M.27

 

Peter Pan



Ero piccolo.

Avrò avuto 6 anni

e guardavo molte videocassette

della Walt Disney.

Mi accorsi che Peter Pan

mi faceva stare bene.

Mia madre era ben contenta di questo

e mi rimandava su e giù la videocassetta

con cura

finché non me ne stancai,

come succedeva sempre.

Una volta però,

innamorato del suo fluttuare

con tanta facilità,

decisi di provare anche io

nel mondo reale

a volare tra le nuvole.

In quel momento non sentivo nient’altro

che un’immensa voglia di volare.

Non credevo di essere incatenato già allora

nella realtà.

Non capivo che non ce l’avrei fatta:

vedevo solo la libertà.

Mi misi sopra il letto

e cominciai intensamente a pensare di farcela,

di poter volare.

Mi buttai a pancia in giù e cercai di crederci intensamente.

E per un attimo lo sentii.

Sentii la fantastica sensazione di aver vinto.

Per un attimo fui felice di volare,

di essere speciale.

 

Caddi con il ginocchio per terra.

L’altezza non era molto grande

ma ben presto si formò un livido

sopra la rotula del ginocchio.

Capii ben presto che ogni azione

era comandata da un desiderio invisibile

che non si sarebbe avvicinato mai

a quello che ti avevano fatto credere.

Per tutta la settimana successiva

ebbi anche la prova inconfutabile,

sul ginocchio

sopra la rotula

che il mondo che mi era stato mostrato

non era abbastanza

per provare a sognare

come volevo io.

Questa non è una poesia!



Dopo fatto sesso

di solito dormo

o mi rivesto

e accendo la macchina

e la macchina tentenna un po’

poi parte

e andiamo via.

Altre volte invece

dopo fatto l’amore

di solito mangio

pan carré morbidissimo

con vagonate di scintillante Nutella

o bevo un bicchiere di vino buono,

poi rimango a dormire da lei

che mi culla nel letto

e mi ama.

Tutto è meraviglioso

e supremo

come il rumore della macchina la mattina dopo

che parte

e dolcemente mi accompagna a casa.

Dopo mi piace anche scrivere qualche poesia.

 

Quando le due cose vanno di pari passo

non c’è Nutella

non c’è vino

non c’è problema nascosto o lavoro stressante

che regga il confronto

con la meraviglia di quel gioco.

Ed è come se dal fango

costruissi un castello

che vien fuori da solo

(una follia!)

e rimanesse lì, imponente

per l’eternità di quelle ore.

 

Questo è il significato della vita:

la differenza tra la prosa

e la poesia,

e forse

anche tutto quello che c’è nel mezzo.

Eravamo troppo piccoli



Eravamo piccoli

ma fatti di cuore

muscoli

sangue

e stupidi discorsi.

Sensazioni scambiate

per qualcos’altro

che invece era molto più piccolo

e stupido,

anche più di noi.

 

La vita era dura per noi

come per loro.

E tutti soffrivano.

Esplodevano fegati

e stomaci,

esplodevano palle

e le anime

si disintegravano

dopo ipotermie

di quotidiane prigioni.

 

Il mondo era troppo grande per noi

e noi ingoiavamo rospi

prendevamo schiaffi invisibili,

pugni in faccia

da bambini di dieci anni

che erano come giganti.

Io li guardavo dal basso

aspettando un giorno

che non arrivò mai,

mentre schiaffi e pugni

mi annientavano,

come si annienta uno scarafaggio

colpo dopo colpo

nell’angolo di una stanza.

La bambina con il palloncino rosso



Va bene così.

E andrà bene così

finché non mi alzerò

e andrò a salutare la bambina con il vestito rosso

e il palloncino giallo

che mi sorrideva

quando non c’era alcun motivo

per poter sorridere.

Era



Un’immensa perdita di tempo,

di speranze,

di anima,

di vita.

Lei era tutto questo.

Era il nodo scorsoio nella mia testa.

Era il mio primo psicofarmaco,

il mio primo schiaffo

e il mio primo pugno.

 

Adesso

continua a essere

la mattonella del tetto del palazzo dove abito,

la parte di cuore più dura,

la nebbia cupa rimasta sullo stomaco.

 

Primavere morte.

Formiche impazzite.

Momenti brutti

e belli

e forse

qualche risveglio la mattina

prima di mettermi le scarpe

mentre mi guardo allo specchio.

 

Forse…

Una giornata che ricorderò solo io



Sta ancora correndo furiosamente

la sfera

lungo il parquet rovinato.

E attimi che sembrano infiniti

ritornano a galla

come ricordi polverosi.

La luna,

il quadro,

l’adesivo sulla porta.

Diventano un’unica essenza che avvolge

e stupra la mia linfa vitale

con calma,

senza che io me ne renda conto.

Roboanti sceneggiature

e apatiche vite

posson danzare assieme

ora che

finalmente

Dio si è degnato di rispondere alle provocazioni.

Sacchetti di plastica svolazzanti



Sei qui,

davanti a me.

