M.176

 

Vera gioia



“Con quanta leggerezza si vive
nell’essere invidiati da nessuno”, pensò,
fra sé e sé, un anonimo senzatetto.
Poi si rannicchiò in una scatola,
lungo il gelido lastricato.
E morì di freddo.

Canto del Naufrago Africano



Semplicemente, non è mai troppo tardi…
Almeno per gridare certe cose,
nel cuore di una domenica mattina.
Un fine settimana creato ad arte,
tutti inseguendo quel frenetico e leggero respiro collettivo,
un’ora d’aria in vendita per poche birre, qualche concerto:
un palliativo?
Davanti allo schermo nessun anchorman annunciava quei morti.
Quell’uomo attempato,
sotto un calco di cerone colante,
sorrideva ignorante.
“I presagi di una imminente catastrofe sono solo per i paranoici sociopatici cronici!”.
Questo annunciano gli analisti.
Nella mia vita non esistono che loro. Miei idoli, 
miei attori feticcio di un’ opera-capolavoro.
Magnifici glifi da stendere ancora
su carta di riso. L’inchiostro che è sangue che impregna la fibra.
Mille, mille pensieri di vita,
la domenica mattina!
L’eta che avanza, il tempo che passa,
tutto il mondo che si sposa tranne te.
Tutti quei sei miliardi e mezzo di felici conigli scopanti…
E poi il lavoro che chiama.
I genitori invecchiano,
i tuoi eroi appassiscono:
son cenci viventi schiaffati all’angolo di un ghetto,
vomitano solo cazzate senza senso!
Le idee tue, di un ragazzino quasi vecchio, senza più valore: inutili giocattoli vecchi
ammuffiti in cantina.
Miraggi di giovani amori riscattano le piaghe del cuore,
ti vendi per quattro parole, sognando un futuro migliore.
Strana ora per pensare il presente,
scivolando il ricordo passato.
Il megafono veritiero va soffocato.
Ora ridendo,
ora piangendo,
(singhiozzerai, bambino capriccioso, per un appuntamento negato),
chiuso in un bagno a segarti,
buttando i tuoi desideri in un tempio,
chiudendoti nella tua stanza a poltrire,
deprimendoti in un urna alle elezioni,
rincoglionendoti in Rete,
davanti alla tv,
sopra un giornale.
O in un centro sociale,
allo stadio, o davanti un bicchiere,
suonando con gli amici ogni sera,
pensando di fare Arte,
pensando di scrivere bene,
cercando un idea dell’amore,
quello autentico, e puro, e vero,
ma più ancora quello sincero,
pregando per chi ami, scartando chi ti odia,
quel sasso che scalceresti in eterno,
e con gran foga.
Sgracchiando catarro su chi ti governa,
dopo che l’hai eletto,
sognando presagi di fascismi imminenti,
lodando la bellezza della città in cui bazzichi di notte,
godendo l’estasi di un tiro….,

Tutto questo sei te stesso.
Tutto tu, tu sei questo: maledetto!!
Sian dannate le tue opinioni,
quella strada per l’inferno
lastricata di buone intenzioni.
Dannate sian le tue figlie e i tuoi figliacci,
quell’aria putrida che guai che ti manchi!
Maledetto il tuo mattino,
il tuo pranzo, la tua cena!
Pien di merda il tuo ottimismo,
o la tua immotivata pena.
Se ne fame e sete ora ignori,
chi ti comprende, ridicolo depresso, se non te stesso?
Soffochino in gola,
come in gola l’acqua salata che mi cola,
le belle lezioni di vita,
il “duemilaesettechefigata”,
il viaggio in Croazia con allegata trombata,
la diciottenne svampita
appena adescata,
sbandierando la trita e ritrita cazzata!

Non c’è niente che invidi della tua vita,
se non la tua vita.
La mia, fuggente,  non era meglio della tua.
In questo mare nero come il petrolio,
sciolgo nell’acqua il mio prezzo,
l’obolo per il traghetto,
la mia speranza tra poppa e prua.

Senza Stige o retorica,
nè Caronte con la iorica,
senza la vostra cultura celebrotica,
in dotazione dall’invasione dorica.
Scienza e fede, cultura iperbolica!!
Nell’infinito ondeggiare,
in mezzo ad anime sfrante,
ansimerò gridando il mio nome.

E il tuo.
Certo,
per l’ultima volta,
che non sarai con me.

