N.15

 

Diosalvamidaquestorumore



Alla vita che non ti tradisce,
alla carta che ti asciuga il sudore;
il sangue non è, non è la parola
che preserva il rumore
e che previene il rifare:
l’annullamento di tutte le cose;
bensì una mosca domestica che nell’aria piovosa arranca,
oggi che tutto verte al temporale
il cielo coniuga un infinito asciutto:
espiare
espiare
espiare.

fiˈrεnʦe



Alla plastica ferro del domani, Dio dannato, vi percepisco costanti sputati tutti uguali
nelle vostre escrescenze corrotte digitali: (corrette, ripeto, contorte?!?) dai fulmini rugginosi e fetore d’acquitrini: (che qui a Firenze, poi, esonda sempre tutto a causa del sistema vetusto di fogne e di persone, tanti anni che è così) e tanti: (ventiquattro, più o meno) che tutto transita spinto da correnti naif ipertrofiche tropicali e di superficie: (se penso ai classici bar fucsia e nero opaco, se penso ai checkpoint postriboli di minorenni minorati)
e quindi: (quindi cosa?) quindi anche: (con rispetto) vaffanculo, lo strappo io il chinlon (ottantasette percento indicativamente) e il nylon schifoso busta del sudicio delle calze reticolari: (a rete): nere (con intarsi, motivi di motivi di pizzo piezoelettrico) che tingono ossidiana queste sere passate nel vetro delle bottiglie: (di un centro commerciale o di un commerciale rivenditore di vini, pochi spicci per le labbra) che io davvero: (nel vetro) vorrei metterti a natura, spogliarti denudarti fradicia di pioggia gastrica fredda splendente perché ai giorni d’oggi (e di ieri e di domani e dell’altra settimana, aggiungo) la plastica ci circonda e non sappiamo: (ad ora) come riciclarla: (la plastica schifosa) di queste anime perse in vicoli ventricolari smarriti e veicolati da flussi d’energia vivida cocktail da bere e da fumare; ti amo e fatti amare: (e per farti amare) mi devi promettere lo smarrimento di quella sensazione: (dimmi che non ti ricordi davanti al Duomo) quell’evaporazione di bile e muco e saliva spenta che circonda trascina accerchia i nostri organi caldi come carboni braci e dannati: (diventa spasmo, impulso pulsione tanatosi) i nostri corpi putridi spezzati nel cammino che da Santiago porta a casa mia, tra la cenere di sigaretta: (per terra, mi disgusta) e vibrazioni mistiche rigettate da altoparlante di legno droga psichedelica rotta pigmento di mano e pollice dermatoglifo sciolto ricalcato dal tuo: (e la pelle morbida candida) e le curve spigolo: (un amore) e quella perfezione maciullata decadente: (gonfia di naftalina) delle tue cosce bianche ciglio: (bianco anche quello) che ti rendono calda mammifera luogo boschivo; ingoia dagli occhi e digerisci la realtà che oggi: (come ieri e come domani e come l’altra settimana sputo) dobbiamo rifarci d’alchimia per questa pietra inutile statica di un calcolo renale, che oggi: (come spesso) mi sento parecchio male.

Oh Laide, mon dieu!



Oddio mio Laide, sei tu? Oh mon dieu!
Sei tu che mi hai leccato nel sogno
bianca giglio adultero stanco
tra le scopate nel bagno e gli orgasmi sul marmo del lavandino o nel letto le gambe
fusi sottili e spighe di grano ti schiaccio ti stringo nella mia mano coperta da dita che ti hanno esplorato Laide e pensare – Laide
che sei nel dominio onirico spaziale conseguente ininterrotto, sei un profilattico rotto poi un sorriso demente e quella pulsione acefala animale che mi fracassa l’autostrada capillare e neurologica violentemente spappolata dalla tua pelle bella bianca burrata tanofobica e salata
trascinami in un’aerobica intelligente e discorsiva, coprimi ti prego di saliva calda e accomodante; picchiami colpisci il torace con schiaffi all’antrace frizzante polvere di cometa e cocaina fumata con cenere d’albero e di scorza epidermide, guarda nel cielo guarda come passa velocemente un desiderio inavverabile di mattoni crepati all’interno come te e come la tua maledetta art nouveau del cazzo che brucerei assieme al Louvre e tutto ció che non mi appartiene, brucerei le mie stesse vene se sapessi dove conducono e per chi scorre il sangue represso all’interno di esse;
Sei fragile come lo sono io, Laide
quante bugie mi dirai ancora Laide
quanti cavalli in corsa disperata prenderai
per scappare dall’evidenza Laide
e dalle martellate sulla mia carcassa
che non tollera piú la tua assenza.



Cos’è rimasto dei viaggi delle formiche
delle andature leggere, del sacrosanto
bebop bagnato iridi galvanizzate e macchine
senza benzina whiskey lunare sigarette
acido nitrico dna e sfidare il futuro
masticando chewing gum dolce presente;
je suis dèsolè Papa,
oggi solo capi chini
e battere di sfollagente.

