N.15

 

Per aspera ad astra



Per aspera ad astra
ti aspetterò lì

Valicherò carcasse di santi,
monti, ruscelli
e vulcani dormienti

Ridurrò a sibilìo
il baccano dei postriboli
la cui soglia ho solcato
in inverni mentali

E inalerò con gli occhi lustri
i tuoi gas nervini,
il soffio di burrasca,
la pulviscolare presenza.

- L’abbiamo stretto insieme
il patto con l’ineluttabile -

Onoralo e componi per me
una poesia per l’incerto epitaffio.



Sussurri cadono storti
dai rami del parco Sempione
spaccandosi al suolo violenti
in coriandoli di dannazione

La distanza e i taciti rimorsi
degli scoiattoli soli sui fusti
fanno ingoiare a malevoli sorsi
la segretezza dei miei pessimi gusti.

Rassegnazione



Forniscimi padrone
pietra acuminata
per spaccarmi la testa
in attesa della tua caduta.



Carpissi il pulviscolo
dei tuoi discorsi labirinto
in cui vado cercando
la ragione dei miei versi:
racconti ormai sommersi
che filamentosi abbracciano
l’oscuro abissale
della nostra passione.



Tu che sei dubbio
e che sei domanda
sferza altri colpi
sul petto mio incavo
affonda nel mio crine
di cavallo abbattuto
la spada di Damocle
che è il tuo verbo
e la tua mano
e conta una ad una
le stelle fumose
esse beffarde deridono
la nostra naturale opacità.

Punctus contra punctum



Ricordo il suo soffio
ventilare il mio petto
smarrito nel vespro
di mille giornate

uscimmo in terrazza
un bacio e poi quiete
serrando gli occhi
continuò a soffiare

brezza sul collo
strette le mani
noi diafani specchi
di lamenti astrali.



E se vi urlo in faccia
rispondetemi più forte

se parlo piano piano
spaccatemi le gambe

se porrò fine ai miei lamenti
alla baraonda
ai miei tradimenti

se ritroverò i miei anni persi
se smetterò di amare in versi
se non bestemmierò più ai cieli
densi di veicoli e di industria
di suoni e carestie
lasciatemi morire, vi prego

per strada o nelle piazze
lasciate che il tempo sicario
ponga fine ai miei plastici drammi
alle corse
ai malagurati affanni
del mio esistere così mal progettato
e raccoglietemi
ingoiatemi
digeritemi
e rinascerò
nei vostri intestini
pronto a fare emergere
l’ingurgitato schifo.



Sotto i tuoi occhi non mi rilasserò mai

fluage dello spirito.



Annichilendo mi ritiro
nel mio universo personale

disamina dei nembi

[ crema nel paradiso ]

l’orchestra del vento

[ flauti e polvere ]

spira l’alito algido
della mia inadeguatezza

le storie del suolo

[ tragedie e poesie ]

i miei polmoni da fumatore

[ dicotomia del volere ]

e crescono i mostri
che divorano l’anima

le grida degli occhi

[ vitreo film muto ]

il corpo che cede

[ ossa e carne, carne e ossa ]

si unirà agli alberi
il cuore nodoso
ormai intrappolato
da cavi di rame,
da inchiostro sbavato,
da labbra dischiuse,
resilienza fantasma.



Scriverò un’antologia
su quanto mi mancano
le tue labbra vergini.



Perché ti ritrovo
nel profumo di ciliegia
delle penne rosse.



Fiori abissali
annegati nella colla,
martiri delle tacite rivoluzioni
che ci esplodono negli occhi.

Rimanete freschi e profumati
in memoria dei compagni caduti
e dei compagni che ancora arrancano
nel silenzio delle strade

labirinti spogli.



Confinato nella schiavitù dei nostri digiuni
piango e rido pensando ai nostri amplessi

nel sangue sapore amaro

[ che sia il catrame delle mie sigarette

o il catrame della tua anima? ]

Formaldeide



Come formaldeide disinfetti
la viltà della mia esistenza

Tu che per gioco lenisci
le contusioni polmonari
dei miei amori passati

sarò pronto a cedermi?
sarai tu la mia strada?

E il nostro è un percorso di fusione
quando siamo vicini e iniziamo a scioglierci
che mi sembra di riuscire a respirare
a respirarmi
a respirarti.



Sento che spira
un vento
violento

nelle pianure
del costato
cineroso

il cuore
non insiste:
si è spento

dai tuoi tocchi
incandescenti
corroso 

pian piano sento
che qualcosa muore
nella scatola di paura
dove non volano farfalle.



Davanti alle tue labbra porpora
mi interrogo sulla necessità
delle altre sfumature del rosso.



Dai mozziconi delle sigarette
partivano dei sottili fili di cenere

che collegavano con linee rette
i nostri cuori fluttuanti nell’etere

quanto vorrei
poter ascoltare i tuoi occhi,
condividere l’anima
con gli oggetti che tocchi

il mio amore è in prognosi riservata
confinato in questa stanza di degenza
sento che sto scomparendo
durante i tuoi discorsi ad alta frequenza.



Vibrando,
scrivo di te

non di cosa accadde
quella sera tra l’erba

ma di quelle parole
che ora mi sembrano sogni

affetto da questa
eterna amnesia
che vigliacca mi priva
di così tanta sfocata dolcezza

ma io continuo a sedermi
e ad ascoltare
confessioni di olivi
a cui io stesso
ho mozzato la lingua.