M.48

 



Ricordo di quando tenevo la testa all’indietro, e la bocca spalancata.
La lingua di fuori, gli occhi chiusi. Le braccia aperte come per abbracciare il cielo.
Ricordo la neve, e di essere stato felice.



Nella notte realizzo quanto la solitudine ci accomuni.
La parola che ci è dato esprimere scivola dimenticata nel sogno,
ed è solo un altro giorno.



I tuoi occhi di cenere blu sorridono e il mio tempo si ferma, ogni colore risalta e cammino su schifo e cemento come fosse un prato, perchè tu sei lì davanti e io non ti ho ancora tra le mie braccia. Aumento il passo ma non basta mai. Se lo trovi, dammi un motivo per smettere di correre.



Sono tre lunghi anni che non ci vediamo, che ho smesso di buttare giù pillole di cui non sentivo l’effetto. Tre anni che non parliamo più, e mio malgrado ne sento la mancanza. Non mi ero mai sentito così bene nel parlare con un muro, un muro con gli occhiali dalle lenti spesse e tonde: parlarti per quell’unica ora a settimana concessami, che talvolta divoravo famelico e talvolta mangiavo lentamente, con lunghe pause tra un boccone e l’altro. Dovevi curarmi; dico “dovevi” perchè quello è il tuo lavoro, e nonostante in parte mi senta meglio e in parte peggio, non mi preoccupo del risultato ottenuto come paziente, perchè seduto su quel piccolo divano davanti a te, mi sentivo in presenza di un amico; dico “curarmi”, ma cosa vuol dire curare? Non c’è male che tenga dentro all’animo umano, perchè non gli è estraneo: ognuno di noi è predisposto e predestinato a soffrire. Sono passati tre anni, e ciò che mi è rimasto di te è il bisogno di vederti ancora, di poterti parlare ancora, di sviscerare me stesso al tuo cospetto mentre tu, impassibile, mi osservi con le sopracciglia folte alzate, registrando la mia voce. Sono quei settanta euro a seduta che mi impediscono di rivederti, e che mi riportano alla realtà in cui sotto sotto non voglio credere: se fossimo stati veramente amici il nostro rapporto non sarebbe stato così; pagandoti invece, ho comprato la tua attenzione.
Mi manca il tuo silenzio che copre il mio rumore.



Risuona intoccabile l’eco
di sogni cosparsi, immersi
nella nebbia persi
della mente lucida,
perplessi specchi riflessi d’oltretomba.



Non mi sono mai stupito di vivere in mezzo agli altri. Mi chiedo se per loro sia lo stesso. In cuor mio, so di non essere diverso, perchè è proprio la mia diversità, così come la loro, a renderci uguali. Nostro malgrado è inutile distinguersi, siamo tutti parte della stessa massa: ora è inverno.



L’impotenza di fronte al potere del tempo
che mi fa sentire piccolo ed inutile
ma anche nella solitudine c’è condivisione
amaro coma che corre a cielo aperto
nudo sotto al camice da ospedale.



Spiega alle labbra che un sospiro può plagiarle:
se restano socchiuse dallo spiraglio s’intravede
che sentirle, accarezzarle, delinearle e poi baciarle
rispecchia nel buio il loro silenzio che cede.



Solo un idiota può credere di essere l’unico povero cinico depresso in mezzo agli idioti.



Chante moi, Lune
de la beauté du desert
son sable rouge, ses dunes…
ou bien chante moi de la mer, Lune
son eau salée, ses vagues…
ou sinon chante moi de l’univers, Lune
s’il est infini ou s’il le fut jadis…
chante moi, Lune.



Siamo gocce di rugiada che il tempo abbraccia e porta via.



Se ci siamo fermati a riposare,
è sempre stato per andare avanti
guardando addietro son proprio tanti
i chilometri fatti navigando in mare

Ricordati di me, sorella luna
che con l’orizzonte ballasti lontano
ancora poco e potrò darti la mano
cullando il mio passo con ogni tua duna

perchè ballasti per me, ne son sicuro
ed io ti voglio, mia luna orgogliosa
quindi attendi me, il marinaio impuro

non creder ch’io voglia proclamarti mia sposa
danzare libera è il tuo solo futuro
ma prima di andare avanti, ti prego, riposa.



Solo una ninnananna potrebbe dissetare il grido insito dentro di me, non per aiutarmi a dormire, ma per svegliarmi.



Dovrei amarti ma l’amore non è un dovere.
Nel diverbio tra due amanti non c’è alcun piacere,
se non il sapore amaro di godere.
Come si fa a dire all’odio “mi manchi”?



Mi risuona nella mente il sussurro del tuo respiro mentre dormi,
il tuo sguardo è incredibile quando hai gli occhi chiusi.



