N.04

 



Riapro gli occhi
e vedo nella stanza
la mia finestra azzurra
ed era nera prima.

É luce della luna
É cielo che schiarisce

É luce della luna
ombra celeste a strisce chiare.
Quando si lascia la casa del mare
la sera d’estate finisce.

É l’ora in cui scompare, luna
che si esaurisce.



Sante risate nella mia vita
piccolissima,
tante parole complicate e invisibili
calci e invincibili ganci.

C’è una rissa tra i santi sul treno
di pugni e di baci,
ne volano le parole dei ragazzini
e sfiorano le carezze dei ragazzacci.
Almeno, qualcuno, dipinto di nero,
sorride
nascosto in un timido gesto
di pianto

e presto fiorisce l’inchiostro
bianco.



La presa di Fiume

 

I – Unico Atto – I



I

- Nella memoria galleggiano grandi banchi di ricordi
ogni frammento é un isola
intorno, il mare del nostro passato,
quello che abbiamo pensato -

Le mie acque però sono a colori
e parlano e disegnano di forme che dovresti vederle
che sembra tu le abbia già viste,
disegni animati che bloccano le mie dinamiche della memoria
che sembra tu le abbia intraviste
ma le hai perse.

“Forse tardi poi ritorneranno” é la
giusta soluzione al vuoto fatto
di lettere scritte. In un anno..
Milioni chissà”

La storia rimanda ad altro.
La mia storia rimanda un’occhiata
a chi come me ne ha intravisto il continuo
dall’alto.

“saltella di sangue
e strapazzati in mano la carne
che salta chi langue sta fermo chi esulta!”

Riesco a vedervi attraverso
soltanto scrivendo,
lo riconosco.

II

Adesso però sento come di essere fluido in un fluido
Di non poter proprio cadere
se anche saltassi su un filo.

Più avanti mi ingelosisco
di quello che spero mi accada
ogni giorno.

Inizio a difenderlo oggi e già lo ferisco per sbaglio
(Lo faccio da sempre del resto
oggi di nuovo, di meno però).

Il risveglio della primavera qui é il campo che cresce da mietere
“Come aprire la porta e andare a lavorare”
Una liberazione che ne garantisce la prossima

“Siamo sarcastici”
É vero.

“Un gobbo al portone di un cinema
strappa i biglietti e richiama i clienti.
La senti, la senti? La gloria?”

Io sento la storia.

Mentre Morivi



Alzavi un occhio lucido a singhiozzi
volevi forse prenderne il contorno sulla retina
vederne il riflesso
e finalmente diffidavi di te stessa
e di quell’ombra che ti eri colorata sulla schiena.
Ti vedessi rifarlo un’altra volta oggi
ti vestirei dei mille baci che ti ho sempre dato
con quella cura che non ho usato mai
ti vedrei ridere come una sposa in nero
che piange latte
per ridipingersi la felicità.

Grandi Atti



Tutte per te
qualcuna per le altre
operazioni con il cuore
aperto fatte col compasso.
Magari un giorno ti capiterà
vedrai sui muri della tua città
le sanguisughe usate nel salasso.

Àncòra



È un tuo ritratto bianco
vuoto come un salotto
è nebbia di matita che ritorna
tra le rughe del muro riaffiora,
la notte. Quasi si fonde col mare
e le strisce di terra a orizzonte
nel mare col mare confonde.
Comprenderlo è come provare a legarne le onde.

Ma una di queste volte
una di queste volte giuro che riallaccerò le scarpe
e dimenticherò del suono e del suono del colore
delle parole che ti raccontavano.
Sarai la storia semplice
di quadro semplice
Scordata e senza musica
spiegata in punta di foglio.
A un tratto ricordarti nuda
sarà poco di più che una ditata a una finestra
un buco nella polvere
la traccia lucida di ciò che c’era prima
che aprissi all’Anima e ricominciasse
a correre.

Torcicollo



Crapule, pasti e vinacci cremisi
e cosce di pollo al futuro
brindiamo.
Ciarlando di intingoli che ungono i baffi
si torcono gli occhi nell’incavo
e sbirciano te alla mia nuca
che accosti una mano alla guancia,
ti aggiusti un ciocca, mi trovi
allo specchio:
gigantografia di sposi da festa,
lei alta turchese
una mano alla testa di lui
che disossa distratto
le cosce di pollo al futuro
pensando.
E tutto è già fatto
Il da farsi è il mio pasto,
è la foto ritratto che salva lo specchio
e scompare di un passo e ritorna ed incede,
poi pare una scatola vecchia
con dentro le cene, una ciocca,
i miei occhi di vetro, le cosce di pollo,
il futuro, un foulard
per il mio torcicollo.

