M.34

 



Cosa cerchi su questo muro?
Puerile poesia?
Prosa pretenziosa?
O solo un ben scritto e impeccabile fumo?

Sai l’arte è facile in disparte
Più difficile forse se ti ascolta qualcuno…

Sarebbe infatti afona ogni mia anafora o metafora banale
E farfuglierei intimi versi di un blando vittimismo esistenziale
Sarebbero arsi i miei versi nello svelarsi a terzi avversi
E nascondendo la mia voce per non essere deriso
Balbetterei dinnanzi ai tuoi occhi,
Se leggessi, ciò che chiamo poesia,
Presso il tuo viso

Ma ora sono qui
E chi mi guarda è solo un foglio
Che affollo di parole solipsismo e roboante orgoglio
E non m’importa cosa pensi!
Nell’anonimato mi nascondo e ti propino ciò che voglio!

Quindi?
Cosa cerchi in questo verso?

Non vedi ch’è solo un vezzo, un vizio per velare il vile volto?
Ti saluto… ma non essere stolto ancora una volta!

La poesia, come la vita, è solo arida retorica
Se non c’é chi la giudica
Se non c’é chi ci ascolta



Certi pensieri sono astratti
E quindi è utile liofilizzarli
Così sono, meno ingombranti
E comprensibili per tutti

Ma se disinvolta mi racconti ciò che senti,
Del sincero ricordo d’un tuo viaggio solitario
E lontano…
Alla ricerca di un senso oltre all’incedere del tempo,

La tua voce mi piace
E discreta è la brina sugli aghi posata
Rivelazione lieta come le tue parole
Che sono vere
E discernere Cannella
In uno Strudel alle mele
M’ anche calde ed accoglienti
Sono un rifugio in montagna tra le Dolomiti e le Alpi

Che oggi sono belle all’orizzonte
E il tuo ricordo nel mio sguardo si confonde
In alto con l’azzurro
In basso tra il bianco e il verde

Chissà se dietro a un bacio in fondo
Si condivida anche imbarazzo
Di vivere pensando quanto sia strano questo mondo

Ma se i miei versi ti sono fittizi
E la metrica barcolla, è barocca e avventizia
Il mio farneticare fuga in fretta
Solo un attimo ti chiedo
Aspetta

Sei bella per saggezza nel tuo essere diversa
E questa,
Tra le mille fragili impressioni,
E’ la mia unica certezza



Deiezione

Eluderla è ciò che cerco in ogni direzione
Oggi ti ho intravisto
E mentre ti scorgevo
Nascosto mi son chiesto
Se fosse mai possibile un mondo imponderabile
Dove tutto è permeato dalla voglia di vivere
Ma nell’avvicinarmi tu sei lontana
E ciò, che di te mi resta,
Fretta
E un distico laconico e deperito nel lessico,
Non mi interessa
Ma sai, ormai più non mi stupisco
Infatti perché mai impazzire?
In fondo è folle
E questo
Ciò che io ti ho chiesto

 



Ascolta…

“ Ma qui vi è solo silenzio! “
Che tu temi è che odi perché privo di senso
Ti dico ascolta fino in fondo
Ogni tanto, aggirando il senno
Può essere piacevole vivere nel mondo

E’ lieve cadrà la neve e la rugiada discreta
Come un manto di seta ad impreziosire la pineta
E toccherai cortesemente
Ruvide cortecce e le rughe delle Querce
Vecchie custodi d’obliate saggezze
E scoprirai d’ aver bisogno
Della loro memoria
E dell’odore umido del legno

E Sentirai un viandante affranto, tra le frasche
Infranto il freddo fruscio del vento

E con me verrai lungo il ruscello
E converrai che non mento
E ciò che sento è tutto vero
Che come il passo sul sentiero :
Può essere bello, seppure lento,
Essere artefici di poesia e di senso in ogni momento…

Ma con un gesto maldestro rompesti l’incanto
D’un bosco d’autunno, e d’il flebile suo canto
Metafora silvestre del mio essere dentro
Un bosco, un estro e l’agreste mio pianto…

Smorzasti ogni chiasmo e l’entusiasmo delle mie parole
Impassibile come i tuoi passi
Sopra appassite foglie ferite,
Bagnate ma irradiate dal sole

“Ma qui vi è solo silenzio!”
Per te vacuo e opaco simulacro di senso
Perché mai esortarti a tender l’orecchio?
Perché mai sprecare il mio ed’il tuo tempo?

