M.202

 

Montaliana?



E’ colpa dolorosa

ricordare oggi

i colori perfetti

di quel politeismo

 

che non cercava conciliazione di opposti

e manteneva gli dei diversi

e insieme neanche accoglieva

contraddizione – che è sempre unità;

lasciava splendere ogni luce.

 

Il tempo dello stupro illuminante,

prima della suprema angoscia e imperfezione

dell’unità genuflessa – davanti sempre a un unitante;

quel tempo delle parole sovrane

come lame destinate a morire

senza resurrezione.

 

Ora? Qualcuno dovrà pure aver torto,

perdio, e qualcuno volare!

 

Avevamo pure una promessa; invece,

ci dobbiamo dire da noi che

naturalmente non ci meritiamo altro

che un debito senza fine.



Resto sospesa, poggiata,

l’eccessiva pienezza animale esposta

alla medesima attesa informe,

che attesa non è,

dove il tempo non passa e solo è.

Raccolgo le carni torpide

e muovo la doverosa accoglienza,

mi impegno alla precaria presenza

per il dolore di chi chiede.

Copro il mio silenzio di parole velate,

e sorde contemplazioni,

nel vuoto del mio ricettacolo

sono esausta, affollata

di stratificazioni senz’ordine.

Cerco invano di essere

posseduta da un dio senza nome,

il suo lamento risuona nella mia bocca.



Ancora un’ora per toglierti l’anima;

un’ora, sì, ma che serva solo

a farti sentire il contrario di quell’ora,

il tempo che dura e non ci sono.

Un altro gesto, ma che sia solo

di negare quel gesto;

una parola che ti sveli che non è per te.

Questo è il commercio: sarai sempre

un passo indietro,

per quanto tu paghi, avrai solo

la mancanza di ciò che compri.

 

Posso darti quel che chiedi

e questo è ciò che ho:

che tu veda, in ogni attimo,

che mi ti nego.

Come osi accogliere il più piccolo dio,

parlare della sua presenza;

esso viene quanto basta

a mostrarti che non c’è.

 

Come fanno gli dei

a non esserci?

 

Ma se apri al mattino

e dichiari il tuo amore

per un attimo mi sorprenderai.

XXII



Se il sé pieno teme il vuoto, un sé vuoto porta la macchia della mancanza; il sé vuoto è imperfetto e la paura diventa angoscia.

 

Porti una vulva come fosse

un cucchiaio lucido;

metto il mio viso acceso

davanti lo sguardo fermo

di un immobile concepimento,

incommensurabile abisso

di un futuro muto.

 

Tu ignori, intanto, lo specchio

di parole inopportune.

 

Non ci è dato sapere

oltre il vuoto della nostra presenza,

quale coro limiti l’orizzonte e lo riempia.

 

Ho perduto la memoria

di me nello spazio del mondo,

in cui perdersi o perdere;

ma è quasi una colpa percepire l’istante,

è l’angoscia del proprio vacuo.



Delle mie mani io vedo

il tempo nuovo e vecchio,

figure morte di parole

che porgo ancora piano.

Le ombre e il peso di ora

corrono sulle tue dita

a consolare le mie.

Piccoli luoghi restano

e spente luci al mattino.

T’alzi lieve; prepari il silenzio.



L’erba bruciante ha toccato

le sue pieghe gonfie di tessuto,

ma lei non vuol più che io mi trattenga;

il suo sguardo celeste

tocca la fronte della mia mente,

tanto fugge quanto resta,

e mi offre le ciglia più pure.

 

Vorrei consolare i tuoi passi,

raccoglierti le labbra immobili;

vorrei saper rispondere

alle tue domande soavi

ai chiusi colpi delle tue mani

o al dolore del tuo viso,

alle gote meravigliose.

 

L’impurità si frappone

tra lei e sé; soverchio stupore

invade altre bocche che si aprono.

Sono sospeso sulle mie parole,

luce e buio mi percorre la pelle;

promette molto amore giungente

su un soffio d’aria.



Entro e ritrovo il tuo corpo cupo

che porti muta e con passi pesanti,

e la noia di sguardi e parole.

 

La mia noia divina

oscilla su abbandono e solitudine,

dove affonda la luce.

 

Vorresti essere altrove; io altrove ci sono:

ogni giorno tocca tessere la tela dei propri luoghi.



Grasse parole chiuse,

inutili umidori,

sfuggenti stridi d’uccello.

Conosco i tuoi occhi vuoti,

l’attesa neanche masturbatoria dei tuoi pomeriggi.

Le litanie asciutte ovattano lo spazio,

impossibile più ascoltare il silenzio.

 

Non ho fretta di non aspettarti più,

tu che non sai nulla della tua pelle tarda;

non è tua la corruzione, né la freschezza, né il comando.

Se voglio, vigliaccamente mi vendico,

e saluto lo splendore che mi giunge lontano.



Ti ho tolto la gioia immemore del mio dolore,

rimbalzo ripetuto senza storia,

ri-calcolo non ben fondato.

 

Ti ho tolto la mia finestra cieca;

ora accendo subitaneo lo specchio del tuo tempo.



