N.15

 



Ieri ho fatto un calco in gesso
del tuo respiro in me dischiuso,
per portarlo sempre chiuso nella borsa,
per portarlo nel dominio di me stesso.

Il colore principale lo farò
con il succo dei sorrisi germogliati all’imbrunire,
con lo strascico dei passi che ci fanno allontanare,
e poi lo tingerò tutto
quel respiro tenue e trasparente,
e per sempre
in ogni dove
mi raddolcirai la mente.

Necropoesia



Lo sai che di notte si fa più l’amore
perdendosi lesti nelle vie dei flutti,
si piangon di meno i giovani lutti
che anche i cadaveri ispiran tepore.

Lettura



Scava con lama dorata
la filigrana del tomo che sono,
per far scoprire anche a me
il segreto del fascino oscuro
del mio esser un po’ guasto e un po’ puro,
del muro che ergo con gli occhi.

Ed alla prima lettura di me stesso
ho compreso l’intreccio di cavi
metallici, l’inchiostro sbavato,
la fine trama d’ombra:
il mio viso d’anemone morto.



E Cartagine continua a bruciare,
come i tuoi occhi che non vanno a dormire.



E non stiamo noi al mondo
come briciole di pane:
dopo un po’ diventiam secchi
buoni a sfamar pollame;

ma dalla briciola un po’ anziana
abbiam tutto da imparare,
già che in vita lontana
è riuscita a lievitare.



Distrutta è la lente celeste
per mezzo di cui entrasti nel bosco,
ti vidi sorridere nel raggio del vespro
e attesi in silenzio l’attimo giusto.

Sceglimi nelle giornate di rame
cullandomi in odissee notturne,
mia dama di versi e paturnie
sei l’epistassi,
la gioia,
la fame.



Rifugiati nel mio cuore convesso;
nel cuore, dove tutto è permesso.

Accendi un falò nell’antro abusivo,
incollami a te con nastro adesivo
sterile.

Stammi vicino
che da solo son debole;
forse ogni tanto io amo le regole
infrante, le armi son tante con cui puoi
ferire, ora salva quest’uomo impossibile
con frasi occluse da neve invisibile.



Tu che sei nuda
in tutti i miei fogli,
ancora m’imporpori
quando ti spogli.

Dovrei arrivare meno in anticipo nei posti



Beati voi bambini
che non comprendete ancora
l’odio distratto
dei vostri genitori.

Alla chiusura di una cartoleria
- Muoviti stupido! – gridava Maria
calciando la povera saracinesca
con dentro lo squalo divenuto verdesca.

- Ecco, adesso ho finito, sto uscendo -
rispose Marco mentre stava pulendo.

Il figlio minore rideva a gran voce
trovando buffissima la scena atroce,
si unì anche lui calciando il bandone
ma venne fermato da un sonoro ceffone;
- Che cazzo fai Tommaso – tuonò la sua mamma
con occhi di vipera e palmo di fiamma.

Tommaso allora, offeso e dolorante
decise per sempre di odiare le mamme.



Mi sveglio in mattini
di gola scorsoio
mi alzo,
respiro e poi muoio,
tra atomi anemici
nemici del sole

avverto formiche di sale che bruciano
nel mio carapace d’insetto schiacciato

sovviene in me il sogno,
la scossa rimossa,
cogente è la fossa;
mie lisergiche ossa
vi prego, non cedete.

Presente il passato carnefice
venuto da un parto irrequieto,
nel sogno incompleto
saluto la morte;

Di fiale di luce conservo le scorte.



Viva!
La beata indifferenza
di chi resta vivo senza
la spontanea decadenza
dei valori,
degli affetti,
degli scheletri troppo stretti
nell’armadio della storia;

se siam morti so chi è il boia:
il divino disimpegno
di chi vede luce fuori
ed è troppo vuoto dentro.



Separati da cinte
d’aria d’amianto,
scriviamo in pensieri
il nostro momento.

Palliativo del disfacimento,
tu sei l’alito orfico,
un verso,
un lamento.



Il melodium dell’anima sorda,
io l’avverto nelle viscere smorte,
nel pensiero di trame contorte
che conduce e poi fugge da voi.

Il cerbero dei tre peccati ringhia
nella mia carcassa toracica
gonfia e livida di sbagli incoscienti;
che poi, parlandone, tu davvero lo senti?
voi presenti lo potete sentire?
Questo respiro tendente al patibolo
del mondo buono solo a marcire.

Ed ora sorbitevi i taciti spasmi
e lo Stige di orgasmi fantasmi
dalla bocca di un pensante infelice
i cui lampi di falsa fierezzza
suonano
nel nostro mare
in perenne ricerca di brezza.



Io mi nutro d’amori fugaci,
di lucciole spente,
di sguardi veraci.

Tra cuori di carta bagnata
impesto d’inchiostro l’aurora;
per rabbuiare,
con grande vergogna,
la fioca luce della mia storia.