Il Sabba



Sette ombre che si liquefano,
danzanti,
attorno al fuoco.
Rimbomba un suono lugubre.
E i tronchi del boschetto
appassiscono come fiori.
Lamento agghiacciante
di una Terra calpestata.
Il gemito di un dolore,
costante,
infinito,
che senso non ha.

A Makaio



Spegniti per sempre, cuore,
sta notte.
Spegniti per sempre:
Perché tu non debba sentire
mai più la miseria in rima
Cuore-Amore!
L’uomo è una bestia,
e non sa che amare
molto meno delle vere bestie.
E del Creator che le ha animate.

Minatori gentili



Minatori gentili.

Contando i battiti di un cuore,
perdendosi nei silenzi,
nel tempo.
Che è strana cosa.
Scorre come l’acqua,
ora impetuosa,
come passioni dirompenti,
cieche,
e travolge
tutti i miei ricordi,
ogni mio dolore,
incastonato nel profondo alveo della mente.
Oppure è rivolo,
lento e placido, come nelle rogge che tagliano i campi,
dove mi stendo
a parlare con lo spazio infinito.

Vita che scorri come l’acqua,
e io ti guardo andar via.. ,
troverai l’oceano di giorni lontani
e felicità perenne!
Tempo che lava, che scava immutati massi,
giganti millenari,
indifferenti pesi su di noi.
“Qui siam nati, qui giaciamo,
non sappiamo il perché”,
li sento sussurrare:
sembrano gli emblemi innalzati
di questa gente dispersa,
confusa e arrabbiata.
E mentre tu li accarezzi,
uno ad uno,
trasformando l’amore
in amore vivo,
amore presente,
amore semplice,
che nulla chiede,
che impone niente,
la bianca e fredda pietra
diventa oro, diamante..,
opale e agata.
E i miei occhi zaffiri.
Se l’uomo vedesse dentro la bellezza,
non esisterebbero più ladri,
ma soltanto
minatori gentili,
ognuno per suo conto,
cercando l’accecante bagliore nascosto
sotto chilometri di terra…,
lieti della polvere negli occhi,
del puzzo di sudore!

Che il minatore scavi senza sosta, allora,
per la gioia delle mie membra stanche.
E muoia,
se proprio deve,
con me abbracciato
in fraterna morsa.
Sfiniti in stenti, io e te,
per aver amato troppo.
Quanto siamo ricchi, Fratello mio!
Nemmeno una pagliuzza brillante vorremmo portarci dietro,
usciti da questo buco,
riaffiorando da questa vita.
Minatore umile,
minatore che sei Amore.

Il mondo fuori



Il mondo fuori.
Il mondo fuori!
Il mondo fuori…
Ed io dentro di me,
bambino rannicchiato,
avvolto in una confortante bambagia di spine,
domandandomi, spaesato,
cosa farò da grande.
Il chirurgo.
Il veterinario.
La mongolfiera!!
Il pittore o il musicista?
E con quale strumento suonare?
Un oboe?
Un basso?
Un potente e definitivo, sconvolgente stridio di archi
male accordati?
Un cuore percosso da frenetici ritmi?
Abbiamo dipinto assieme,
stupendo,
un affresco.
Tutti i colori del mondo in esso,
ora stanno svanendo:
se i bambini nascessero
nel tempo di vita cui durano
gli amori,
moriremo tutti prematuri.
Io ho vissuto cinque mesi….
Anche la poesia,
pure la più dolce,
può ucciderti dentro!
O la bocca di chi la canta.
Strane icone dorate,
lucenti,
mi stanno da giorni sorridendo:
ora ho paura!
Per qualche ragione tragica,
agli occhi dei Sinti, io sono
il Messia… .
E i nostri corpi sdraiati
si accarezzavano li accanto,
dentro un tempio di cemento.
Una bugia, un sorriso sincero,
sotto un mare di stelle,
sferzato dal vento:
“Ci vedremo presto!”.
Non la rividi mai più!

Il mondo fuori,
e il cielo sopra.
E mari calmi.
E mari inquieti.
Deserti torridi,
eremi lieti.
Migliaia di vicoli,
attorno ad un bivio:
ci sono dentro,
mi manca l’aria!!
Compiaciuto pensiero di un nauseabondo schifo,
pervaso dal pianto
di un sogno svanito.
“Domani mattina il sole entrerà nella tua stanza, e con lui un timido sorriso”.
Ma “domani”, “sole” e “sorriso” fuggirono prima,
mentre ancora dormivo.
E il risveglio fu Morte.

