N.14

 

A. (Acheronte)



Tu di’ che sto tornando,
quando vedrai il mio corpo sfinito lasciare quella sponda ondeggiando
Tu di’ che sto tornando,
quando mi confonderai dolorante fra le acque
Tu di’ che sto tornando,
quando dopo il buio verrà un altro sole
Tu di’ che sto tornando,
se la luce segnerà ombre nelle parole
Tu di’ che sto tornando,
se poi la voce più importante fu quella che tacque
Di’ che sto tornando, che sto tornando,
se ancora non avrai capito in quale direzione io stia andando

Tizzone



Lancio gli ultimi bagliori
Mentre sono sempre meno brillante
Meno bello
Guardo con doloroso sdegno il fuoco che un tempo mi arse
Consumare quel poco che avanza di me
Vedo il mio corpo, un tempo straripante di arrogante e fulgida bellezza, sciuparsi impotente
Osservo, tra le lacrime nere che sporcano i miei resti,
quei segni violacei, che un tempo erano libido, macchiarmi il volto
Contemplo l’ultimo lapillo di sentimento abbandonarmi.
La scintilla è persa, non illumino più,
La carne ormai è gelida.
È tempo

 

A Pace



Vogliamo sempre amare ma nessuno sa il perché,
Ci si affanna così tanto nella ricerca di quell’uno
che alla fine non troviamo più noi,
Come se entrambi non potessimo esistere.
Dov’è quel che ci è stato promesso?
Quel `ίστον che giuriamo quando siamo pronti? (Per cosa poi?)
Per perderci, per l’Irene che tanto cerchiamo o per rincorrere qualcos’altro che non sia uno specchio?
Forse avevi ragione tu: quel greco sbagliò,
il tagliarci a metà fu un dono,
Ma allora perché le mie gambe continuano a muoversi?

Questo cuore non è un albergo



Si presentano tutti allo stesso modo,
Sempre con quel sorriso di chi si pregusta il banchetto avendo portato solo forchette e piatti,
consci di trovare i coltelli sulla mia schiena già imbandita.
E si abbuffano, sputano, vomitano,
Per poi rituffarsi nel turbinio del loro gozzoviglio, convincendomi
che i liquami fra le ciocche mi donino,
che la merda sui pantaloni in fondo non si nota neppure,
che devo smettere di tremare se sento odore di caffè,
Perché è per il mio bene,
pulire tutto non ti fa sentire il rumore della porta che sbatte

ἐπίοίμος



Parlami, oh aedo,
di colei cui porto il volto,
e del perpetuo dolore che ti costrinse ad ardermi,
Per poi farmi rinascere dalle arabe ceneri
solo per poter dire che pure io ti abbandonai.
Piangi per me, oh folle,
narrando di come hai preferito il familiare pugnale
allo sconosciuto ulivo e ai suoi frutti,
solo per poter avere ancora di che scrivere
nella notte a cui hai sottratto anche l’ultima stella

Ippolito



Tu chiamami così,
Poiché attendo in un bocciolo della più remota foresta,
Perso fra mille altri ormai dischiusi al sole.
E grida il mio nome,
Se mai mi cercherai nella selva dei corsivi
Per ottenere ciò che ancora non avevi colto di me.
Disperati nel suo echeggio,
Quando appassirai tra i miei resti,
Che furono straziati dopo che mi fu chiesto di amare l’impossibile

Calma piatta



Penso sempre al giorno in cui ti ringrazierò,
Quando nel girarmi la mattina i miei occhi saranno sostenuti da un morbido respiro,
E non dal libro di quel maledetto suicida, che sfioro ogni notte con polpastrelli tremanti e zuppi di incubi.
E come corre la testa a quel pomeriggio,
In cui potrò rivedere le increspature agli angoli nel turgido mare del tuo viso, senza il dolore al pensiero di quanti lo abbiano solcato poiché l’esilio con la nereide m’è più dolce.
Oh, quanto sarà bello invece tornare di notte sui fiumi e sulle spiagge che ci hanno fatto innamorare, ognuno aggrappato al suo nuovo ormeggio, con le funi che ci sfregiano i palmi, il vento che urla al posto nostro
e la corrente,
che finalmente potrà portarci via,
Inabissandoci per sempre nei mille fondali
Che ci hanno conosciuto