In vitro #5



Non germina più sulle labbra il riso
e la cianosi lenta mi deperisce,
il viso tanto vivo, ora ammuffisce;
di cenere e ruggine muore un narciso.



Inerte il guardiano del faro,
inerte
la mosca sul palmo;
osservo l’acerbità del tempo
le sfumature d’un amore nascosto,
ma la notte ancora giunge puntuale
e la morte ormai non fa più paura;
d’inerzia camminando verso la luce:
è il vuoto, che più mi rassicura.



Dolce veleno è sentirti assente;
e vederti vera, come le cose rotte,
una corda di sguardi vale tutti i rumori
dei nostri corpi, spersi nella notte.

Calura



C’è poco da dire sulle sere di Giugno
due scritte su un foglio
lo ritengo abbastanza;

Noi ratti tramortiti dal bagliore dell’alba
cercandoci nel buio di sangue smaltato,
distratta hai lasciato un capello impigliato
nell’occhio
nell’orecchio
e sotto il palato.

GeL



E l’amore lo tocco con ogni mia fibra
se giro a destra prima del bagno:
- un sussurro
oltre il muro e nel muro
nell’alba del sesso sbocciato d’estate.

Un gemito
- ahimè -
di altri.



Genesi del peccato è il volersi capire,
psilocybe folgore nel regno degli alberi,
pietà per gli insetti che fendono l’aria,
le muffe poi indicano al legno la via
per dissolversi al sole di ogni giornata;

la tela del ragno accoglie i sospiri,
li culla e cattura ogni raggio a disperdersi.

La mosca sul petto mi illustra una vita,
il tempo si scioglie sulle mie ginocchia
e attorno a me si muove materia,
energia luce di onde pulsanti;

muiono stelle nel cosmo di sopra
la cui scia rada io seguo col dito;

in punta di piedi
mi brillano gli occhi

per strada,
allegria.



Ci pensi mai al respiro dei sassi?

Al respiro dei sassi dentro al torrente
sommersi dall’impeto della corrente
dove ogni pausa può esser la fuga.

[ loro piangono sempre
se il torrente si asciuga ]

In vitro #4



L’essere perfetti è un bisogno greve,
apparire invidiabile agli occhi altrui!
Ma fissa nella mente nei tuoi giorni bui
che non ci son sbagli nei fiocchi di neve.

In vitro #3



Un’anziana signora dinanzi a me corse
con tanto di fiasca di vino odoroso
urlando che vivere sarebbe noioso
se non si cercassero le oasi dei forse.

In vitro #2



Nei giorni di crisi sospetto di un guizzo
di scorse passioni e di sudici baci
ma le fiamme passate ormai sono braci
nel quadro di me ora c’è solo uno schizzo.

In vitro #1



Lo sai che di notte si fa più l’amore
perdendosi lesti nelle vie dei flutti,
si piangon di meno i giovani lutti
che anche i cadaveri ispiran tepore.



Distrutta è la lente celeste
per mezzo di cui entrammo nel bosco,
ti vidi sorridere nel raggio del vespro
e attesi in silenzio l’attimo giusto.

Sceglimi nelle giornate di rame
cullandomi in odissee notturne,
mia dama di versi e paturnie
sei l’epistassi,
la gioia,
la fame.



Rifugiati nel mio cuore convesso;
nel cuore, dove tutto è permesso.

Accendi un falò nell’antro abusivo,
incollami a te con nastro adesivo
sterile.

Stammi vicino
che da solo son debole;
forse ogni tanto io amo le regole
infrante, le armi son tante con cui puoi
ferire, ora salva quest’uomo impossibile
con frasi occluse da neve invisibile.



Tu che sei nuda
in tutti i miei fogli,
ancora m’imporpori
quando ti spogli.

Dovrei arrivare meno in anticipo nei posti



Beati voi bambini
che non comprendete ancora
l’odio distratto
dei vostri genitori.

Alla chiusura di una cartoleria
- Muoviti stupido! – gridava Maria
calciando la povera saracinesca
con dentro lo squalo divenuto verdesca.

- Ecco, adesso ho finito, sto uscendo -
rispose Marco mentre stava pulendo.

Il figlio minore rideva a gran voce
trovando buffissima la scena atroce,
si unì anche lui calciando il bandone
ma venne fermato da un sonoro ceffone;
- Che cazzo fai Tommaso – tuonò la sua mamma
con occhi di vipera e palmo di fiamma.

Tommaso allora, offeso e dolorante
decise per sempre di odiare le mamme.



Separati da cinte
d’aria d’amianto,
scriviamo in pensieri
il nostro momento.

Palliativo del disfacimento,
tu sei l’alito orfico,
un verso,
un lamento.



Io mi nutro d’amori fugaci,
di lucciole spente,
di sguardi veraci.

Tra cuori di carta bagnata
impesto d’inchiostro l’aurora;
per rabbuiare,
con grande vergogna,
la fioca luce della mia storia.