Distesa sulle mie membra sporche,

addormentata sulla crudeltà dei miei sogni.

Un lembo di pelle rossastra

corre fuori dal lenzuolo

e mi guarda,

e io guardo lui

affascinato dalla sua orrenda perfezione.

È così che ti vedo:

frustata e calpestata

poi accarezzata e baciata,

e dolce

e amara

e amabile.

I miei occhi scrutano,

le mie mani scovano

e la mia anima ti contempla,

lì, sdraiata su quel letto influenzato dai nostri cammini.

Un regalo di rara bellezza

che risplende nello specchio vuoto

macchiato di rossetto rosso, e che mi fissa urlando:

“lasciami in pace”.

 

Poi i capelli si sciolgono

e i sorrisi, si sciolgono

e le pareti

e la terra

e tutto si scioglie.

E il mio cuore comincia a battere forte

come non avrebbe mai pensato di poter fare.

Qualcosa di strano



Deserti di lune coperte di sabbia

mentre il sole continua il suo stillicidio di anime

nonostante

tutta la violenza gratuita di cui siamo ricoperti anche oggi.

E i cavalieri senza testa continueranno a cercare le loro dame senza cuore

mentre cavalli senza coda li scorteranno fino a paesi senza una storia.

Io affogo in tutto ciò che non sento.

Io m’incendio in ogni virgola che non capisco.

Io elettrizzo il mio cuore sotto i piedi della fortuna

ogni volta che tu apri bocca

davanti ai miei occhi stanchi.

E intanto Venere in persona

sta carezzandomi la testa

mentre i sogni rimangono ben saldi al mio destino.

Forse sono quelle carezze a far sì che almeno una Domenica all’anno

un sorriso

mi ripercuota il volto rendendolo quasi gradevole.

Ed è uno strazio quando accade,

perché ripenso sempre a come ho fatto a diventare in quel modo.

Che percorso ho fatto

e soprattutto

mi chiedo se ho bruciato qualche tappa importante della tua vita.

Mentre le domande

si accumulano come corpi

dentro alla gabbia del mio cranio,

continuo a boccheggiare davanti alle mani lisce e calde di Venere

che mi regala sorrisi come fossero caramelle.

Non sentirti perso



Non sentirti perso.

Il caldo afoso illumina le paure dei presenti

mentre un altro cumulo di terra

soccombe nella tristezza generale.

Tutti ne prendono un po’:

c’è chi si lava la faccia,

chi si ricopre il cuore,

chi se ne sporca solamente le mani

e chi sta a guardare da dietro

le schiene curve e singhiozzanti.

Lacrime amare di un destino terrificante

mentre il becchino continua a ricoprire i ricordi di terra cocente,

trasformando un padre, un marito, un uomo

e tanto altro

in quattro assi di legno splendenti.

 

E ogni volta la pala si conficca nella terra

per poi rilasciarsi morbida sopra di lui.

E ogni volta il rumore graffia i nostri cuori

facendo fuoriuscire rievocazioni malmesse.

Non sentirti perso,

mentre il becchino continuerà a ricoprire i ricordi

di terra cocente.

Mondo



Mondo nei denti grandi e distanziati di una bambina.

Mondo nella cicatrice di quel burbero ristoratore.

Mondo dentro al suo bagno e mondo dentro al coltello a serramanico che si porta dietro.

Mondo nelle pozzanghere fredde.

Mondo nelle urla di ragazza mediterranea

tra vicoli bui e sudore freddo.

Mondo dentro alle scarpe di quel barbone là.

Mondo dentro ai suoi denti

e alle sue mani.

Mondo dentro quella carezza di sconosciuta.

Mondo dentro quel bacio di innamorata sconosciuta.

Mondo dentro la primavera.

Mondo dentro l’autunno

e mondo dentro al sudore di una puttana.

Mondo dentro a un pezzo di giornale importante per qualcuno,

mondo sopra allo scaffale dei ricordi di qualcun altro.

Mondo qui, mondo lì.

Mondo ovunque.

 

Mondo incastrato tra i nostri ricordi

e tra le nostre anime secche e senza via di fuga.

Mondo dentro al pianto di una nonna sola.

Mondo attraverso le ossa fragili di un nonno deluso.

Mondo che si scaglia sulla spazzatura al mattino

per poi insinuarsi sulla pelle pulita e profumata di un neonato.

Vita e sogni e realtà e sorrisi e pianti,

mentre il mondo fa girare tutto questo con assoluto silenzio.

Senza che noi ci accorgiamo di nulla.

Senza far pesare a nessuno l’immenso sforzo che sta facendo.

Senza aver nulla da rimproverare a se stesso.

Mondo cattivo, mondo bello.

Mondo colorato, mondo fangoso.

Mondo negli occhi, mondo nelle vene, mondo per strada.

Mondo nei tombini, mondo nei prati, mondo dentro alle case,

mondo dentro alle chiese, mondo dentro agli ospedali.