Tu àncora



Piango per non ridere
Mentre confondo scritti schiaffi per carezze,
Rimango sempre cenere
Ma vedo i tuoi epitaffi come incertezze,
Infin non mi hai aspettato, questo è il mio pungolo e rimpianto,
Mia Regine solo di fato, lui di me un briciolo soltanto.
Diventando il mio Zeus aristofanesco,
Iniettando protheus nel mio amore grottesco.
E di nuovo dici di andare,
ma rimaniamo incatenati ogni volta che cambi via,
E il tuo uomo potrai amare,
ma io e te siamo macchiati dalla stessa follia

D.B.P.: Disturbo Borderline di Personalità



Sudo, tremo,
Ogni cornice racchiude un taglio e gronda sangue,
Viscido, caldo,
Lo sento pulsare nelle tempie, permeare la gola e colare
Lento, inesorabile,
Le grida mutano in soffusi gorgoglii mentre le membra compiono archi inconsulti
Annaspo, soffoco,
Poi la vedo,
Una sottile linea di un colore che deve essere ancora inventato,
La calpesto con i carpi, arrancando,
Anche oggi non sarò lasciato da solo

Per sempre mai



Sorride, lo fa sempre,
La cosa dovrebbe stupire ma è così,
Sempre il primo a ridere,
Sempre il primo a bere alle feste,
Sempre la fiamma accesa anche quando il vento è così forte che dilania gli ombrelli e storpia le acconciature,
Sempre composto, sempre educato, sempre brillante,
Sempre il buffetto della nonna a Natale,
Sempre l’amore segreto e mai dichiarato di coloro che lo meritano,
Sempre l’ennesimo pasto per bambine affamate di vita matura,
Sempre il ragazzo perfetto che tutti vogliono e nessuno prende,
Sempre quello felice, ovvio, perché chiederglielo?

Morte per Rinascita



Eccomi qui, non c’è spiegazione,
è andata così e tu avevi ragione
Ma odio che l’amore reciso diventi furore
e poi rancore deciso mentre passan le ore,
Che ci sia il terrore dietro ad ogni sorriso,
che il suo calore abbandoni il mio viso,
che la vita scemi e perda valore,
Quindi voglio l’uscita da questo dolore.
E sono pronto a farlo, con ogni mezzo,
mi rivolgo a te, mio tarlo,
qual è il tuo prezzo?
Dopo tutto questo tempo, mi hai risvegliato,
ma il lutto e il suo memento io non ho dimenticato,
Il tuo testo inespresso, diventato ormai vecchio,
un riflesso represso, confinato nello specchio.
Ma sarò con gioia questa abnegazione,
e farò da boia nella tua disperazione,
Ergo prendi quel coltello e puntatelo al petto,
cavati il fardello che genera ogni affetto.
Ora con me solo potrai vivere, gli altri tienili lontani,
nessuno ti può uccidere, se arrivan prima le tue mani,
che non trovano più sbocchi, ma di sangue sono piene:
Stai tranquillo, chiudi gli occhi,
non andrà tutto bene

Fuoco di carta



Hai mai provato a dare fuoco ad un foglio?

Anche quando la fiamma sparisce, lui continua a bruciare
E quella sottile linea vermiglia,brillante ma languida
Lo consuma, lo annerisce, lo tramuta in cenere
Ecco, la cenere
Perché sebbene lo distrugga,
Quel rivolo incandescente lo rende libero
Libero di librarsi,
Libero di perdersi nell’aria

Quindi non chiederti perché io pianga, anche se non voglio
Chiediti se sei fiamma, perché io sono foglio

Delirio onnipotente



Costretto nel profondo
resto noto ma silente,
aspetto e mi nascondo
nel suo sguardo vuoto e assente.
E sempre ci sarò, finché avrà dolore,
mai permetterò che mi ceda per l’amore.
Quindi di notte mi paleso e negli incubi lo strazio,
la paura ormai l’ha preso e io mi sento sazio.
Tutto era perfetto, ma lei non lo saprà
te lo avevo detto:
sono io la tua metà



Leggimi

Strappami

Tienimi

Amami

Odiami

Disperati

Gioisci

Fai di me quello che vuoi,

in ogni caso lo farai vivendo.