E con perentorie e discernimento violento
Mi dissi che qui v’é solo silenzio!
E in un attimo smorzasti ciò che amo…
E che sento



Lontano…
Dalla felicità opalescente e sorrisi falsi e melliflui
Tra i cespugli di more, le colline e i vigneti
Più lontano…
Dal chiacchiericcio roboante e le parole banali
Quel rumore indifferente
Che da troppo affolla la mia mente

Questo luogo è ameno

Non come il veleno di un arido agglomerato urbano
Non luogo estraniante dell’essere umano
Sono oggi ricolmo di Salvia e Rosmarino

Ancora scrivo
Con uno stile barocco un po’ goffo e retrivo
Ma si comprensivo:
Perché in effetti vi è motivo
Se all’arroganza del divo preferisco il profumo schivo del Timo

Ma cos’è una poesia attaccata un muro?
Forse un borghese palliativo ?
Di parole altisonanti e parole vane
Sublimazione di nevrosi e vittimismo occidentale
E cos’è questo verso?
Se non un vizio
Un vezzo per velare il vile volto
Ai poeti vanesi preferisco il Luppolo e il Malto

Lontano
Dagli ossidi tossici e l’alieno asfalto
Ma se mi cerchi mi trovi
A rovistare rovinosamente tra i rovi
In cerca di more e della saggezza dei nostri avi

O su una nave m’imbarco
E parto…
Spingendomi a largo oltre ogni varco
Alla ricerca di frugale vivere parco



Il se…
E’ lui che mi attanaglia
Che mi stritola e percuote
Inaridito dal rimorso
E convulso ed arso è il mio verso!
Invano vorrei muovere i miei alfieri
Zelanti protettori di pensieri
Ma ormai non c’è scampo:
Lo scacco è matto!
Musa ignava e silenziosa:
Potevamo forse noi elevarci verso l’eremo di Bacco!
A godere con saggezza della brezza e Dionisiaca ebbrezza
O sul monte Parnassiano
O spingerci oltre!
E librarsi leggeri verso l’Iperuranio
Potevamo forse noi raggiungere l’Empireo
A rimirare la quint’essenza!
Io te, l’Etere
In un’eterna eterea danza
E lasciare ad appassire con noncuranza
Le speranza vane
E le vogliuzze quotidiane
Musa ignava e silenziosa
Potevamo forse noi elevarci verso ogni ameno posto
Ma chi ha fretta non apprezza!
E rifiuta un buon vino
Per un qualsiasi mesto mosto…
Il silenzio…
E’ forse questa la nostra sorte?
Rimugino in disparte mentre bevo la mia porter
E’ amara come i se
E le occasioni non colte
E’ quindi falso?
E il silenzio vince di mille secoli l’armonia?
Oggi Simone facciamo rumore
Moriremo nel tonfo dei se e dei rimpianti
Ma vivremo nell’eco della nostra poesia!



 

Schivo…
Già fui schiavo
Di Musa dal silenzio vile ed ignavo
E costernato il conto insoluto pago:
Ed è un conto salato!
Ed è un conto amaro!

E vago non so dove
E vedo le persone
E’ vacuo ogni saluto
Evìto ogni commiato
Evado il loro nome

Scrivo…
Oggi invece a voi mi confido
Forse perché ascoltate
Forse perché capite
O perché di voi mi fido:

Epicurei gemelli!
Istigatori del gusto!
Per me siete la vite!
Per me siete l’ulivo!