Io e la montagna



Se alla montagna
il vetro la neve riflette
dissacri col fulmine azzurro
di sguardo le vette riflesse,
le porti diverse
quando se ti racconti
mi devi.

Ti ho disegnato rigido
il profilo dell’immensità
sul volto
ché troppo spesso
tra me e la montagna
le nevi di te impedivano il passo.

E ora che
al sole si scioglie
la mia errata presenza
quell’infinito che avevo dipinto
si screzia spontaneo
di colori suoi:
è un’alba brillante e slavata.
la neve fa parte di me,
è il tuo riflesso
sulla mia fronte sudata.

Tra certe facce ricorrenti



Sciacquettìo di bimbi nella pioggia
e appena nati strillano gli sguardi,
gli occhi tondi, e chiedono la pappa.

Quest’inverno ha già brinato le porte lontane
mentre allungano le mani i volti che conoscerai.

Se mai col naso tu m’indicherai la strada
dove accoglierli, tra questi
ti ricorderò come la donna a cui mi regalai.



Calcolami tra i tuoi passi e, cadenzato,
cantami cosa ricordi se mi incontri.
Trepido ed esposto sussurai “ricordami,
ho scordato il tempo che mi regalò i tuoi incontri”.

Tu, Maria



Al rosso mi hai fatto pensare
arioso pensarti pensare
il tuo volo scomposto
e planare
. . .

Chissà quanto ridi
quand’io non ci sono e i tuoi fili
s’intrecciano e già vuoi scappare
per dirti parole che non conoscevi
e battere i denti
fra i venti e le navi di carta.
Tu, l’unica apostola,
certo lo sai (e non sai se fermarti)
che fremo, che voglio impagliarti.



Un fortunale sei e fischi
lanci acuta e piangi d’odio
l’olio caldo a grappoli dall’alto
e lavi impenitente la mia strada
fino a cancellarne il segno
dall’asfalto.

Vai poi a cercare di capire che cazzo è l’amore



Tutto sbagliato tutto fatto male
e continuiamo a farlo così
a dissacrare a voce
al nostro fango
quest’epifania predetta
e già compiuta
e a compiersi;
un figlio alato
abbandonato all’angolo
della mia brutta fantasia,
che malamente
cresce

Calvizie spirituale



Vorrei strapparmi
di scalpo
la vita di testa
seguita fin qua
ed essere calvo
sincero
realistico
alla mia età .

PIATTISSIMO #1



Eccomi che mi lavo i denti
Che mi guardo i denti
-Marina mi prendi la carta dillà-
Mi dico -se pensi una cosa dilla-

Eccomi che sto masticando
Che mangio masticando
Che mi guardano se mangio -anche se parlo-
Che li guardo ma non so se è educato farlo

Ecco, mi siedo e sottolineo parole
Ecco che imparo parole
-Ecco perché poi mi sembra di ripetere sempre le stesse parole-
Eccomi, per un attimo, che mi accorgo, mentre parlo, di pensarle

Ecco qua cosa ho capito:
Ho capito che voglio essere capito
-Ma a quanto pare voglio essere capito per quello che dico e che penso, e non per tutto il resto-
Insomma eccomi qua, in arresto.

La mattina cerco



La mattina cerco
di ricordarmelo
bere un bicchiere d’acqua prima del caffè,
così io sciolgo la mia avanzata immobile
verso quel tu
verso il dovere
verso quest’anima irresponsabile
che mi affastella
in testa le sue voglie
e mi urla buttati

nel
frattempo
preparo il caffè.



Nella luce di un’aura in testa
tingo un tramonto a porpora imperiale
su tutto il resto della mia vita
e lascio un punto luminoso sulla morte.

Fumo



Fumo davanti una porta di casa
e fisso l’asfalto bagnato cambiare colore
con altre due ombre
entrate in iscena di fianco a me.
Su quattro gradini questo dialogo muto
ci stanca gli occhi
ci fa sudare questa città sotto i cappotti.

