tam di voci in un momento
Mille granelli di carta che non rimangono lettera/
/morta
Si avvinghiano sui muri, fino ad altezza d’uomo
Restano futuri, fino a che vuole l’uomo.
Il Movimento non dorme e non si sveglia
Non si assesta sulle forme, non illumina, non abbaglia.

Lo trovi lì, sulla carta
Non sporca e non imbratta
E’ solo libero di sognare,
Agire, lottare
Un Mondo di poesia in libertà
Sullo sfondo, i muri delle città.



Mai visti colli mansueti ed onesti
Come quelli che sol tu volentieri mi desti
Aspri e fugaci si fecero quelli
al calor del mio cuore
al pensier del mio amore
e ad altri deciser di rendersi belli.

Si marca la pietra al respiro del Mondo
Si tempra il mio ardore passando sul fondo

E ribolle, la vanità
rinata d’incanto
si pregia di viltà
nasce un nero manto.

Ma anche io, infine,
m’innalzo a nuova vita,
mi scopro esser incline
ad una meta (a me inaspettata) infinita.

Aspetto la notte



Si abbassano le luci
Le luci
Portatele via,
Torna la Luna
Le stelle che brillano.
Aprite le finestre
Innamoratevi
Guardate il mondo,
Il Mondo
Quello che non avete ancora visto
Si lascia cogliere
Si apre a voi.
Spegnete le luci
Aprite gli occhi.
Ma qualcuno urla
E strazia la notte cupa
E si fa subito giorno
Di voci e movimento.
Così la notte si spegne
Perché il Mondo non è,
Come credeva,
Ancora pronto ad accoglierla.

Il Mare



Cresce
e si increspa
e solo sotto l’uncino
si fende.
Sotto mani abili
si lascia lavorare
mentre continua,
in se,
a crescere
e rendersi vitale.
Come il mare
tutte le cose,
si increspano
e si lasciano andare.

Apatia (la città)



Sulla strada,
le foglie cadono
gli sputi corrono
le carte atterrano
i palazzi sgretolano
le cicche rotolano
e i piedi vanno.

Nel cielo,
i fumi salgono
le anime migrano
le bestemmie esplodono
gli odori invadono
gli insetti volano
e gli sguardi colgono.

In testa tutto è confuso.



Ipocrisia

Passeggi nuda

Da inizio a fine strada

Da ogni indirizzo, canale, radio

Verso me

Chiunque io sia

Realtà

Fantasia.

Ipocrisia

Tutta nuda

Ogni pezzo del tuo corpo

Ogni sguardo attiri a te

Lontano da me

Chiunque io sia

Genio

Follia.



Fanno deserto e lo chiamano salvezza.

Chi può scappi, è costretto a farlo.

Chi resta muore

Nella merda di altri ormai lontani.



E’ chiuso da troppo tempo, in fondo, sotto.

Le pieghe disinvolte spariscono, tutto si raggrinza.

Profumato di sapone e di acqua, nudo e semplice

col freddo che sbatte alla finestra

mi avvicino vacillante,

apro le ante sempre più barcollanti.

Sfoglio le camicie e i pantaloni, tutti appesi a casaccio.

Lato sinistro:

giacca di pelle, camicia (vecchia come il Mondo da quando lo conosco)

cravatta annodata dall’ultimo capodanno, pantalone jeans spiegazzato…

prendo entrambi. Camicia e pantaloni intendo.

E’ ancora presto per la cravatta.

Indosso, stiro addosso, infilo

Dò un po’ di movimento. Sbluso.

Maglione marroncino dimenticato.

Che schifo di abbinata.

Scarpe, calzini.

No.

Calzini, scarpe.

Sette del mattini di sabato, mani in tasca… verso il giaccone. Tho! 10 euro slavati. Visti i tempi del pantalone mi meraviglia che non siano 10.000 lire.

Esco vino torno

Nudo letto vino.

Scrivo.

Giornata piena per essere sabato.



Liberi di volare
Ci invadono i pensieri nella testa
Campioni di altezza
Scendono presto veloci verso la terra.
Scivola verso l’orizzonte il cielo
Manca poco per raggiungerlo
Si congiunge alla mia meta.
Seguo luminose stelle che mi guidano.

Piano conosco la mia realtà
Reale e limitata è la mia gabbia
Di finta bellezza si compone
Finta bellezza altrui che ci appartiene.



I fumi della speranza

Danzano per farmi barcollare

Impongono il sonno alla pazienza

Al cospetto della paura di farla crollare.

La rabbia si fa bobbina

Avvolta su se stessa e intorno al cuore

Ma col sonno è gia mattina

Pronto a esplodere un domani migliore.



Si chiama rincorrere un tempo migliore

ciò che rifugge dai miei pensieri.

Solo una rosa da portare in tasca

crea il mio sorriso ed altri ancora.



Continua il tepore del mattino
calando di intensità verso la sera,
dal basso
dalla strada
dalla terra
continua a tenere ritti i fili d’erba e le margherite.
Continua il rumore della gente,
quello non manca,
frustra la melodia di grilli e coccinelle.
La luce morta di lampioni e fanali
scaccia il ronzio delle lucciole
allontana le stelle.
E il Sole non capisce come sia possibile tale scempio,
illumina sempre più stanco,
riscalda sempre più nervoso.

Lo ricordiamo solo quando è nuvoloso.

RABBIA E FEDE



O Dio,

semplifica le sorti

trascina via gli indifferenti

fai crescere i ciliegi e accendi i fuochi spenti,

componi la mia mente

accordala alla tua

suoniamo insieme stasera

e brindiamo.

I corpi sono morti

portali in alto tra i venti

esalta tutti i pregi e distruggi gli ornamenti

assorda chi non sente

mettilo alla prova

solo la mente è sincera,

speriamo.

Prova la mia rabbia

indossa la mia vita

passa nella gabbia

chiama quando è finita,

parliamo e beviamo

fumi? Offro io

voglio tenerti qui fermo

dirti cosa penso di te, Dio.

Hai esaltato i più forti

fatto perdere i perdenti

distrutto miti greci per dieci comandamenti,

Tu siedi lì sul niente

notte e giorno sono tuoi

ma se non li usi affatto

dimostri solo che non ci sei.



Un uomo e il suo pennello

Che non disdegna a gettar via

Per una giovane donna

Per la sua fantasia.

SOGNO



A ognuno il suo

Il suo cane al guinzaglio

Il suo cappotto pulito

A me la prima neve di dicembre.

A ognuno il suo

Il suo lavoro tranquillo

Il suo tempo da vendere

A me i fili d’erba sui calzini.

Ognuno ha il suo

Un sogno nel cassetto

Il suo mondo sotto vuoto

Io ho un comodino sotto la luna.

ASPETTANDO CHE L’ONDA PASSI A PRENDERMI



Con l’arroganza del cielo

Con la solitudine del mare

Faccio i conti seduto al sole.

Nell’immensità di questa Terra

Nella moltitudine dei colori

Sprofondo consapevole.

E’ stato il mio viaggio a portarmi qui ora

Spingimi a decidere di ripartire.

A trascinarmi nel caso non si può far dimora

Per questo ho deciso di restare.

STRADE PERDUTE



Senso di voglia di andare posato

Valle che esorta al libero arbitrio

Fuggire lontano dai sensi inventati

Scavarsi la strada e la fossa nei prati.

Nessuna intenzione a lavarsi le mani

Sporcarsi di terra è roba da umani

Spiegare le ali aspettando mattino

Dinanzi alla volta del cielo mi inchino.