Ricordo quel che mio padre

non volle io gli donassi,

mentre beveva il mio sangue.

Si difese assolutamente dal dono mortale del mio splendore,

cupamente custodiva una lama femminile.

 

Le generazioni mediterranee, financo europee,

densamente sincopate di discontinuità.

 

Come può essere davvero lo stesso sole, ogni giorno?

se nessun giorno ritrovo lo stesso,

lo stesso.

 

Un dio ha voluto celarsi a me,

fingendo di morire.

Ora vorrei che la mia carne fosse dispersa velocemente

a bagnare la sabbia assetata delle vigne;

ma la nebbia sul mare della mia terra,

che non ho mai visto,

potrà ancora raccontare il mio pudore?



Dovrei essere in torto

a sostenere il tuo sguardo

quando la luce non è vinta

dalla pioggia più morbida?

 

L’aria mi manca

al pensiero della tua pelle,

e con una sola unghia

tu tagli ogni parola?

 

Prevarrà la stoffa di un abito duro

sullo sguardo oscuro

della tua distrazione.

E’ solo questione di tempo,

ma non consentirai che alcuno

sia lì a raccattare le tue briciole.

 

Meglio morire, perdio,

piuttosto che una sola parola

prenda il volo da sé.

Autoemofagia



Il poeta si nutre del proprio sangue,

come fosse vino.

Una pelle trasparente protegge le sue vene.

A Sandro Penna



Non è tempo di stagioni languide di morte stagioni

di ciglia fuggevoli, prati che mormorano;

non hai da arrossire di impenetrato pudore.

 

Magari, arrossire; poter ancora offrirsi allo sguardo.

Correttezza vuole esporre colpe infinite,

ma è al più nostalgia di vergogne dimenticate.

 

Ragionieri del sesso ostentano misure del tuo collaterale

ponderato da un premio di rischio obsolescenza;

mi imbatto in video-book prezzati,

fresche rasature toniche labbra, in inutili case romane.

 

Importuno risveglio il blaterare ipnotico

con uno sguardo di paura,

stupro improvviso a una svolta di luce,

lingua sconosciuta e un passo tanto veloce quanto rattenuto.

 

Resto sul bordo tra solitudine perfetta

e completa comunanza, tra denaro e obbedienza,

attendo finalmente la sua morte.

I poeti non hanno paura



Ho toccato appena la pelle di un poeta

che invece voleva restare solo;

ho sperato che il ritmo dei miei avverbi,

il colore della mia china

potessero ridargli l’odore dell’aria.

 

“Ho mosso i miei piedi, ho bevuto il tuo vino

per amore di te;

ho avuto le tue braccia.”

 

Con i suoi occhi spaventati

ho visto il pericolo di uscire alla luce,

di sfiorare anche solo l’odore di una bocca.

 

Ma posso finalmente scivolare,

e improvvisamente sentire cinque dita sul petto.

Un amore



Della poesia ciò che più conta è il canto

ma non canterò,

lascerò ad altri di suonare il flauto.

 

Vieni più vicino, io non conosco nessuno.

 

Forse nell’ombra non avrai paura

e ferma sedurrai una mia parola.

Si spalancheranno gli oceani della tua sete,

oppure tradirai il tuo sangue?

 

La pesantezza del tuo fianco,

oppure il gioco della tua leggerezza?

Vuoi toccare le mie mani?

Non hai paura che io ti veda?

Ti aspettavo, e tu vieni sempre.

Il cielo della tua pelle azzurra

il caldo dei tuoi occhi,

ritorno senza nome alla luce dei miei giorni.

 

Così poco è bastato perché l’acqua mi coprisse

e il mio corpo fosse opaco,

non speravo più che così subito

il labirinto mi riprendesse.

Le tue parole sono ancora velate.

 

Le parole dell’amore non sono né vere né false

sono un abito che accende o spegne

Posso volare lo stesso,

perché ti ho chiamato ma non hai risposto

e non ho voluto vedere i tuoi occhi.

Lo sguardo lo sguardo lo sguardo



Lo sguardo lo sguardo lo sguardo

Tu lasci che io veda che tu mi guardi

Quanto rossore ci vuole per guardare

 

io ti vedo?

tu vuoi che io ti veda?

posso vedere il tuo corpo

quando ti guardo?

 

Per chi è, per cosa è il tuo corpo

che non vedo,

che tu non guardi che io vedo,

che tu non vedi che non consenti che io guardi.

 

Senza rossore tu non sei vista,

your skin doesn’t blush.

 

Urlare senza parlare

Urlare senza silenzio

Guardarsi senza arrossire

senza vedersi

senza vedere

Ti vergogni troppo per poter arrossire

per poter parlare

per poter essere vista

 

Nessuno ti guarda, nessuno ti vede.

E.



Elisa, i miei piedi ben fermi

basteranno ad accogliere i tuoi occhi?

Non avevo in mente che tu esistessi.

Come facevo a ricordare

il colore del tuo sguardo?

Il tuo silenzio era aperto,

e sei venuta da lontanissimo,

improvvisamente.

