N.15

 



Cos’è rimasto dei viaggi delle formiche
delle andature leggere, del sacrosanto
bebop bagnato iridi galvanizzate e macchine
senza benzina whiskey lunare sigarette
acido nitrico dna e sfidare il futuro
masticando chewing gum dolce presente;
je suis dèsolè Papa,
oggi solo capi chini
e battere di sfollagente.



Di una poesia immateriale ti faccio dono
e del silenzio e dell’assenza del mezzo,
dei movimenti sinuosi
     [ liberi
che osservo,
delle nostre spalle che si intrecciano
in un lamento fitto, acerbo.
Sai, pure ora che
     patetico ]
è inaccessibile il mezzo poetico
la parola – di cui sei cruna e filamento
sfuma dopo due colpi di fianchi
che, come i tuoi occhi
sono timidamente
rotondi.

In vitro #5



Non germina più sulle labbra il riso
e la cianosi lenta mi deperisce,
il viso tanto vivo, ora ammuffisce;
di cenere e ruggine muore un narciso.



Inerte il guardiano del faro,
inerte
la mosca sul palmo;
osservo l’acerbità del tempo
le sfumature d’un amore nascosto,
ma la notte ancora giunge puntuale
e la morte ormai non fa più paura;
d’inerzia camminando verso la luce:
è il vuoto, che più mi rassicura.



Dolce veleno è sentirti assente;
e vederti vera, come le cose rotte,
una corda di sguardi vale tutti i rumori
dei nostri corpi, spersi nella notte.

Di fiori mi parla la brezza



Alle foglie cadute in Agosto
manca senz’altro la colla alle dita,
tu foglia e colla scomposta;
ombra riarsa e più profumata,
assedi in silenzio di foglia caduta,
di foglia essiccata.

Uno sguardo in sè contenuto
forma il tuo occhio di vetro di vuoto;
sei corolla che arde nel vesperale,
la polvere sopra un fiore abbattuto,
il fiore essenziale.

non pensavo potesse far freddo ad Agosto
- un sussurro, dalle radici.

Calura



C’è poco da dire sulle sere di Giugno
due scritte su un foglio
lo ritengo abbastanza;

Noi ratti tramortiti dal bagliore dell’alba
cercandoci nel buio di sangue smaltato,
distratta hai lasciato un capello impigliato
nell’occhio
nell’orecchio
e sotto il palato.



Osserva le onde in frantumi,
la stasi dei laghi dormienti,
la stoccata traversa dell’alba
- sei un’alba rimasta in itinere
fatti morta sulla cuspide della mia lingua,
un abbraccio umido, una cruda patologia;
saremo sempre servi di labbra cannibali,
sfioriti deserti degl’occhi assonnati,
di porti perduti, di laghi ingoiati
da dolci tremori che eclissano i Quasar.

Dimmi che adesso il marmo è crepato
e che l’alba più mia ti filtra all’interno:
la luce più vuota
- un reflusso di morte indigesta.

GeL



E l’amore lo tocco con ogni mia fibra
se giro a destra prima del bagno:
- un sussurro
oltre il muro e nel muro
nell’alba del sesso sbocciato d’estate.

Un gemito
- ahimè -
di altri.



Genesi del peccato è il volersi capire,
psilocybe folgore nel regno degli alberi,
pietà per gli insetti che fendono l’aria,
le muffe poi indicano al legno la via
per dissolversi al sole di ogni giornata;

la tela del ragno accoglie i sospiri,
li culla e cattura ogni raggio a disperdersi.

La mosca sul petto mi illustra una vita,
il tempo si scioglie sulle mie ginocchia
e attorno a me si muove materia,
energia luce di onde pulsanti;

muiono stelle nel cosmo di sopra
la cui scia rada io seguo col dito;

in punta di piedi
mi brillano gli occhi

per strada,
allegria.



Ci pensi mai al respiro dei sassi?

Al respiro dei sassi dentro al torrente
sommersi dall’impeto della corrente
dove ogni pausa può esser la fuga.

[ loro piangono sempre
se il torrente si asciuga ]

In vitro #4



L’essere perfetti è un bisogno greve,
apparire invidiabile agli occhi altrui!
Ma fissa nella mente nei tuoi giorni bui
che non ci son sbagli nei fiocchi di neve.

Casus belli



Eravamo capricci d’inverno,
d’inverno, d’amore e di morte oramai.

Ma quello che so tu sola lo sai
e quel che io ho
è quel che non sono,
è quel che non devo,
è un bassorilievo
di me e di te.



Altro io non posso fare
che ascoltare;
ed ascoltare
il rumore bianco del mio cuore
ed il mare,
sempre il mare.

Schizzi di spuma dolce
m’invadono il torace
e tutto il mondo tace,
ma non il mare,
mai il mare.

In vitro #3



Un’anziana signora dinanzi a me corse
con tanto di fiasca di vino odoroso
urlando che vivere sarebbe noioso
se non si cercassero le oasi dei forse.

In vitro #2



Nei giorni di crisi sospetto di un guizzo
di scorse passioni e di sudici baci
ma le fiamme passate ormai sono braci
nel quadro di me ora c’è solo uno schizzo.

In vitro #1



Lo sai che di notte si fa più l’amore
perdendosi lesti nelle vie dei flutti,
si piangon di meno i giovani lutti
che anche i cadaveri ispiran tepore.



Distrutta è la lente celeste
per mezzo di cui entrammo nel bosco,
ti vidi sorridere nel raggio del vespro
e attesi in silenzio l’attimo giusto.

Sceglimi nelle giornate di rame
cullandomi in odissee notturne,
mia dama di versi e paturnie
sei l’epistassi,
la gioia,
la fame.



Rifugiati nel mio cuore convesso;
nel cuore, dove tutto è permesso.

Accendi un falò nell’antro abusivo,
incollami a te con nastro adesivo
sterile.

Stammi vicino
che da solo son debole;
forse ogni tanto io amo le regole
infrante, le armi son tante con cui puoi
ferire, ora salva quest’uomo impossibile
con frasi occluse da neve invisibile.



Tu che sei nuda
in tutti i miei fogli,
ancora m’imporpori
quando ti spogli.

Dovrei arrivare meno in anticipo nei posti



Beati voi bambini
che non comprendete ancora
l’odio distratto
dei vostri genitori.

Alla chiusura di una cartoleria
- Muoviti stupido! – gridava Maria
calciando la povera saracinesca
con dentro lo squalo divenuto verdesca.

- Ecco, adesso ho finito, sto uscendo -
rispose Marco mentre stava pulendo.

Il figlio minore rideva a gran voce
trovando buffissima la scena atroce,
si unì anche lui calciando il bandone
ma venne fermato da un sonoro ceffone;
- Che cazzo fai Tommaso – tuonò la sua mamma
con occhi di vipera e palmo di fiamma.

Tommaso allora, offeso e dolorante
decise per sempre di odiare le mamme.



Separati da cinte
d’aria d’amianto,
scriviamo in pensieri
il nostro momento.

Palliativo del disfacimento,
tu sei l’alito orfico,
un verso,
un lamento.



Io mi nutro d’amori fugaci,
di lucciole spente,
di sguardi veraci.

Tra cuori di carta bagnata
impesto d’inchiostro l’aurora;
per rabbuiare,
con grande vergogna,
la fioca luce della mia storia.