Preghiera ai mediocri



Sentiti protetto
dal guscio di fiele
che circumnaviga
il tuo corpo cartaceo,
ascoltami bene
ragazzo erbaceo
non è affatto scontato
che resterai sempre
intrappolato
nel quadro del niente

Un giorno vicino
sbaverai tele e cornici
e la pelle di chi ti disprezza
conoscerà la tigna più vile
ragazzo corteccia
dallo sguardo febbrile

Permetti al verbo
di rimbombare
nelle aule
nelle sale
nelle paludi infestate dal male,
tu che sei figlio degli angeli
e delle falene notturne,
sii lo strato di polvere
sopra i libri più belli
e prega il Dio degli sguardi persi,
il Dio che plasma i criptici versi,
il Dio che appare
quando tu resti
immobile, immaginando
un contatto più blando
con il simile e con l’estraneo;

nel benedetto giorno
in cui cadranno gli edifici stabili
e la paura sarà ormai fantasma voluto.

Per aspera ad astra



Per aspera ad astra
ti aspetterò lì

Valicherò carcasse di santi,
monti, ruscelli
e vulcani dormienti

Ridurrò a sibilìo
il baccano dei postriboli
la cui soglia ho solcato
in inverni mentali

E inalerò con gli occhi lustri
i tuoi gas nervini,
il soffio di burrasca,
la pulviscolare presenza.

- L’abbiamo stretto insieme
il patto con l’ineluttabile -

Onoralo e componi per me
una poesia per l’incerto epitaffio.



Sussurri cadono storti
dai rami del parco Sempione
spaccandosi al suolo violenti
in coriandoli di dannazione

La distanza e i taciti rimorsi
degli scoiattoli soli sui fusti
fanno ingoiare a malevoli sorsi
la segretezza dei miei pessimi gusti.

Rassegnazione



Forniscimi padrone
pietra acuminata
per spaccarmi la testa
in attesa della tua caduta.



Carpissi il pulviscolo
dei tuoi discorsi labirinto
in cui vado cercando
la ragione dei miei versi:
racconti ormai sommersi
che filamentosi abbracciano
l’oscuro abissale
della nostra passione.



Tu che sei dubbio
e che sei domanda,
sferza altri colpi
sul petto mio incavo,
affonda nel mio crine
di cavallo abbattuto
la spada di Damocle,
che è il tuo verbo
e la tua mano
e conta una ad una
le stelle fumose
esse beffarde deridono
la nostra naturale opacità.

Punctus contra punctum



Ricordo il suo soffio
ventilare il mio petto
smarrito nel vespro
di mille giornate

uscimmo in terrazza
un bacio e poi quiete
serrando gli occhi
continuò a soffiare

brezza sul collo
strette le mani
noi diafani specchi
di lamenti astrali.



E se vi urlo in faccia
rispondetemi più forte

se parlo piano piano
spaccatemi le gambe

se porrò fine ai miei lamenti
alla baraonda
ai miei tradimenti

se ritroverò i miei anni persi
se smetterò di amare in versi
se non bestemmierò più ai cieli
densi di veicoli e di industria
di suoni e carestie
lasciatemi morire, vi prego

per strada o nelle piazze
lasciate che il tempo sicario
ponga fine ai miei plastici drammi
alle corse
ai malagurati affanni
del mio esistere così mal progettato
e raccoglietemi
ingoiatemi
digeritemi
e rinascerò
nei vostri intestini
pronto a fare emergere
l’ingurgitato schifo.



Sotto i tuoi occhi non mi rilasserò mai

fluage dello spirito.



Annichilendo mi ritiro
nel mio universo personale

disamina dei nembi

[ crema nel paradiso ]

l’orchestra del vento

[ flauti e polvere ]

spira l’alito algido
della mia inadeguatezza

le storie del suolo

[ tragedie e poesie ]

i miei polmoni da fumatore

[ dicotomia del volere ]

e crescono i mostri
che divorano l’anima

le grida degli occhi

[ vitreo film muto ]

il corpo che cede

[ ossa e carne, carne e ossa ]

si unirà agli alberi
il cuore nodoso
ormai intrappolato
da cavi di rame,
da inchiostro sbavato,
da labbra dischiuse,
resilienza fantasma.



Scriverò un’antologia
su quanto mi mancano
le tue labbra vergini.



Perché ti ritrovo
nel profumo di ciliegia
delle penne rosse.



Fiori abissali
annegati nella colla,
martiri delle tacite rivoluzioni
che ci esplodono negli occhi.

Rimanete freschi e profumati
in memoria dei compagni caduti
e dei compagni che ancora arrancano
nel silenzio delle strade

labirinti spogli.



Confinato nella schiavitù dei nostri digiuni
piango e rido pensando ai nostri amplessi

nel sangue sapore amaro

[ che sia il catrame delle mie sigarette

o il catrame della tua anima? ]

Formaldeide



Come formaldeide disinfetti
la viltà della mia esistenza

Tu che per gioco lenisci
le contusioni polmonari
dei miei amori passati

sarò pronto a cedermi?
sarai tu la mia strada?

E il nostro è un percorso di fusione
quando siamo vicini e iniziamo a scioglierci
che mi sembra di riuscire a respirare
a respirarmi
a respirarti.



Sento che spira
un vento
violento

nelle pianure
del costato
cineroso

il cuore
non insiste:
si è spento

dai tuoi tocchi
incandescenti
corroso 

pian piano sento
che qualcosa muore
nella scatola di paura
dove non volano farfalle.