E il mondo fuori,
ed io chiuso,
incatenato ai polsi,
tra l’orgoglioso,
tra il disperato.
Un incomprensibile reato,
una giuria fantasma,
una verdetto sussurrato,
una condanna
da Teatro dell’Assurdo.

Il mondo fuori.
Tra alluvioni di incomprensioni,
ed una patina di indifferenza.
Talvolta pare più una fitta coltre di nebbia.
Camminando in essa,
confuso, ubriaco,
lascerò alle mie spalle,
la mia, la tua, la nostra,
sposa più bella,
vestita di speranze e solenni voti,
di voli nel sogno
fuggendo dal giorno.
Da passioni di idioti.
La Paura di Vivere
mi aspettava all’altare…

Il mondo fuori,
“completamente fuori”,
oramai è fuori.
Ed io dentro,
io dentro,
a tu per tu con la mia fiera maschera di follia.
Osservandola, mi osserva.
La indosseremo,
impertinenti,
per le vie del centro,
In mezzo all’assurdità
strisciante
del mondo.
La fuori.

Le Rockstar sono esseri miracolati



Ti ho ritrovato.
Ubriaco di solitudine.
E le membra stanche.
E la testa china,  
come di chi osserva solo i suoi passi
e non la strada davanti, 
perché il davanti fa paura. 
Ti ho scoperto. 
E mi hai scoperto,
nel rantolo pomeridiano di una estate
che finisce. 
Ed era settembre. 
Ed eri pallida.
Bianca, 
come la perla che si schiude, 
pronta al furto
di un ladro dilettante: io. 
Colta, soffiata al mollusco viscido, 
ma timidamente,
perché ancora bambini.
Timidamente,si,
come solamente vivono i ladri
miti e timidi:
è la stirpe alla quale appartengo. 

Riparandoci dalle fredde brezze della sera, 
ci rannicchiavamo in un bicchiere di vino. 
O dalla solitudine, 
In una macchina troppo affollata da solo noi due. Dai nostri pensieri. 
Così piccola…, una vita. 
ma così grande,
che bastava per due.
Ci nascondevamo dalla notte
e dalla morte, 
nel frastuono di una tua risata, 
sfolgorante, inattesa, 
come la nostra vita insieme.
E pregavamo perché l’alba non facesse
Il suo ingresso nel cielo. 
Tu non eri bella,  
io nemmeno. 
Ci hanno scartati,  
come si scarta il regalo che poi
è soltanto delusione. 
E vivevo randagio,
innamorato della tua dignità zingara. 
Senza viaggiare coi piedi,  mi trascinavi
in sogni e follie:
piccoli capolavori di una piccola donna. 
Camminavi su questa terra
con la leggerezza di una foglia
già staccata dall’albero spoglio, 
molto prima che il gelo bussasse. 
Meravigliosa, assente,  
i nostri sguardi si sono incrociati. 
Per poi perdersi di nuovo 
nell’assurditá di una città insensata, 
che dava spazio a questo gioco sublime. 
Ed orribile,
che termina sempre, 
e terminava, 
con l’insopportabile, 
ingiusto,
richiamo da casa. 
….Come quando eravamo bambini,
con la certezza granitica
di rivederci ancora. Che ora è nulla! 

Passo ogni giorno,  
nel luogo dei giochi interrotti.
Un lugubre vicolo.
E il mio amore mutilato,
mi spinge ad alzare la testa, 
a respirare aria più pura. 
Svanita nel nulla del tutto, 
nel vacuo spacciato per pieno: 
nel Bene Supremo che ti danno,
chissà dove,chissà come,
somministrato per veleno. 

“Perché non scrivi più, Ienk? ”
Perché? 
Già, ora ricordo. 
Ho scritto il libro più bello.
In ogni pagina c’è l’amore che vuoi. 
E sai una cosa? 

Devi chiudere gli occhi per leggerlo:
non l’ho mai letto sul serio,
e ancora non l’ho terminato.

