N.13

 

Non una bensì due volte



Ancora di riso scoppiava ‘l volto,
che un lustro di botte e insulti e sirene
affatto avean stravolto,

dell’uomo che allora, senza catene,
correndo veloce dimenticò il tempo
con l’indice in alto mostrato per bene.

Il primo miglio sotto il maltempo
con le gambe corte percorse in un verso.
Arrivò alla corte di un re perditempo,

padrone assoluto di un popolo terso
e di campi defunti di riso e di miglio,
e mai ei fu volto e ancor meno perso.

Fu della regina il pallido figlio
a iniziarlo ai riti della biblioteca
i cui muri splendean di un rosso vermiglio

e che al centro tenea vistosa una teca:
un’ancora d’oro ricamata e squisita
s’univa a una botte e a un’anfora greca

sulla faccia d’un libro consunta e sbiadita.
“Né denari né eserciti, e nemmeno gioielli
contribuiron del regno a render scolpita

la memoria fastosa in molti altri castelli.
Fu bensì questo coso, apocrifo e immondo,
che non svela segreti con magnifici orpelli,

ma che cela il suo testo per intero nel fondo.
Mille pagine d’indice e di note inventate
che conducono a un verso quantomeno facondo:

«Dei miei mari, sirene, le tre morti cantate»”.
Ma ben presto, vedete, il nostro libero amico
alle spalle lasciò quel fluir di stronzate.

Sale e sabbia



Ho scritto di notti in bianco
di domeniche assenti e di crocchette ai cani.
Ho scritto di questa poesia in tutte le altre
che sono passate di qui come onde di oceano
modellando la spiaggia che ora modello
riempiendo l’aria con il mio tonfo
e lasciando il segno della mia schiuma.
Venite qui ad osservare
un uomo che vive giornate
di ventiquattro secondi e le dimentica.
Siete qui per controllare
che nessuno scopra
che il suo amore dura meno della luce.
E ve ne andate senza sapere
di avere i piedi bagnati
e pieni della mia sabbia.



Correremo via
con i cuori lucidi e gli occhi a mille.

Gonna



Oggi non scrivo
e vivo un po’ meno.
Ma tu balla
e lascia che voli
dentro me e tutti gli altri
quel petalo tondo
che è leggerezza.
Poi incolla il profumo a tutti i miei denti
e senza parlare
con mano paziente
il mio vuoto estatico,
passando, accarezza.

Nel bianco



Cammino in bilico
sui fili della controcorrente.
Potrei volare
in terra, tornare
alle radici. Dare ascolto
a quegli amici che
mi dicono: “non scappare”.
Oppure lasciar cadere l’asta
affidarmi al solo orecchio
e scivolare
lento.
Respiro solo flutti
a ritmo irregolare
nel bianco.



Vieni qui e cerca sconforto
inadempienza e pallore.
Vedrai mani secche che scavano,
occhi consunti dai tanti traslochi.
Sentirai poche parole
biascicate e stanche
corrotte.
Il secondo figlio è morto.
Il brodo è freddo
la stufa, spenta
gli sguardi, strappati
ancora.
Una lampada ad olio taglia la stanza
con un giallo perso.
Fuori c’è vento
e il secchio sbatte
giù, nel pozzo.

La mano del padre cade sulla fronte accartocciata.
La lacrima della madre non cuce più:
scende, e non bagna.



Ridammi i tuoi occhi
appesi alla luna
dondolanti, come la virgola sotto al punto
;

Vorrei avesse il suo nome



È passata:
gli occhi furiosi
d’angoscia si rompevano
come si rompe il lago ghiacciato
sotto il piede del bambino incauto.
Ma non una crepa sulla superficie
perfetta del labbro socchiuso.
Un sapore di agrumi.
E la certezza di
averla amata
così.