Condottieri Virgiliani
In una selva oscura
Voi oggi siete luce
E con disinvoltura
Dissipate ogni l’ombra
Foriera di timori
Che mi burla con inganno Incutendomi paura!

E con filosofia sapida
Mi conducete per sentieri
Di vulcanica memoria atavica

E mentre affonda il passo
Peripatetico nel mare lavico
Come una lira m’accompagna
La vostra facondia
Mi rammenta la poesia della sicula terra feconda!

Ma si!
Chi vuol esser lieto sia!
Di rotolarsi compiaciuto nell’insipida insipienza!
Del domani non v’è certezza!
Chi vuol esser lieto sia!
Disconoscendo chi vaneggia di un mondo ricolmo di poesia! P
erché sprecar tempo?
Perché sprecar estro?
Il verso è vano se il destinatario ci si pulisce il deretano!

Quindi non ragioniam di loro! E disdegnamo l’oro!
Non miscredenti e banali
Ma devoti e baccanali!
Oggi godiamo di buon vino!

E non ci giudicate per l’Oraziana sentenza Ma noi cerchiamo altro!
Non il rancido
Non certo il marcio:
Odi profanum vulgus et arceo

 

 

 



 

Certe volte non capisco…
E mi viene a trovare il fraintendimento
Amico cinico che mi rammenta il rischio

E con un fischio assordante
Che si annida tra le mie tempie
Mi dissuade e mi ripete
Che è folle errare con la mente

E mi redarguisce caustico
Mentre entusiastico mastico ed assaporo il niente
Che seppur condito con varie e vane spezie
Ha un sapore vago ed evanescente…

Ma forse mente?
E’ forse altrove la vita e ciò ch’é importante?
Perché leggera aleggi e riecheggi nella mia mente
Mentre seduta leggi Kundera m’istighi poesia latente

O il parlare di musica
Ricercando ciò che vale
E il tuo liquidare frettoloso cantautori dallo stile dozzinale
Questo è più rilevante ?

E’ quindi legittimo o incosciente
Fantasticare sui tuoi occhi dal color verde inebriante?

Vorrei essere sobrio
Ma oggi Bacco è il mio mecenate!
E mi foraggia e mi sostiene
Nelle risate e nelle pene
Ma mi foraggia in modo onesto Sotto forma di estro!
Sotto forma di testo!

E le parole mi imprime
E imprime in me le rime
Il tuo parlar persiano mi ammalia m’anche perplime!

Quindi…
Concreta e nebulosa
Affabile indecifrabile Musa
Oggi ti dico:
Semmai mi venisse ancora a trovare il fraintendimento
Oltre allo sgomento
concedimi il conforto
Anche solo di schiudere le labbra
per dirmi, senza troppi sofismi,
Che ho torto!

 

 



Sbiadisco…
Disconosco me stesso tra la complicità dei colori
Sbadiglio…
In questo groviglio di voci, luci e suoni
La festa è perfetta e anche i suoi attori
Ma la testa s’infesta di pensieri avvoltoi
E il dissuader mi è aspro
Reiterato ripugnante pasto…
Quindi esco fuori dentro me stesso
In cerca di sensi dentro densi silenzi
Scrivo chino sul mio taccuino sotto l’arco di San Pierino
Ma risposte non trovo e procrastino aut-aut
Quindi atrofizzo i miei dubbi degustando una stout…
Cara mia amica, stasera Firenze è questa
E bella impossibile impassibile resta
Affascinante ma indifferente
Del vagabondar della nostra mente…
Cara mia amica, stasera firenze è un pò peso!
Ma d’improvviso, l’orecchio è teso a suono sospeso dal ricordo sotteso
Mousikè! Epoché!
In lontananza, il suono istanza è rimembranza!
L’autore è francese, qualche attimo e carpì
E si rinnova la gioia ricordandoti suonar Debussy
Si rinnova la gioia e si spegne il vittimista
A quando, il prossimo film neorealista?
Deciso super il Miso di Riso e verso il Duomo mi dirigo
Ma non più condisco con soia dal retrogusto di noia
Staserà condisco con gioia e memoria vivida!
E il ricordo del tuo sorriso dà sapore in questa giornata insipida!



