M.47

 

Pensieri storditi del sabato sera



Sotto chissà quale campana di vetro
nascondo il mio domani
intriso nel legno del trono
su cui siedo col mio stesso
culo

Sulla cima
del mio castello in aria
sventola uno stendardo
che raffigura
la mia piccola casa
ed io sull’uscio

È la mia vita terrena,
il tempo quotidiano,
la micia e tutto il resto.

Solo il mio volto scompare
e si trasfigura nel misconosciuto

Tramite di esso posso essere viva,
persona, relazionarmi

Eppure le mie gambe,
che mi portano lontano,
sono nascoste sotto ai jeans
e a me per prima
sono estranee

Dove errerò?
Verso quali sbagli e quali lidi
mi condurranno esse
e contro quali altre si stringeranno
nella lotta armata
del partito della solitudine?



Mi sono innamorata dei tuoi baci
e se anche di te non mi innamorassi mai
di nuovo mi rinchiudi
senza possibilità di fuga
tra la tua lingua ed il palato

le tue dita sono gabbie per i miei seni
e le tue ciglia le inferriate
dietro cui nascondi il cielo

SAN MARTINO (Gioia d’autunno)



Sono uscita fuori
E faceva tanto freddo
Che ero felice
Ed ho iniziato a camminare
Camminare veloce
Sperando di non arrivare mai



Forse non ci capiremo mai
poiché io dentro ardo
pur se non d’amore
e fiorisco
in piccoli gesti e lievi parole
ma mi raffreddo
al gelo che hai negli occhi
nei gesti trattenuti
nella tua bontà
che non evolve in carezze
e mi uccide
perché la tenerezza io
non so tenerla dentro.



Nel tuo sguardo
forse non ho mai perso
la lucidità
Ma ora
mi mancano le tue mani
e la rosa
che è la tua carne
Nel giardino dei miei pensieri
non ho annaffiato
il mio sentire,
che appassendo mi abbandona
Eppure riesco a riscoprire
il piacere di guardarti
ora che ogni parola
decisa
è incertezza
Non so come far luce
in questi giorni oziosi
in cui ci sentiamo e non ci amiamo
in cui pensiamo
al bene che ci vogliamo
senza tenerci vicini
Ma non c’è dolore
in queste danze
di annoiata seduzione,
ci sono io che rido
e penso ai tuoi dubbi,
al tuo lento portarti appresso
le decisioni
e ci sono i tuoi occhi
che sono laghi e lapislazzuli,
che sono il cielo di Giugno.



Abbiamo usato parole
sbagliate
che ci hanno fatto
vacillare
in cima alla cresta
le nostre strade
posano su un sentiero,
le tue conferme
non sono che un soffio di vento
sul monticello di sassi
di fiume
su cui mi ergo
in precario equilibrio



da lontano
un attimo di tenerezza
un cuore per messaggio



un attimo
e una parete innanzi
a me
di roccia e muscoli
di battito del cuore
altri due palpiti
e nella tua foresta
riccia
le mie mani
e le unghie
gli ultimi due istanti,
la sorgente

LUCE MIA



In questo buio
solo le sagome degli alberi morti
hanno forma
ed i loro rami gridano
la preghiera di altra vita
a questa notte di pieno pomeriggio
in cui la nebbia si nasconde
ed alcun colore abita la scena
solo i rami nudi
gridano per il freddo e per la fame
Non vi è alcuna luce
che possa riflettere alcun colore
tutto è sagoma, contorno indefinito
non esistono più tramonti
non vi è più forza nè vita
in questo Sole eremita.
L’alba sonnecchia
il tramonto non avviene mai
è tutto così non-colore, non-vita
tutto così blu-nero della notte
così sagomato
così tanto vuoto e così tanti alberi.

Latòmìa



L’accento dall’eterno dubbio,

come di tutta la vita e il suo travaglio

è incerto il tono,

così questa parola mia,

che dev’esser

Latomìa,

perché la (mia) vita è tutta piana.

 

(la Treccani conferma)

Dalla prosa del 10 Dicembre 2012



vertigini.

ho fatto l’errore di chiudere gli occhi

e pensare al mio volto.

il mio volto ed il mio aspetto

che ricoprono il mio essere.

un’immagine di carta velina.

confusione.

io di me conosco altro.

smarrimento.

io sono altro.

vertigini.



C’era la notte

immobile e greve

intorno a noi

nel silenzio più muto

solenne

si spandeva

intorno a noi

ci permeava e confondeva

nella sua scura

veste avvolgente

mentre lottavamo col suo incanto

soffocandone la quiete

con lo stanco brusio del motore

sotto il peso di due corpi.

Così, immobile

noi l’attraversavamo

la ferivamo

col movimento ed il rumore

illuminandone

la spaventosa pace.

 



Aria

fresca aria

che entri dalla finestra

fin sempre dentro i miei versi

umili e sciocchi

di parole osate

e per questo dette

Poesia,

infantile

come lo è nel profondo

il mio animo

abbellito di concetti

dalla parvenza matura

ma dal sentire fragile

scheggiato e vitreo

nel troppo forte urlo di baldoria

“a te!”

aria mia

Col calice frantumato

ancora stretto in pugno

a te

aria cara

e fresca della riconcessa pioggia

del primo giorno d’autunno

a te

celebro la mia nostalgia

e la mia voglia di casa

senza mura

senza tetto

a te

invoco il mio canto

e la mia vecchia richiesta

rimasta inaudita:

rinnovami

rinfrescami

fammi te

portami

con te

e quando disgregherai la mia materia

uniformandola alla tua

aerea

frizzante

battezza il giorno della mia

rinascita

e festeggia

a me.



