N.04

 

Il maledetto ipocrita



Poi disse:
“Mai si scriverà che non sia già
finito
E mai sarà corsivo che non sia passato

E aggiunse
come un monitor per chi
fosse passato:
“Provate a credere alle mie parole
adesso!

Roma, termini.



Bonaiuti Vincenzo
de l’Impresa Restauri
che l’ho fatta coi fondi
dell’Unione Europea.
Cinque anni so’ stato
In galera e ora so’ divorziato
e nemmanco so’ ‘ndove dormo
stanotte. Mi moje, che vòi…
Cinque anni a ‘na donna
je brucia la fregna!
Lei già troppo santa
a veni’ a settimana
ai colloqui, ca ‘a scusa
de portà mi fija.
Che c’ha ventidu’ anni.
E poteva benissimo veni’
da sola. Ho ‘na fija,
‘na rosa.

É che qua me conoscono.
Se c’avevo n’amante, mo’…
Se c’era n’amante, mi moje
‘o sapeva prima de me
e co’ tanto che qua
nun ce sto quasi mai.
Solo a fa ‘r cojone ce sto.
A fa lo stronzo che
nun so dove dormì neanche.
C’hai ‘n pezzettino de cartone? -
Che ‘na piotta c’ho!
No, per un filtro -
Cinquant’anni c’ho io! Tondi!!
E sto a famme le canne.
Però a vorte fa piacere,
quanno me salutano.
Ner bene e ner male,
che la gente te riconosce
nun me dispiace.

Sui Palmi



Cenere di vita
Prima di farsi terra
Prima di essere sasso

Pasta di lievito madre
Terra che assume la forma del mare
L’oceano

Conosce qualcuno la trama del lino?
Se c’è chi ha contato le righe alle coste di sedano,
Chi sa riconoscere l’ebano
Chi vive di mare
Lo sa come brilla l’alone
Dei cerchi incrostati di sale,
S’accosta se il vento lo chiama.

Il limo
Che affonda le mani
Nei giovani che lo raccolgono
Lento, pulisce la storia,

La lava

La terra
Che nuota nel buio
Che sogna la voglia di farsi mare,
Si sveglia in un bagno di valli
E di dune nere.
La sabbia che cuce le sere

Indora

La prossima aurora



Riapro gli occhi
e vedo nella stanza
la mia finestra azzurra
ed era nera prima.

É luce della luna
É cielo che schiarisce

É luce della luna
ombra celeste a strisce chiare.
Quando si lascia la casa del mare
la sera d’estate finisce.

É l’ora in cui scompare, l’una
che si esaurisce.



Sante risate nella mia vita
piccolissima,
tante parole complicate e invisibili
calci e invincibili ganci.

C’è una rissa tra i santi sul treno
di pugni e di baci,
ne volano le parole dei ragazzini
e sfiorano le carezze dei ragazzacci.
Almeno, qualcuno, dipinto di nero,
sorride
nascosto in un timido gesto
di pianto

e presto fiorisce l’inchiostro
bianco.



La presa di Fiume

 

I – Unico Atto – I



I

- Nella memoria galleggiano grandi banchi di ricordi
ogni frammento é un isola
intorno, il mare del nostro passato,
quello che abbiamo pensato -

Le mie acque però sono a colori
e parlano e disegnano di forme che dovresti vederle
che sembra tu le abbia già viste,
disegni animati che bloccano le mie dinamiche della memoria
che sembra tu le abbia intraviste
ma le hai perse.

“Forse tardi poi ritorneranno” é la
giusta soluzione al vuoto fatto
di lettere scritte. In un anno..
Milioni chissà”

La storia rimanda ad altro.
La mia storia rimanda un’occhiata
a chi come me ne ha intravisto il continuo
dall’alto.

“saltella di sangue
e strapazzati in mano la carne
che salta chi langue sta fermo chi esulta!”

Riesco a vedervi attraverso
soltanto scrivendo,
lo riconosco.

II

Adesso però sento come di essere fluido in un fluido
Di non poter proprio cadere
se anche saltassi su un filo.

Più avanti mi ingelosisco
di quello che spero mi accada
ogni giorno.

Inizio a difenderlo oggi e già lo ferisco per sbaglio
(Lo faccio da sempre del resto
oggi di nuovo, di meno però).

Il risveglio della primavera qui é il campo che cresce da mietere
“Come aprire la porta e andare a lavorare”
Una liberazione che ne garantisce la prossima

“Siamo sarcastici”
É vero.

“Un gobbo al portone di un cinema
strappa i biglietti e richiama i clienti.
La senti, la senti? La gloria?”

Io sento la storia.

Grandi Atti



Tutte per te
qualcuna per le altre
operazioni con il cuore
aperto fatte col compasso.
Magari un giorno ti capiterà
vedrai sui muri della tua città
le sanguisughe usate nel salasso.

Torcicollo



Crapule, pasti e vinacci cremisi
e cosce di pollo al futuro
brindiamo.
Ciarlando di intingoli che ungono i baffi
si torcono gli occhi nell’incavo
e sbirciano te alla mia nuca
che accosti una mano alla guancia,
ti aggiusti un ciocca, mi trovi
allo specchio:
gigantografia di sposi da festa,
lei alta turchese
una mano alla testa di lui
che disossa distratto
le cosce di pollo al futuro
pensando.
E tutto è già fatto
Il da farsi è il mio pasto,
è la foto ritratto che salva lo specchio
e scompare di un passo e ritorna ed incede,
poi pare una scatola vecchia
con dentro le cene, una ciocca,
i miei occhi di vetro, le cosce di pollo,
il futuro, un foulard
per il mio torcicollo.