Nella mia mente imperitura
una follia fallimentare alberga
come appassita fioritura
di una squallida stamberga

fallace follia non molto sagace
suppongo tu voglia trarmi in inganno
ma la mia bettola non molto capace
senza volere, non può che far danno

ricordati dunque in vece futura
di colui che ti diede un tale malanno
che ti fu di lezione, ma d’altra natura!

dell’uomo già ammalato ma in pace che,
poichè del male è alto il suo scranno,
vedendoti arrivare ti rese brace.



Magari domani.



Sei stato il tiepido spettatore inconsapevole
non puoi farci niente, non te l’ha chiesto nessuno
nessuno ti ha chiesto se potevamo coinvolgerti
eppure è successo, e ora tu per me non sei più te
sei solo il richiamo, la lama che mi riapre
ti sento e ti odio quanto lei
la mia unica consolazione è averti scaricato illegalmente senza spendere un centesimo.



Mi avvicinerei volentieri al sole
per precipitare in mare
poichè al mare appartengo
ai suoi fondali, ai suoi abissi
ciò che accade in superficie
non mi sfiora nemmeno
appartengo al buio.



Non importa di quale veleno tu ti sia convinto,
in quale prigione tu voglia rinchiuderti
il marmo resta freddo finchè non ti ci stendi sopra
e nudo gli sussurri che domani sarà un giorno migliore.



È strano come per i cazzi miei io non riesca a versare una lacrima, mentre ogni volta che in un film vedo qualcuno sentirsi dire “ce l’hai fatta” scoppio a piangere.



Ti chiamano notte
io ti abbraccio soltanto
se fra le mie braccia trovi riparo
mentre ti cullo e ti canto
ti chiamerò amante



levigo la mia immagine di te,
morbida ti plasmo, mi appartieni
resto seduto e attendo che asciughi
sei fenice in un corpo cangiante
fiamme per morte ma ardendo rinasci
e fiera al mio cospetto ti mostri



Infelice di essere felice, come unico male scelgo di stare bene.



Sono solo carezze sanguinose
la bruma rossa di un bianco abete
nel fiume che ghiaccio custodisce
scorre silenzio distillato, e neve.



Che io sappia, nessuno potrebbe

ne senti ancora l’odore, della salsedine

eppure qualcuno deve averlo fatto

qualcuno deve aver portato via il mare.



lucciole

amare

il silenzio le accoglie.

luce materiale

appare

mogli nel letto, spoglie.



In molte occasioni vorrei piangere. Tutto ciò che riesco a fare, in rari momenti, è versare una singola lacrima. Non penso di essere l’unico e anzi, ogni volta che ci penso, mi torna in mente un ricordo di tanti anni fa. Ho visto, mio malgrado, più e più volte mia madre piangere. Un mio grande delitto che mai potrò perdonarmi è di essere stato la causa, direttamente e non, della maggior parte dei suoi pianti. Ma il ricordo che mi torna in mente, quando riesco a fatica a versare una lacrima, non è quello del pianto di mia madre, bensì di mio padre. L’unica volta che io l’abbia visto piangere. Mi viene poi in mente un altro ricordo, che non saprei collocare precisamente nella mia infanzia, ma lo associo istintivamente allo stesso periodo del primo, trattandosi sempre di mio padre, che mi spiega come per un adulto sia più difficile piangere rispetto ad un bambino quale ero quando me lo disse. Il fatto che io adesso mi immedesimi in questa sua frase, significa che sono diventato grande? Il fatto che io lo abbia visto piangere una sola volta in tutta la mia infanzia non significa che lui non abbia mai pianto altre volte, magari si nascondeva per non farsi vedere dai figli, sarebbe una cosa normale suppongo. Il punto però è: e se quella fosse stata una delle rare volte, forse l’unica, in cui mio padre abbia mai pianto da adulto? Non ricordo il motivo del suo pianto, so soltanto che io avevo parte della colpa, se non tutta. E quindi mi chiedo: se piangere per un adulto è così difficile, e posso dimostrarlo io stesso, allora quanto devo averlo deluso, per esser riuscito a far piangere mio padre quella singola volta?



Da quando l’abisso non si trova più al di sotto, ma sopra di me, riesco a sentire l’inno del clemente silenzio, la pace oscura del buio senz’ombra.



Un fruscio di spuma e la bussola in mano
Andava per la corrente il marinaio
un mondo davanti al signor capitano
che fuggi fuggi sentiva incresparsi l’odore del sale
le vele impetuose col vento sferzante
seguiva andando il turbinio dolce del mare
ascolta il canto libero del galeone errante
nel naufragio s’iniziò a ballare
delirio di un marinaio che si credeva, dei pirati, capitano