N.15

 



Nello spettro vermiglio del sole calante
ritorneremo torrenti di fuoco.

Adius



Sono sterile come un ago sterile;
sessanta battiti non fanno un cuore,
l’attaccamento è l’unico amore;

Una diaspora di me in me.



Ci pensi mai al respiro dei sassi?

Al respiro dei sassi dentro al torrente
sommersi dall’impeto della corrente
dove ogni pausa può esser la fuga.

[ loro piangono sempre
se il torrente si asciuga ]

In vitro #4



L’essere perfetti è un bisogno greve,
apparire invidiabile agli occhi altrui!
Ma fissa nella mente nei tuoi giorni bui
che non ci son sbagli nei fiocchi di neve.

Casus belli



Eravamo capricci d’inverno,
d’inverno, d’amore e di morte oramai.

Ma quello che so tu sola lo sai
e quel che io ho
è quel che non sono,
è quel che non devo,
è un bassorilievo
di me e di te.



Altro io non posso fare
che ascoltare;
ed ascoltare
il rumore bianco del mio cuore
ed il mare,
sempre il mare.

Schizzi di spuma dolce
m’invadono il torace
e tutto il mondo tace,
ma non il mare,
mai il mare.

In vitro #3



Un’anziana signora dinanzi a me corse
con tanto di fiasca di vino odoroso
urlando che vivere sarebbe noioso
se non si cercassero le oasi dei forse.

In vitro #2



Nei giorni di crisi sospetto di un guizzo
di scorse passioni e di sudici baci
ma le fiamme passate ormai sono braci
nel quadro di me ora c’è solo uno schizzo.



Ieri ho fatto un calco in gesso
del tuo respiro in me dischiuso,
per portarlo sempre chiuso nella borsa,
per portarlo nel dominio di me stesso.

Il colore principale lo farò
con il succo dei sorrisi germogliati all’imbrunire,
con lo strascico dei passi che ci fanno allontanare,
e poi lo tingerò tutto
quel respiro tenue e trasparente,
e per sempre
in ogni dove
mi raddolcirai la mente.

In vitro #1



Lo sai che di notte si fa più l’amore
perdendosi lesti nelle vie dei flutti,
si piangon di meno i giovani lutti
che anche i cadaveri ispiran tepore.



E Cartagine continua a bruciare,
come i tuoi occhi che non vanno a dormire.



E non stiamo noi al mondo
come briciole di pane?
dopo un po’ diventiam secchi
buoni a sfamar pollame;

ma dalla briciola un po’ anziana
abbiam tutto da imparare,
già che in vita lontana
è riuscita a lievitare.



Distrutta è la lente celeste
per mezzo di cui entrammo nel bosco,
ti vidi sorridere nel raggio del vespro
e attesi in silenzio l’attimo giusto.

Sceglimi nelle giornate di rame
cullandomi in odissee notturne,
mia dama di versi e paturnie
sei l’epistassi,
la gioia,
la fame.



Rifugiati nel mio cuore convesso;
nel cuore, dove tutto è permesso.

Accendi un falò nell’antro abusivo,
incollami a te con nastro adesivo
sterile.

Stammi vicino
che da solo son debole;
forse ogni tanto io amo le regole
infrante, le armi son tante con cui puoi
ferire, ora salva quest’uomo impossibile
con frasi occluse da neve invisibile.



Tu che sei nuda
in tutti i miei fogli,
ancora m’imporpori
quando ti spogli.

Dovrei arrivare meno in anticipo nei posti



Beati voi bambini
che non comprendete ancora
l’odio distratto
dei vostri genitori.

Alla chiusura di una cartoleria
- Muoviti stupido! – gridava Maria
calciando la povera saracinesca
con dentro lo squalo divenuto verdesca.

- Ecco, adesso ho finito, sto uscendo -
rispose Marco mentre stava pulendo.

Il figlio minore rideva a gran voce
trovando buffissima la scena atroce,
si unì anche lui calciando il bandone
ma venne fermato da un sonoro ceffone;
- Che cazzo fai Tommaso – tuonò la sua mamma
con occhi di vipera e palmo di fiamma.

Tommaso allora, offeso e dolorante
decise per sempre di odiare le mamme.



Viva!
La beata indifferenza
di chi resta vivo senza
la spontanea decadenza
dei valori,
degli affetti,
degli scheletri troppo stretti
nell’armadio della storia;

se siam morti so chi è il boia:
il divino disimpegno
di chi vede luce fuori
ed è troppo vuoto dentro.



Separati da cinte
d’aria d’amianto,
scriviamo in pensieri
il nostro momento.

Palliativo del disfacimento,
tu sei l’alito orfico,
un verso,
un lamento.



Il melodium dell’anima sorda,
io l’avverto nelle viscere smorte,
nel pensiero di trame contorte
che conduce e poi fugge da voi.