Io e la montagna



Se alla montagna
il vetro la neve riflette
dissacri col fulmine azzurro
di sguardo le vette riflesse,
le porti diverse
quando se ti racconti
mi devi.

Ti ho disegnato rigido
il profilo dell’immensità
sul volto
ché troppo spesso
tra me e la montagna
le nevi di te impedivano il passo.

E ora che
al sole si scioglie
la mia errata presenza
quell’infinito che avevo dipinto
si screzia spontaneo
di colori suoi:
è un’alba brillante e slavata.
la neve fa parte di me,
è il tuo riflesso
sulla mia fronte sudata.

Tra certe facce ricorrenti



Sciacquettìo di bimbi nella pioggia
e appena nati strillano gli sguardi,
gli occhi tondi, e chiedono la pappa.

Quest’inverno ha già brinato le porte lontane
mentre allungano le mani i volti che conoscerai.

Se mai col naso tu m’indicherai la strada
dove accoglierli, tra questi
ti ricorderò come la donna a cui mi regalai.



Calcolami tra i tuoi passi e, cadenzato,
cantami cosa ricordi se mi incontri.
Trepido ed esposto sussurai “ricordami,
ho scordato il tempo che mi regalò i tuoi incontri”.

Tu, Maria



Al rosso mi hai fatto pensare
arioso pensarti pensare
il tuo volo scomposto
e planare
. . .

Chissà quanto ridi
quand’io non ci sono e i tuoi fili
s’intrecciano e già vuoi scappare
per dirti parole che non conoscevi
e battere i denti
fra i venti e le navi di carta.
Tu, l’unica apostola,
certo lo sai (e non sai se fermarti)
che fremo, che voglio impagliarti.



Un fortunale sei e fischi
lanci acuta e piangi d’odio
l’olio caldo a grappoli dall’alto
e lavi impenitente la mia strada
fino a cancellarne il segno
dall’asfalto.

Vai poi a cercare di capire che cazzo è l’amore



Tutto sbagliato tutto fatto male
e continuiamo a farlo così
a dissacrare a voce
al nostro fango
quest’epifania predetta
e già compiuta
e a compiersi;
un figlio alato
abbandonato all’angolo
della mia brutta fantasia,
che malamente
cresce

Calvizie spirituale



Vorrei strapparmi
di scalpo
la vita di testa
seguita fin qua
ed essere calvo
sincero
realistico
alla mia età .

PIATTISSIMO #1



Eccomi che mi lavo i denti
Che mi guardo i denti
-Marina mi prendi la carta dillà-
Mi dico -se pensi una cosa dilla-

Eccomi che sto masticando
Che mangio masticando
Che mi guardano se mangio -anche se parlo-
Che li guardo ma non so se è educato farlo

Ecco, mi siedo e sottolineo parole
Ecco che imparo parole
-Ecco perché poi mi sembra di ripetere sempre le stesse parole-
Eccomi, per un attimo, che mi accorgo, mentre parlo, di pensarle

Ecco qua cosa ho capito:
Ho capito che voglio essere capito
-Ma a quanto pare voglio essere capito per quello che dico e che penso, e non per tutto il resto-
Insomma eccomi qua, in arresto.



Nella luce di un’aura in testa
tingo un tramonto a porpora imperiale
su tutto il resto della mia vita
e lascio un punto luminoso sulla morte.

Chiuse le porte



Chiuse le porte
La porta, invenzione distratta
La mesta tensione inadatta
Dei vivi alla morte

La spia d’una finta distanza
Che attende il coraggio d’un polso
Del caldo del palmo d’un uomo
Nel portico d’una esistenza

Nuova Fine



A grappoli scinti,
scissi dalla vite
piovono i sudori persi
da un’infanzia in casa.

Scendo tra le cime abbandonate al sonno,
vestono un futuro che si scrive immenso,
che si dipinge di colori nuovi
sbordando dai confini dei suoi giri in tondo.

Rivalsa allontanata dall’origine,
fuliggine della via nuova,
avvampa e increspa gli occhi
di un me che al puro, o per ignoranza
prima o vinto da una strana gioia,
credeva ed ora chiacchiera,
virgola, apostrofa sè
come oggi fittizio
come se fosse nato
senza inizio.

Un mezzo



Riparte e
l’inerzia tradisce
le pose di chi s’addormenta
da sveglio sul tram.
La cripticità non c’aiuti,
risorga la piatta
risata di plastica
la multietnica
pace
a saziare gli istinti,
la linea d’un tram
che rasente la soglia
dell’uomo si spezza
e riparte

Tre



Quanto mi volsi a cercarmi,
quant’ ora mi cerco.
Così giunsi all’ olimpo di
me stesso.
Così cerco rimedio
a me
disperso
.

Due



Tornava il pensiero di te
talvolta di rado
ora mai
eppure compari fantasma
ti svincoli tra le
fugaci ed instabili idee
che feci e che restano a me
dell’amore.

Uno



Inesprimibilmente
la serpe del presente tuo
sentire, collegare mi blocca
il ricordo. Scompare chi e’ stato
fra il mio ed il tuo.

Primi concetti



Quando, portato da voi
- ma sorretto da chi? -
io mi persi,
teneste di me la carcassa
le ossa
ma i resti impigliati
sgualciti e tirati da un lembo
legati alla rete di questo
costante intrecciarsi di voci
di luoghi, di volti
restarono, lividi muscoli
inerti che mai non rivolsi
e mai mossi alla vita.
Ed io nel mio placido nido
già lasso, impotente
percosso dal loro ricordo
dilanio me stesso
nel vivere incondizionato
che ho.
Bugiardo, ne soffro
e sorrido del mio disinganno
sorrido di mia sofferenza
sorrido e dal vetro di questa
la vostra esistenza
mi pare
la mia inefficace realtà.