Mondo dentro ai reparti di oncologia e mondo dentro ai bordelli.

 

Mondo cane e iena che sbrana

e sbrana

e sgretola ogni rimanenza delle nostre orme sulla sabbia

mentre la bava alla bocca continua a colare durante il cammino

e i latrati si sentono da chilometri e chilometri di distanza.

Mi sono innamorato, una volta



Lei ci provava in tutti i modi:

bucava il suo corpo come uno scolapasta,

si riempiva di scritte stupide,

ascoltava solamente le cose che la riguardavano

per poi passare ad altro,

per poi passare a un altro.

Il suo profumo era fortissimo:

era il più intenso che avessi mai sentito.

Era come un negozio di fiori.

Profumata dello stesso odore

del paradiso.

E lei passava le giornate a deturparsi,

a maciullare quel corpo così perfetto,

a graffiare quell’anima così pura

e altalenante.

A noi non restava che impazzire ad ogni sguardo

scattare ad ogni sussulto

innamorarsi ad ogni contatto.

Certo, poi le cose cambiarono,

le persone cambiarono

e le situazioni cambiarono.

E ci furono ragazze più belle

che bussarono alle nostre porte.

E ci furono meraviglie più intelligenti

che si legarono ai nostri cuori.

Eppur di lei

ricorderemo sempre la brillantezza dei capelli

che ci rapì i cuori per quei pochi attimi

o minuti, o giorni

e che ci fece sentir vivi

solamente con la luce degl’occhi.

 

Morte e vita,

baci e sudore,

cuore e anima

e gli occhi, quegli occhi scarlatti

che innaffiavano l’arcobaleno di magia

e squarciavan l’aria

come fosse stata loro da sempre.

Vasca



Una volta ci siamo fatti la vasca.

Avevamo appena finito di strapparci le anime

e andammo

ancora sanguinanti

a riempire la vasca di calde spezie

e cuori rilassati.

Marijuana

e

birra

e

Joy Division

e incenso

e la sua bocca su di me.

Due corpi uniti nell’imperfezione

che si rilassavano

mentre le anime erano stese fuori

ad asciugarsi.

“Voglio morire qui, adesso.

Perché so che sarà un momento unico

e non gratterò mai più

il soffitto del cielo

così in alto

come in questo momento”

I tatuaggi si completavano:

epidermidi anonime

in corpi

gemelli d’idiozia.

 

Adesso la vasca

non la faccio più.

Ed è rimasto solo il ricordo.

Un unico

ricordo

meraviglioso

che non se ne andrà mai via

come succede sempre.

Il francese dal sorriso meraviglioso



Ero al mare che facevo la doccia

quando vidi il francese dal sorriso meraviglioso.

Lui mi chiese se l’acqua scorresse anche nelle ore notturne.

“Son un vagabònd” disse.

Poi scambiammo qualche parola

e disse che erano quattro anni che girava per l’Europa da solo

con bicicletta e zaino.

“Ci vuole un po’ di semplicità a volte, no?” disse sorridendo.

Gli offrimmo una birra.

Lui credeva molto in Dio:

secondo lui, Dio

l’aveva salvato

quando a Napoli volevano picchiarlo.

Disse che Dio aveva messo una mano

fra la sua schiena e i pugni di quei ragazzi.

Il sole tramontava

in quel momento

e ho sentito un amico piangere, in quel momento.

Bevve la birra e parlò con noi

e anche noi facemmo altrettanto

prima di tornare alle nostre vite imbevute di voglie inespresse

e di talenti mai carpiti.

Tornammo alle nostre vite mentre lui mise l’asciugamano nello zaino.

Tornammo a camminare lungo le nostre strade quando il sole era già tramontato

e non si vedeva nient’altro

in quel luogo

se non il sorriso splendente e sincero

di un francese in viaggio verso la purezza.

Tornammo a casa mentre lui continuò a pedalare

correndo verso lidi sconosciuti

e sognando una vita felice

come facevano tutti quanti.

Di plastica



Capelli lunghi e lucenti

adagiati sulla schiena

come a proteggerti dal mondo esterno.

Pelle d’ebano

che il caldo

illumina di magia.

La televisione continua ad accendersi

e a urlare frasi stupide,

come un bambino

che cerca di richiamare la mia attenzione.

Lo sguardo rimane sopra l’angelo vestito di verità,

sopra la dea serena

planata con fragile posa tra noi mortali

ignara di far captare al mondo

quale sia il colore del cancello del paradiso:

“lassù dove il mare non esiste e gli specchi non riflettono,

gli angeli sono puri come cristalli, amore mio!”

Candida e dolce morte,

quando arriverai

mi troverai caldo e ricco

con il cuore gonfio di emozioni

stampate come tatuaggi freschi

e dolorosi.

 

Forse il titolo di questa vita è davanti a me, nascosto

tra le ali della scintillante cometa al mio fianco.

E io continuo a cercarlo nei posti più impensabili,

mentre la televisione prova

a richiamare la mia attenzione

ancora una volta.