Il Re dei Poeti



Il Re dei Poeti

Non aveva carte vergate,
ne penne dorate,
dalle scabre filigrane consumate.
Perché le dita non sudano,
se scrivi in una isba,
e tua madre si chiama Russia.
Portava con se un pensiero sconfinato,
quanto le steppe in cui era nato,
da paese in paese:
tutta la fantasia dell’uomo futuro,
in foglietti stracciati.
Scarabocchi indecifrabili,
impacchettati in un rattoppato cuscino,
il suo fagotto di viaggio.
Per pochi rubli
un bicchiere di vino,
sognando le viti della mite Armenia:
altro che Petrarca, gli allori,
il Campidoglio!
E ” la legger brezza “,
che ispira chi è industrioso in versi,
per Lui era bufera,
cattiva,
pungente.
Un incubo bianco che azzanna
ogni sogno.
Che abortisce il sonno,
per tutte le febbricitanti notti della tua vita.

Il Re dei Poeti non aveva un trono,
ma il seggiolino in terza classe
di un treno per Minsk, Pietroburgo, Tiblisi e Novgorod .
E per amante una rinsecchita beghina,
che tutti chiamano Follia.

Il Re dei Poeti ha un nome che mi fa piangere,
perché infonde calore
a chi non conosce Poesia.

Il Re dei Poeti,
il Re dei Pazzi,
sapeva bene che,
quando gli uomini muoiono,
prima cantano.

Il Re dei Poeti,
non ebbe mai fame.
E per bulimia
di amor delle ore inesorabili,
per il tempo incessante,
per la vita che serpeggia,
indifferente alle passioni,
tra una nascita e una morte,
un amore e un addio,
per l’offuscato miraggio allucinato
di astronavi su Marte,
e radio telepatiche,
vomitò strani carmi
con linguaggio transmentale:
enigmi irriverenti,
Velimir Chlebnicov,
mio dolce arciere,
incisi sulla retina
di chi ancora oggi ti legge.

Il Re dei Poeti aveva molti amici,
tutti dei geni.
Tutti ” Grandi Scrittori”:
che meraviglia sarebbe stato
un sontuoso banchetto,
una tavola proletaria imbandita,
e all’altro capo,
seduto e ubriaco,
Majakovskij…

Il Re dei Poeti,
“Poeta per Poeti”,
non amava il cibo.
E infatti morì di fame.
Usava le labbra,
i denti e la lingua,
per squarciare un velo,
visibile a pochi,
superare la notte,
rendendo una stupida vocale,
sconvolgente visione
di una nebulosa spaziale.



Tornisco sogni.
Semplici,
mai contorti.
Una misera paga,
un ingrato compenso.
Nelle mie mani,
sporche di olio,
io contemplo le lacrime del mondo.
E della mia terra,
di cui non sono figlio.
E come il tornio gira,
a mille giri,
incessante,
dilagnando la materia dura,
la mia anima volteggia,
leggera,
talvolta pesante.
Ed insegno a pensare.
Ed imparo ad amare.

Mono Aware



Seduta di fronte alla finestra
fissi lacrime lente che scivolano sui vetri,
che appanni con aliti di nostalgia.
Mono aware, mono aware!
Sono soltanto i tuoi dolori che lentamente si uniscono ai fiumi,
e poi agli oceani dei dolori di tutti noi viventi.

Mi stringi la mano, e studiamo il lento cadere dei fiocchi gelati.
Ti perdi nel bianco di sterminati ricordi.
Che ora non ti appartengono.
Che ora non ci appartengono.
Mono aware, Piccola mia!
Mono aware!
Quelli che cadono, bianchi sul bianco, vuoti sul vacuo,
sono le speranze che non abbiamo afferrato.

È arrivata tardi la primavera.
E ti incrocio sotto un pruno in fiore.
Dici che la neve non s’è ancora sciolta,
perché questi petali che scendono,
avvolgendoci, coprono i prati.
Sembrano innevati.
Mono aware, mono aware!
Andiamo a raccoglierli, uno per uno.
Sono i sogni che non hai ancora vissuto. Stagione per stagione.

Impermanenza



Che strane ore con te.
Strane ore che
scandiscono i nostri passi.
Mi rifugio in una tua tenera smorfia,
come quella di timidi bambini.
Una risata tradisce
se stessa.
Sentimenti avvolti
nell’intrico dei tuoi capelli.
E dei miei pensieri.
I miei occhi che ricascano sul pavimento,
di continuo,
per non perdersi nei tuoi sguardi stralunati.
In mezzo a questa gente.
E poi….,
e poi la fuori fa freddo!
E poi …,
e poi con te vivo meglio.
Quante scuse mi inventerò
per non dirti che ti amo.