Ora tocchi solo il filo della mia sedia

e non hai paura; io ci sono?

 

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Al mattino, si accende lentamente il bordo di una foglia;

vorrei difenderti dal sole,

tu che certo non ne hai bisogno.

Unico



Improvviso, immemore si volge

Lascia spazio intorno

Si volge su di sé;

Lo spazio che è vuoto

Ma non è angoscia, non contiene alcun mancante

 

Si fissa nello sguardo e non si ritrae

Non interrompe il mio sguardo con il suo immobile

Si muove ancora

 

Ritrova il luogo e crea il suo luogo

Ripete stanotte un irripetibile uguale

 

E’ qui, a me stucchevole; ma è pronto a levarsi

                         se mostrassi incertezza.

Tempo e tempi*



Tutto è inutile di te,

il tuo odore non ti appartiene più.

Devo imparare a non capire quello che dici.

 

Come fare a cogliere ancora i cenni degli dei

se il fiume non è più largo.

Come donare la propria morte a una madre,

vegliare tuttavia aspettando di essere soli.

 

Amici, non vi conosco: osiamo ancora chiamarci amici

non abbiate paura

non resteremo senza parole, né senza vino;

vigiliamo il silenzio.

 

*Senz’aver letto Montale, com’è chiaro.

 

 

 



Bambine pudiche,

labbra delle figlie di Nereo

velano di silenzio ogni cespuglio

ogni duna dalla cresta fragile,

custodiscono l’umore sacro della generazione.

 

Occhi irraggiungibili filano il tempo,

resta in serbo il destino che ora ubbidisce a un tiranno mortale.

 

Il vento carezza l’acqua delle bambine e dorme inquieto,

le canne non bastano a piegare il capo.

La mia prossimità



è lo splendente dello splendere.

 

La sosta del tuo sguardo

                                         su me,

il dubbio, il ritorno della distanza.

La tua posa semplice non riempie la mia attesa,

ma l’umiliazione è un respiro nuovo insperato.

 

Posso perdere il desiderio inutile,

cogliere la prontezza,

ancora vuotare l’attesa.

 

Attraverso archi accecanti,

ma non trovo più rimproveri muti,

ho perduto le parole e il pianto.

I passi sulla via sono sospesi.



Io so che non ci sarà consolazione

So che il vero appare solo per caso,

                         e se non lo invochi

So che non c’è alcun merito

        nel privilegio della gioia,

Che ogni parola è destinata a mentire.

Puoi solo sperare di dimenticare, di

        non sapere,

di non sapere il perché hai tradito

Puoi solo sperare, ogni volta, che l’alba ti accada.

A H.



Ora apro

il tuo ventre odoroso,

e rido

dello stupro che ne feci.

Sonno,

riportami a casa.

Ora, sul tuo viso severo

non c’è traccia di alcun luogo.

La mano che lei mi offre non ammette incertezze.

Vacillo, sono perso sul confine tra le città,

mi appaiono piazze mutate e commerci sconosciuti.

Tradisco la voce che mi getta dove sono? Non sono qui?

Il sole improvviso taglia la mia finestra;

devo affrettarne il ritorno.

Il mio nome



Se parlo, posso dire il mio nome?

What’s in a name. Però sono io.

Eppure, anche una poesia sono io, eppure, il mio nome non c’è.

 

Vuoi essere tu sola a sapere chi sono?

 

Lo vedi?

Lo vedi quanta violenza?

Quanta violenza ti porto?

 

Scappa, abbi paura, non ti fidare di me.

Scuoti il mio nome dalle tue ciglia.

 

Sei già andata, ci sono altri muri da riempire.



Vorrei fare filosofia sul tuo fondoschiena,

rubare oscenità a una poetessa di Praga,

                        per un’altra amante.

 

Ma delle parole della poesia io possiedo solo l’immagine.

E tu vuoi cantare invece; ma taci, e non osi toccarmi.

 

E’ sempre solo una mancanza che ci può accogliere.



Dovrei lavorare,

“dare poesia agli uomini”.

 

Questa poesia violenta – ne so una di più –

ruba le parole quanto un bugiardo

che, almeno, ci ha messo la faccia;

io, certo, non la vorrei.

 

Che amore è mai questo,

                        che non tace.

Ritratto



Quella oscena intrusione,

                        lo scandalo indicibile,

l’apicale rossore della presenza

                        (come osi essere lì).

Il gelo muto e la lingua inaudita,

                        senza il senso di una colpa.

Il mio coltello da pittore riconosce solo il corpo.

Mi vuoi uccidere?



Ma io non voglio essere salvato.

Credevi davvero che ti avrei creduto?

 

Come posso spiegarti,

che a me basta una virgola.

Sarebbe come se fosse possibile

– attenta –

che bastasse lo sguardo che mi evita

a togliere dal mondo il tuo corpo.

 

Che vuoi che mi importi di quello che dici,

non puoi togliere nulla.

 

Se, tuo malgrado, le parole vibrano,

comunque non sono tue

e questa poesia serve solo a me.