M.202

 

E.



Elisa, i miei piedi ben fermi

basteranno ad accogliere i tuoi occhi?

Non avevo in mente che tu esistessi.

Come facevo a ricordare

il colore del tuo sguardo?

Il tuo silenzio era aperto,

e sei venuta da lontanissimo,

improvvisamente.

Ora tocchi solo il filo della mia sedia

e non hai paura; io ci sono?

 

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Al mattino, si accende lentamente il bordo di una foglia;

vorrei difenderti dal sole,

tu che certo non ne hai bisogno.

Unico



Improvviso, immemore si volge

Lascia spazio intorno

Si volge su di sé;

Lo spazio che è vuoto

Ma non è angoscia, non contiene alcun mancante

 

Si fissa nello sguardo e non si ritrae

Non interrompe il mio sguardo con il suo immobile

Si muove ancora

 

Ritrova il luogo e crea il suo luogo

Ripete stanotte un irripetibile uguale

 

E’ qui, a me stucchevole; ma è pronto a levarsi

                         se mostrassi incertezza.

Tempo e tempi



Tutto è inutile di te,

il tuo odore non ti appartiene più.

Devo imparare a non capire quello che dici.

 

Come fare a cogliere ancora i cenni degli dei

se il fiume non è più largo.

Come donare la propria morte a una madre,

vegliare tuttavia aspettando di essere soli.

 

Amici, non vi conosco: osiamo ancora chiamarci amici

non abbiate paura

non resteremo senza parole, né senza vino;

vigiliamo il silenzio.

 

 

 



Bambine pudiche,

labbra delle figlie di Nereo

velano di silenzio ogni cespuglio

ogni duna dalla cresta fragile,

custodiscono l’umore sacro della generazione.

 

Occhi irraggiungibili filano il tempo,

resta in serbo il destino che ora ubbidisce a un tiranno mortale.

 

Il vento carezza l’acqua delle bambine e dorme inquieto,

le canne non bastano a piegare il capo.

La mia prossimità



è lo splendente dello splendere.

 

La sosta del tuo sguardo

                                         su me,

il dubbio, il ritorno della distanza.

La tua posa semplice non riempie la mia attesa,

ma l’umiliazione è un respiro nuovo insperato.

 

Posso perdere il desiderio inutile,

cogliere la prontezza,

ancora vuotare l’attesa.

 

Attraverso archi accecanti,

ma non trovo più rimproveri muti,

ho perduto le parole e il pianto.

I passi sulla via sono sospesi.



Io so che non ci sarà consolazione

So che il vero appare solo per caso,

                         e se non lo invochi

So che non c’è alcun merito

        nel privilegio della gioia,

Che ogni parola è destinata a mentire.

Puoi solo sperare di dimenticare, di

        non sapere,

di non sapere il perché hai tradito

Puoi solo sperare, ogni volta, che l’alba ti accada.

A H.



Ora apro

il tuo ventre odoroso,

e rido

dello stupro che ne feci.

Sonno,

riportami a casa.

Ora, sul tuo viso severo

non c’è traccia di alcun luogo.

La mano che lei mi offre non ammette incertezze.

Vacillo, sono perso sul confine tra le città,

mi appaiono piazze mutate e commerci sconosciuti.

Tradisco la voce che mi getta dove sono? Non sono qui?

Il sole improvviso taglia la mia finestra;

devo affrettarne il ritorno.

Il mio nome



Se parlo, posso dire il mio nome?

What’s in a name. Però sono io.

Eppure, anche una poesia sono io, eppure, il mio nome non c’è.

 

Vuoi essere tu sola a sapere chi sono?

 

Lo vedi?

Lo vedi quanta violenza?

Quanta violenza ti porto?

 

Scappa, abbi paura, non ti fidare di me.

Scuoti il mio nome dalle tue ciglia.

 

Sei già andata, ci sono altri muri da riempire.



Vorrei fare filosofia sul tuo fondoschiena,

rubare oscenità a una poetessa di Praga,

                        per un’altra amante.

 

Ma delle parole della poesia io possiedo solo l’immagine.

E tu vuoi cantare invece; ma taci, e non osi toccarmi.

 

E’ sempre solo una mancanza che ci può accogliere.



Dovrei lavorare,

“dare poesia agli uomini”.

 

Questa poesia violenta – ne so una di più –

ruba le parole quanto un bugiardo

che, almeno, ci ha messo la faccia;

io, certo, non la vorrei.

 

Che amore è mai questo,

                        che non tace.

Ritratto



Quella oscena intrusione,

                        lo scandalo indicibile,

l’apicale rossore della presenza

                        (come osi essere lì).

Il gelo muto e la lingua inaudita,

                        senza il senso di una colpa.

Il mio coltello da pittore riconosce solo il corpo.

Mi vuoi uccidere?



Ma io non voglio essere salvato.

Credevi davvero che ti avrei creduto?

 

Come posso spiegarti,

che a me basta una virgola.

Sarebbe come se fosse possibile

– attenta –

che bastasse lo sguardo che mi evita

a togliere dal mondo il tuo corpo.

 

Che vuoi che mi importi di quello che dici,

non puoi togliere nulla.

 

Se, tuo malgrado, le parole vibrano,

comunque non sono tue

e questa poesia serve solo a me.