M.33

 

So(g)no



Che mi faccia ancora
così come in sogno
immobile al destino
che rifuggendo
desidero avverato.

Solo ed intimamente io
mi conduco alle azioni
estrinsecamente viscerali,
che mi accompagneranno
nel claustrofobico vivere
di una sola stanza verticale
che usque ad sidera ascende
ancora prima di vedere
le mie mani agire.

Nuova mente



Quel che ho pensato
è stato: questo.
Qualcosa di già detto
mi ha letto nella mente;
di tutte le memorie la più pura,
ma in concrete forme oscene.
L’innocenza beata di un’idea
quasi spontanea,
che direi ragione,
se non fosse nuova del tutto.

Guarigione



Ora, io me ne sto malato,
insofferente alla sollecitudine
dell’universo che mi vuol arrivato,
laddove non ho ancora progettato di andare.
Mi astengo dalle inquiete meditazioni
sul sogno arrivista e oltre,
perché mi indispongo indignato
al cospetto dell’uno accentratore,
che si comporta come se la vita
non fosse nella contraddizione un bel campo,
ma solo una guerra.

Liberi*



Versi sull’essere e sul dover essere

L’aspettativa di essere costretto
esonera forse dal fare,
ma in verità nella tanta sicurezza
della sorte indeterministica
si pongono sentimenti di placido conforto
e residuale rilassamento.

Mi lascio apprendere
senza pregare
il congegnale congegno
sbalorditivo e potenzialmente innato,
pertinente a tutto il sistema vanificante,
che pur mi lascia insoddisfatto e contento.

Mi atteggio in pose minimali e morte,
mi conformo a ciò che sono dentro,
non piacendomi altro se non il vero,
mi confondo nell’indecisione
svalutando le mie scelte,
sottese a un’ottica di miglioramento.

La costrizione è ben altra cosa dall’essere,
ma questa non esiste.

(Ci piaccia quindi sapere di poter essere *, quando non dovremmo, ma invece siamo.)

Telaio



Suddivisioni
in scalene triangolazioni
che si riallacciano
alle persone
attraverso spazi eloquenti
percorsi e interrotti;
lunghi anditi
in cui echeggiano
parole porte al resto
che c’è                                            sempre da vivere.

7 molecole celebrative



Io conosco il concentrico ruotare dello sfarfallio tacito dell’ora:
affrettiamoci quindi a disseppellire il contesto clamoroso del nostro agire,
come se fossimo sordi.

Mi allungo di respiri inondati dall’ombra perpendicolare.
Vedo l’orizzonte ricurvo delle mie ambizioni a strapiombo sul getto luminoso
che si insinua tra i lembi neri.

Come sempre aspetto il cigolio delle porte semichiuse per le folate di vento
abbarbicato su vette prismatiche che traspaiono della verità originaria,
rassegnato all’uguaglianza del niente al niente.

Intanto mi immagino (o mi rassegno) la forma perfetta
che suoni in eterno il fecondo depurare dei rapporti con l’esterno,
tanto che ritrovo i luoghi persi dappertutto.

Infine tutto si traduce in immagini e codici percepibili dai sensi:
chi lo comprende vede o sente un mezzo grado nella scala tonale
e si accorge della mancanza manifesta di questo tentativo.

Eppure io mi ci abituo a sorsi singhiozzanti:
frammento in millimetriche schegge l’alto e il basso frastuono
nella scala particolareggiante del graduale caos cosmico alla rovescia.

E inghiotto, inghiotto quello che è altro e che è me,
e quello di mio che c’è nell’altro,
assorbendomi di stimolanti conoscenze incomplete da colmare di pura bastevole ricerca.

E’ difficile



Questa è la mia voce
spez\za\ta.

Prendetela così com’è
e sentitela.
Non pensate di cambiarla,
non finite le mie frasi
nella vostra mente:
isolate piuttosto le vostre conclusioni,
ma non mettete le mie parole alla vostra mercé.

Non c’è mortificazione per questo linguaggio:
ogni cancellatura correzione è meno efficace
di qualsiasi errore.
Ascoltatemi: anche quando, dopo aver cominciato

 

Non dico più nulla

 

Sono forme libere i miei ragionamenti,
giudizi universali inappellabili,
fenomeni di parole partorite con dolore.
Lasciatemi riflettere qualche istante.
Ora vi dirò come la penso:
le parole, è il loro difetto di lasciarci insoddisfatti.
Le ennesime banalità;

come si riempiono di così incontenibili contenuti?