Al limite

fra città e campagna

una lacrima di condensa

scende

lungo il finestrino

rigando lo sporco vetro

del mio sognante volto

ed è la linea sottile

che scalfisce e separa

la mia felicità

dal vuoto e la paura

 

In cerca di interpretazione



Nell’aria stanca del giorno

e della mia persona

si annida una morte

di spirito ed energia

si scolora il bagliore

della felicità

vana ed impura

di questo tempo morto

trascorso a trascorrersi

Vorrei essere

quel che ho sempre desiderato

impiegando le ore

nel tempo fruttifero

dell’oggi e dell’ora

senza felicità né dolore

nell’aria tranquilla di un momento

in un dipinto assurdo

che guardi e dici

“oh”

ma non pensi a niente

perché non sai

perché non vuoi

perché non necessita

Ma vivo nell’ora della ritirata

senza attacco alcuno.

Vivo dello ieri e del domani

sempre uguale all’oggi

dal pensiero immutato

del fatale “vedremo”

e le mie dita corrono

senza logica

sulle incontaminate

pagine di bianchi prati

a dirmi: vivi

perché non pensi

perché non sai e non vuoi

e ciò che vuoi non vi è.

Vivi nell’oggi

dimentico di te

di quel che sei e non hai.

Vivi dimentico.

 



Vibra

ad altissima frequenza

la mia carne

ed il mio sangue

si scuote

in una frenetica scossa

ed il mio sentire

percorre

ed esplode

in incontabili

direzioni e moti

ed il volere

si perde

tra le spinose frasche

della mia percezione

perduta

nei gomitoli di

emozioni

ed i crocicchi di

passioni

a lacerarmi il petto

ove ogni sentire

amplifica

la propria potenza

distruttrice

e brandelli di seno

e stomaco

cadono

sul freddo suolo

sporco e

ruvido

come il mio

cuore impuro

e mercenario,

gregario

all’anarchico comando

della voluttà

 



quando scherzi col giorno

che è un dito

e roseo ti si presenta

dinnanzi al volto

non sai sorridergli

e severo

ti ordina di consegnargli

il tuo Tempo

ti stupra

e ti violenta

chiedendo il suo conto

Quando giunge il giorno

a chiederti quel che gli devi

esattore del tuo Tempo

non puoi nasconderti

o con le unghie delle sue dita

ti raschierà

sul vetro

del lento rimpianto.

 



il sorriso del sole

in un bacio sul mio occhio

mancava solo un fiore nel quadretto

e la perfezione sarebbe stata vicina

mentre è lontana

chi la ama.

 

si gode del mondo e del vento

accanto ad ogni nostro fratello

 

impugniamo le lance

scagliamo le frecce

 

al vostro odio fraterno

io preferisco fumarmi le mie sigarette.



Ho il mare nella testa

la sabbia tra le dita

tra i piedi e le mani

l’aria

il vento sul petto

e i capelli che danzano.

Ho tutto questo nel cuore

oltre al tuo sorriso

Ma nella realtà dell’ora

ho solo un po’ di silenzio

e per companatico brusio sommesso

E la vita scorre come l’oceano

che vorrei avere davanti agli occhi

mentre davanti agli occhi

ho solo un vuoto

che riflette il mio.



Dispersa vado

su una manciata di strade

dai molti passi

ma voltata e sconcerta-ta

non vedo alcuna impronta mia

 



La tua parola

è il vestito bello della Domenica

che si stira col canto

e si spiega ai discorsi

pieni di domani.

La tua parola

è l’abito del fuochista

dalla fuliggine ripulito

e dalla fatica del pensiero

sporca ed indelebile.

Il sudore della tua parola

trapela dal tessuto della frase

e ti cinge i fianchi,

ma il suo colore si sposa col tuo viso

dunque indosso il tuo sguardo

comoda, allacciando alla vita

il tuo sorriso

LA STRADA



Calpestata dal

mutevole passo

di sparse genti

accalcate

in libere direzioni

vedo il cielo

che cambia

accendendo e spengendo

la luce del giorno come

clandestino

giocatore di dadi

sceglie la posizione delle

stelle

in un brodo infinito

e la obbligata visione

meravigliosa

della volta cangiante

si disperde

sotto il peso delle

umane piante



Sorveglia l’immagine

di questo bicchiere

e ricorda che non sei sola

tra tutta questa gente

Loro ti ignorano

ed in questo luogo

non vi è poesia

se non il momento in cui

la forza della tua penna

si apre la strada in questa via.

Se lo sguardo è incerto

continua a guardare

Anche se l’orizzonte è opaco

continua a scrutare

Il limite è solo una convenzione

od una forma mentale

La sorte si apre

a chi scosta le tende



Bisogno di sentire la Terra

di vederla davanti a me

e trovarla ovunque mi trovi.

Necessità di avere una madre

di tornare alla sua originaria

e mai interrotta potenza

se non che io l’abbia dimenticata

appena iniziato ad abitarla.

Devo sentire di nuovo la Natura

come una placenta

come nel preciso

e irritrovabile

attimo in cui questa mi accolse

viva e corporea

con gemiti di neonata e meraviglia.

Devo riscoprirla

e riconoscerla

ma non si può dimenticare la madre

ed in te rimane il suo odore

come lo sentisti la prima volta:

odore forte di vita.

Attendo la mia rinascita

più matura

e più vicina a casa

più legata ai miei fratelli uomini.

Quando ciò accadrà,

quando io sarò di nuovo con te

in te

per te

non ti dimenticherò più Madre

non ti perderò più.