Davanti s’inceppa, singhiozza un lampione e
mi ammicca
cantando quell’aria di strada di casa
con voce diversa.
Qualcuno tossisce, mi chiamo
da dietro le quinte
ed esco da brava comparsa.

Chiuse le porte



Chiuse le porte
La porta, invenzione distratta
La mesta tensione inadatta
Dei vivi alla morte

La spia d’una finta distanza
Che attende il coraggio d’un polso
Del caldo del palmo d’un uomo
Nel portico d’una esistenza

Nuova Fine



A grappoli scinti,
scissi dalla vite
piovono i sudori persi
da un’infanzia in casa.

Scendo tra le cime abbandonate al sonno,
vestono un futuro che si scrive immenso,
che si dipinge di colori nuovi
sbordando dai confini dei suoi giri in tondo.

Rivalsa allontanata dall’origine,
fuliggine della via nuova,
avvampa e increspa gli occhi
di un me che al puro, o per ignoranza
prima o vinto da una strana gioia,
credeva ed ora chiacchiera,
virgola, apostrofa sè
come oggi fittizio
come se fosse nato
senza inizio.

Età



Vorrei veder esplodere di foglie
gli alberi, di simboli diversi
esprimere
Vorrei
la comprensione uccisa
dall’una verità
troppa e superflua,
la vita nuda sfatta
e grassa, dionisiaca.
Vorrei la sintesi della fatica
la linea calda e ispida
della necessità.
Forse sarà palpabile
la fine allora

Un mezzo



Riparte e
l’inerzia tradisce
le pose di chi s’addormenta
da sveglio sul tram.
La cripticità non c’aiuti,
risorga la piatta
risata di plastica
la multietnica
pace
a saziare gli istinti,
la linea d’un tram
che rasente la soglia
dell’uomo si spezza
e riparte

Tre



Quanto mi volsi a cercarmi,
quant’ ora mi cerco.
Così giunsi all’ olimpo di
me stesso.
Così cerco rimedio
a me
disperso
.

Due



Tornava il pensiero di te
talvolta di rado
ora mai
eppure compari fantasma
ti svincoli tra le
fugaci ed instabili idee
che feci e che restano a me
dell’amore.

Uno



Inesprimibilmente
la serpe del presente tuo
sentire, collegare mi blocca
il ricordo. Scompare chi e’ stato
fra il mio ed il tuo.

Concetti



Quando, portato da voi
- ma sorretto da chi? -
io mi persi,
teneste di me la carcassa
le ossa
ma i resti impigliati
sgualciti e tirati da un lembo
legati alla rete di questo
costante intrecciarsi di voci
di luoghi, di volti
restarono, lividi muscoli
inerti che mai non rivolsi
e mai mossi alla vita.
Ed io nel mio placido nido
già lasso, impotente
percosso dal loro ricordo
dilanio me stesso
nel vivere incondizionato
che ho.
Bugiardo, ne soffro
e sorrido del mio disinganno
sorrido di mia sofferenza
sorrido e dal vetro di questa
la vostra esistenza
mi pare
la mia inefficace realtà.

(senza titolo)



Vago v’è un alito in casa
s’annusa sui mobili decomponibili
dalla cucina sino alla lampada della terrazza,
sino al venuto ed andato via
e ad ogni immagine che questo lascia
degli altri giorni,
di giornate altrui.
Spirando, giunge a me da me medesmo
e se temerlo o riderne non so.

Dal basso.



Ma che fremito dunque,
che voglia o che noia di voi
vi fa tali ?
che usate premura a coprirvi
e nudi mai visti
vi siete, o guardati.
mai stati squamati
mai puri.

Io glabro ridente v’ammiro
piegati al dolore e sorrido
sorrido per ore.
Non che io gioisca alla vista
pietosa di voi sofferenti
ma sì chè impedisca d’avermi
alla noia il piacere di star sulla rocca
di me con lo sguardo
sul male che sotto imperversa
e mai tocca.

Ma brama attenzione ed il tempo
richiede la vostra alla mia volontà
di valere.
Sirene dementi e farneticanti.
Terribili e disinibite. Serene
puttane sgraziate
ma provocatorie
tacete, tacete
e lasciate che torni a dimora
chi prima rideva di voi,
che viva pur anco da ora.