M.183

 

La puttana più bella



Parigi è la vena di tutti, il batterio che infetta con stile, una puttana dalle labbra comuni, e così a Rue Git-Le-Coeur hai lasciato il cuore, hai conosciuto l’Olimpo. Non c’è niente da rendere reale, qui, ed il senso di vomito lungo la Senna, il mal di gola a Les Halles, gli incontri fuori orario alla Tour Eiffel, il passo svelto a Rue de Lappe, il traffico dei topi sul fiume, la luna incastrata nella notte di Notre- Dame, la sera mostruosa che masticava nettare dai vicoli di Place de la Bastille. Non c’è da stupirsi, amico, Parigi è l’asso fuori dal mazzo, lo sputo sulla mela, e il paradiso in cima al Pompidou, gli eroi di Pere-Lachaise, il pericolo a Barbès-Rochechouart, e tutto il vino di questo mondo che tingeva quell’incredulità, la gioia del verde unita al vecchio azzurro, ogni riga di bordo come un’esultanza, e a Montparnasse la rissa sfiorata, un uomo nudo crollato davanti alla polizia, l’odore di cipolla infettato da polli libanesi, tutti i denti persi da Nilson, e Parigi è quella poesia strappata della donna del metrò, e poi Montmartre, l’arte che diventa quartiere, la pioggia mattutina con le tasche vuote, le mosche che scopavano all’aria aperta, il palato acido e il Roquefort, il sorriso di quel vagabondo, i due tizi affacciati sulla Senna a godersi la brezza urbana, la classe che ferisce lo sguardo, la penna che assume una posa, e Parigi è altro, Parigi è altrove.
La puttana più bella.

Dove c’è la costellazione



Tu non ti meriti una risposta, ma una casa sull’albero ricoperta di parquet con una vetrata sulla vallata, un lago in lontananza e una distesa di verde davanti, dove tramonta alle 21.00 e il tramonto dura di più rispetto agli altri luoghi del mondo, perché questo posto è speciale, un posto dove quando nevica c’è una neve bianchissima, bellissima, un posto dove d’estate t’arrampichi sugli alberi di noci con la cesta per mangiartele sotto il sole pomeridiano, che piano piano scende e regala la leggerezza dell’ombra quando fa la coperta al mondo prima della notte di stelle più bella che esista, che si guarda sui tetti appoggiati con la testa sul cacciafumo mentre la luna si fa un bagno nel lago e la via lattea la sfiori con le dita perché si vede tutta, un posto dove le luci in lontananza sembrano le lucciole di un mondo che è come se fosse racchiuso in una di quelle bolle di vetro dove dentro nevica e se la scuoti c’è una bufera di neve e vorrei fosse così e vorrei dartela sul palmo della tua mano e per mano accompagnarti lì in quel posto così bello così leggero così delicato che è fatto di legno come la porta da aprire per entrare in quella baita e poi chiudersela dietro di sé, con la vetrata da cui entra la luce del tramonto sul tuo viso, sulla parte sinistra, dove c’è la costellazione, ed io che in tutto questo mi emoziono nel cuore della vallata dentro di te.

Una fetta di limone



Le promesse del giorno prima

annegano il giorno dopo

in una fetta di limone

che sembra uno scoglio in mare aperto

nella tazza davanti ai tuoi occhi,

gli stessi che hanno visto le labbra baciare le stelle meno luminose della notte,

gli stessi che hanno affittato il sole per sorridere,

gli stessi che guardano nella tazza, ogni mattino, e vedono

un mare in burrasca,

un faro ad illuminare l’attracco della nave,

un porto schiavo della nebbia interiore.

Non per colpa, non per delusione,

quegli occhi rimasero lì,

dove il tempo divorava tutto

per sputare una fetta di limone,

quasi a far capire che bisogna spremerlo,

quel tempo,

per veder gocciolare

il succo dei giorni migliori.

“Dovunque tu vada, ci sei già”



L’ultimo coriandolo

nei brividi cutanei

come treni in corsa

verso l’orizzonte,

nell’infinita giostra a gettoni

che è la Via Lattea

riflessa in un deserto di sale,

nella caduta per le piccole cose

che sono immense,

in una conchiglia

dove il passato

con il viso di un predatore

entra e danneggia il mollusco,

nelle sue lacrime di madreperla

che da protezione

si trasformano

in un gioiello prezioso,

come l’ultimo coriandolo

che cade

tra due battiti

dello stesso Aleph.