Programmatica complementare (al fluire sperimentale)



Un suggestivo espletamento
di ogni idea nuda
è un volume composto
del nostro pallore imbrattato;
è immaginazione
spogliata di inchiostro.
Racconta le storie risapute
Del nostro ripeterci,
in un inevitabile procedere
affatto lineare,
ma in vibrante frammentarietà
-tremula imposizione, nuovamente fallita-,
per cause di spessore sovrapposto,
che tutti hanno dimenticato.
Va riposto sopra ogni piano
Imperfettamente ripulito,
invece indelebilmente sofferto.
Va letto con la decadenza
classica esametrica,
con la noia originale
bisbigliata a questa luce
elettrica in ascolto:

procedure di esecuzione
sulle solide teste tormentanti.
Ritornano in massa
gli orologiai maniacali
allo scadere sfasato della vita.
Tentano di aggiustare
ogni incongruenza occultata,
restituendo un’attività
di diacronica ristrettezza,
di limitato disordine,
adoperando le strumentazioni odierne
già rovinate dal corso del presente corrosivo, dissolvente:

“Con minuscoli bisturi
ci apprestiamo a svolgere
sbagli di precisione,
con un’impostazione
esattamente violata,

in un approfondimento sperimentale
interamente riprovato,
e infine immersi
in densi vapori cangianti,
rozzamente grossolani
i pensieri vetrosi
si spaccheranno convessi,
raccogliendo le schegge convergenti
in una sola goccia pe(n)sante,
in condensa,
che ci riassumerà
nel suo molecolare labirinto
di medesime soluzioni:

le solite errate conclusioni.”

L’ordine delle parole



Rovesciamo a capofitto
parole rettilinee
circoscritte dentro ovali
di calligrafie corsive.
Inoltre ricche di congiunzioni
le strade potenziali
del nostro procedere errabondo,
mappate sui nostri rimari.
Soppesiamo rettamente
l’eterno differire,
un discrimine imperfetto
le nostre parole
e le nostre azioni.
Attivo, passivo:
un futuro sempiterno.
Si proceda opportunamente
con la giusta punteggiatura,

Condanna



Mi aggrappavo al treno,
scendendo dal retro al retro,
che animava un paesaggio
nello spaccato del mio corpo.

Rigorosamente fumoso
in metallo stilizzato
sospettava in ritardo,
ché ormai era il momento di ripartire.

De Trimalchionis immolatione



Poveri deschi, menti satolle,
insaziabili ventri chiamati a banchetto:
ove il gozzoviglio lascivo
in turpe potestà mantiene
le sue unte interiora ripiene,

[mentre, forse, o noi in probità ne soffriamo il fluire,
o invero bastiamo le membra smagrite]

là si consta di ostiche imprese,
satolle invece ma pover di speme.

In contesti parietali



Se potessi fuggire l’estetica sepolta
vorrei un ritratto dipinto imperfetto.

Soprassediamo invece sul fondo della canzone,
occlusa da sordide menzogne.

Il mistero ha seminato ingratitudine,
spalleggiato l’espansione della tintura
di questi toni lugubri,
tendenziosamente smorti,
volgendo le pretese di esatti accoppiamenti.
Una speranza proseguita e altre storie
inondavano di ordine le pareti scoperte
nel dipinto degli orizzonti:
si stagliavano inequivocabilmente in verticale,
eccepibilmente sfumavano i loro contorni sull’ombra
sotto le mie piante.
E così, dall’interno mi assalivano impietosamente
anche quando dissi – ed era allora l’occasione
di succedere ad altre credenze -
parlando ancora e ancora di solidi confini,
bastava allo scadere rompere i compartimenti,
e trasfondere (utilizzando il calore
come mezzo) la tavola dell’artista:
legenda dei sensi.

Poesia in attesa



Cosa aspetta questa poesia?

Aspetta un lettore o uno scrittore,
aspetta un senso
(un accompagnamento musicale forse).
Attende invano il suo vero amore,
aspetta in eterno
indugia il ritorno.
Vuole essere letta
vuol esser riscritta;
aspetta il momento ideale per manifestarsi!
La pace, la guerra,
Aspetta la morte:
Aspetta la vita!
Aspetta di aver vissuto ogni cosa,
di crescere ancora
di avere parola,
di essere usata e abusata,
di esser copiata
di essere amata.
Aspetta i minuti, attende le ore:

Ma questa poesia cosa si aspetta?