Il cerbero dei tre peccati ringhia
nella mia (car)cassa toracica
gonfia e livida di sbagli incoscienti;
che poi, parlandone, tu davvero lo senti?
voi presenti lo potete sentire?
Questo respiro tendente al patibolo
del mondo buono solo a marcire.

Ed ora sorbitevi i taciti spasmi
e lo Stige di orgasmi fantasmi
dalla bocca di un pensante infelice
i cui lampi di falsa fierezzza
suonano
nel nostro mare
in perenne ricerca di brezza.



Io mi nutro d’amori fugaci,
di lucciole spente,
di sguardi veraci.

Tra cuori di carta bagnata
impesto d’inchiostro l’aurora;
per rabbuiare,
con grande vergogna,
la fioca luce della mia storia.

Preghiera ai mediocri



Sentiti protetto
dal guscio di fiele
che circumnaviga
il tuo corpo cartaceo,
ascoltami bene
ragazzo erbaceo
non è affatto scontato
che resterai sempre
intrappolato
nel quadro del niente

Un giorno vicino
sbaverai tele e cornici
e la pelle di chi ti disprezza
conoscerà la tigna più vile
ragazzo corteccia
dallo sguardo febbrile

Permetti al verbo
di rimbombare
nelle aule
nelle sale
nelle paludi infestate dal male,
tu che sei figlio degli angeli
e delle falene notturne,
sii lo strato di polvere
sopra i libri più belli
e prega il Dio degli sguardi persi,
il Dio che plasma i criptici versi,
il Dio che appare
quando tu resti
immobile, immaginando
un contatto più blando
con il simile e con l’estraneo;

nel benedetto giorno
in cui cadranno gli edifici stabili
e la paura sarà ormai fantasma voluto.

Per aspera ad astra



Per aspera ad astra
ti aspetterò lì

Valicherò carcasse di santi,
monti, ruscelli
e vulcani dormienti

Ridurrò a sibilìo
il baccano dei postriboli
la cui soglia ho solcato
in inverni mentali

E inalerò con gli occhi lustri
i tuoi gas nervini,
il soffio di burrasca,
la pulviscolare presenza.

- L’abbiamo stretto insieme
il patto con l’ineluttabile -

Onoralo e componi per me
una poesia per l’incerto epitaffio.



Sussurri cadono storti
dai rami del parco Sempione
spaccandosi al suolo violenti
in coriandoli di dannazione

La distanza e i taciti rimorsi
degli scoiattoli soli sui fusti
fanno ingoiare a malevoli sorsi
la segretezza dei miei pessimi gusti.

Rassegnazione



Forniscimi padrone
pietra acuminata
per spaccarmi la testa
in attesa della tua caduta.



Carpissi il pulviscolo
dei tuoi discorsi labirinto
in cui vado cercando
la ragione dei miei versi:
racconti ormai sommersi
che filamentosi abbracciano
l’oscuro abissale
della nostra passione.



Tu che sei dubbio
e che sei domanda,
sferza altri colpi
sul petto mio incavo,
affonda nel mio crine
di cavallo abbattuto
la spada di Damocle,
che è il tuo verbo
e la tua mano
e conta una ad una
le stelle fumose
esse beffarde deridono
la nostra naturale opacità.

Punctus contra punctum



Ricordo il suo soffio
ventilare il mio petto
smarrito nel vespro
di mille giornate

uscimmo in terrazza
un bacio e poi quiete
serrando gli occhi
continuò a soffiare

brezza sul collo
strette le mani
noi diafani specchi
di lamenti astrali.



E se vi urlo in faccia
rispondetemi più forte

se parlo piano piano
spaccatemi le gambe

se porrò fine ai miei lamenti
alla baraonda
ai miei tradimenti

se ritroverò i miei anni persi
se smetterò di amare in versi
se non bestemmierò più ai cieli
densi di veicoli e di industria
di suoni e carestie
lasciatemi morire, vi prego

per strada o nelle piazze
lasciate che il tempo sicario
ponga fine ai miei plastici drammi
alle corse
ai malagurati affanni
del mio esistere così mal progettato
e raccoglietemi
ingoiatemi
digeritemi
e rinascerò
nei vostri intestini
pronto a fare emergere
l’ingurgitato schifo.



Annichilendo mi ritiro
nel mio universo personale

disamina dei nembi

[ crema nel paradiso ]

l’orchestra del vento

[ flauti e polvere ]

spira l’alito algido
della mia inadeguatezza

le storie del suolo

[ tragedie e poesie ]

i miei polmoni da fumatore

[ dicotomia del volere ]

e crescono i mostri
che divorano l’anima

le grida degli occhi

[ vitreo film muto ]

il corpo che cede

[ ossa e carne, carne e ossa ]

si unirà agli alberi
il cuore nodoso
ormai intrappolato
da cavi di rame,
da inchiostro sbavato,
da labbra dischiuse,
resilienza fantasma.



Confinato nella schiavitù dei nostri digiuni
piango e rido pensando ai nostri amplessi

nel sangue sapore amaro

[ che sia il catrame delle mie sigarette

o il catrame della tua anima? ]