Ma che sorriso è mai questo?!
Un sorriso esasperato che non cerca sguardo altrui!
E d’io inerme spettatore incapace di capire
Che tu ridi per te stessa nella tua festa solipsista!
Ma che dialogo è mai questo?!
Tra la tua bocca e d’il tuo ego!
Assapori questo canto
Ma tu l’hai scritto!
E d’io mi piego…
E d’io mi piego a sopportare le tue risate da maiale
I tuoi racconti compiaciuti
Che mostrando i denti compatisco
Sott’avviliti baffi irsuti…
Brutta cicciona!
Non per la panza bensì per sostanza!
E non parlo del tuo grasso ma del narcisismo prominente!
Non delle rosse gote ma dell’egotismo ridondante!
Basta…
Non più tra le tue grinfie
Logorroiche e logoranti
Ma non preoccuparti!
Che tanto di tonti ne troverai altri…
E tanti!



No
Non diventerò come voi
Che vostri sogni li avete obliati
O che per ignavia li avete svenduti
Ideali sviliti ora imborghesiti
O ideali svelati e mai siete cambiati?
Guardatevi adesso
Che siete diventati aridi
Recidendo le ali e indossando degl’alibi
O forse qui non è il punto e qualcosa ho ignorato
Forse perchè l’ospite l’inquietante da voi è già passato
E sotto i vostri occhi d’inerme sgomento
Con voluttà animalesca e senza far complimento
Ha divorato i vostri sogni
Che rassegnati gl’avete offerto
Eppure un tempo eravate poeti!
Non così collusi, non così disillusi
Quando rinnegaste le vostre tesi?
Quand’è… che vi siete arresi?



Questa poesia inizia così
Senza la solita fretta o ticchettio d’orologio
Ma con la mia sbronza profana
A Milano, nella Chiesa di Sant’Ambrogio

Seduto tra i banchi,  sai ho qualche indugio in silenzio
E ammetto il disagio del mio esser ebbro
Del mio essere empio
Estraneo e profano in questo antico cristiano tempio

Mentre smaltisco il vino contemplo il tuo altare d’oro
orafo Vuolvino
Bello! Lo so son conciso,
E non molto onore rendo a te che minuziosamente Sant’Ambrogio hai inciso
Ci son pure i capitelli dalle simbologie per me ignote
E il serpente di bronzo che timore un pò mi incute

Mi si contorce un pò la panza
Che mi rammenta la mia rimastanza
Ma lo guardo non vuol andar in letargo
E vaga in oltranza in questa sacra antica stanza
Oro, Marmo, Granito, Pietra e Legno!
Si confondono e mi confondono in una religiosa danza

Angilberto, antico vescono di Milano
I tuoi gioielli sono belli
Ma può mai questo avvicinare e farci sentire più fratelli?
Sinceramente un pò ne dubito
Io qui mi sento un pò più suddito

E l’oro e il marmo te e Vuolvino l’avete estratto?
O vostri sudditi o schiavi
Ormai dimenticati in qualche remoto e misero anfratto
Mentre il vostro nome qui glorioso si erge alto?

Allora è falso
E non siamo tutti fratelli
Tu Quoque, brutus!
Che predichi carità e umiltà profonda
E invece il solito Homo Homini Lupus

E quindi Volvino
Tu tieniti l’oro io mi accontento del Vino
E non ti preoccupare, non liberarmi dal male
O dal presunto tale

Dimmelo tu Sant’Ambrogio qui chi è vero empio?
Ti saluto, ti voglio bene
Ma preferisco il freddo, preferisco il vento
E quindi esco dal tuo tempio

 



Ah profondamente profondesti nuovi propositi
E profezie d’amor profano…
E ora?
Prolisso mi protraggo a lungo procacciando promiscuamente tra le improbabili parole!
Provando a riprodurre il tuo persiano profumo proibito…
E il mio esser sprovveduto!