O.04

 



Vorrei averti
Come una sigaretta
In pieno inverno
Quando non so dove finisce il fumo
E dove inizia il mio respiro.



Assonnato dal frenetico mondo, dal rumore.

Dai respiri sordi di una città lasciata a morire nelle spire aderenti di mille tormenti come le foglie crepitanti sotto gli stivali, ecco.

Noi siamo le anime, rotte come le cadenti vesti degli alberi sotto il peso indecifrabile di questa grande carcassa di cemento priva di emozione e sentimento.

Noi siamo poesia. Che nel frattempo affanna.

Eppure. Non appassisce.



Guardavo la pioggia stasera.
Manifestazione spontanea di noia.
Allora è vero.
Dalla noia del mondo è nata la vita.



Amore mio tu sei come,
Una di quelle rose.
Strappate dalla terra,
confinate in un vaso.
Lasciate inermi a marcire,
Come ricordo alla morte,
che non si ferma mai.
Nemmeno davanti,
alla più spaventosa bellezza.



Che peccato cielo notturno, non gioisci.

Io sono felice, non puoi ricambiarmi.

E la luna, però, fece cadere una lacrima.

Dal rumore sembrava di gioia.



Diurno nottambulo.
Voci dei boia al patibolo.
Morire in piedi, eretto.
Distaccato e lontano, silente, inetto.
Alienato.
Come l’assetato che beve nel mare

Diabolico omaggio al piacere terreno.



 

I rantoli, i pianti. Assordanti.
Il sudore della carne, nelle fini trame delle coperte.
Senza fiato. Non ho risposte.
Non ho domande alle quali provare a chiedere conforto.
Come disperso sento. L’ aria cedere terreno al respiro stesso della vita.
Antitesi della materia, creatura infinita così lontana, così forte.
Una piccola morte.

tagli.



Era li sola e serena, cantava una canzone popolare.

Si rallegrava in pace.

Tra le schegge di legno, tra i rottami di pensieri incolti.

Era fatta di luce, era calda come la brace.



Non farmi scegliere tra l’amore che non ho mai avuto il coraggio di provare.

Non voglio immaginare le infinite vie che potevo percorrere o cambiare.

E se provo a capire come poteva diventare la mia vita. Poteva essere peggiore. Oppure bellissima come i papaveri in fiore.

Ma ho solo questo mondo. Solo questo tempo nelle mie mani sulle quali il vento ha soffiato mille volte

E mille volte ancora soffierà.

Odissea



Non si sentiva un fiato, non un passo.
Nel coro delle sirene, non c’era chiasso.
Erano in lutto anche loro, temibili bestie.
Solo il mare sembrava incurante.
Il vento cantava ancora incessante,
Insieme alle onde.
Le lodi dell’uomo che le sapeva dominare

Divenire



Vorrei appassire come i fiori in autunno.
Vorrei sparire in questo campo di grano.
Forse, sabbia divenire, lucide gocce di rugiada assaporare dalle tue labbra.
Morire. Nel tuo grembo.
Come le lucciole nella luce del giorno.



E il vento soffiava tra le navi.

Come le nuvole nel cielo d’autunno.

 



Vorrei vedere, tutto tranne la pioggia.
Colare come macchie di sangue.
Dai tuoi occhi di ebano colore.
Vorrei vedere, tutto tranne le spine.
Attorcigliare nel cuore. Le parole e le paure.



Mi sono rotto le ossa.
Ho rovinato feste.
Distrutto amicizie, recitato farse.
Passato garze sulle ferite profonde.
Ho letto poemi, intriso di bellissimo inchiostro i fogli.
Ho trovato compagni di viaggio nei remoti angoli del mondo.
Ho dipinto una tela di rossa passione
Mi sono innamorato di una donna, anche più di una soltanto.
Attraversai il mare a bordo di una scialuppa di rami, chiedendomi la sera quante stelle potevo vedere.0
Ho avuto amici che quando sono scappato mi hanno salutato. Ho promesso loro di tornare.
Sono sempre stato anche un pessimo bugiardo
Alla domanda che mi fece l’angelo.
Risposi solo con un semplice sorriso.
“Hai avuto una bella vita?”
“Ho vissuto. Non é questo abbastanza bello?”



Chi é il poeta?

L’uomo che sa dare vita alle parole?

Oppure solo chi sa creare strisce di emozioni?

Chi é poeta? Anarchico del verso libero, oppure,

Benedetto creatore di strofe, generatore di ordine?

Siamo noi i poeti, uomini e donne che hanno perso contro il tempo, ma che non smetteranno mai di provare a superarlo.

Te.



Esiste un punto, in questo spazio,
In questo tempo,
In queste galassie e in questi atomi,
In questo degenerato universo,
Nel quale non ti ho perso.



Quale orrore ci addolora e miete i nostri corpi peggio del non voler sapere?
Vi racconto la storia che me lo ha fatto capire
Vi era un uomo. Un maresciallo. Anzi, forse un capitano di esercito. Dell’esercito Italiano.

O forse non era nessuno. Era solo una persona che faceva il suo lavoro.
Un tedioso impegno dietro a una scrivania. Uno scrivere di lettere e burocrazia.

Al vaglio di un milione di parole scritte
lui stesso non sapeva cosa fossero.
Minute e incomprensibili strisce di inchiosto.
Ma solo per lui di un lavoro riverbero.

Crogiolato nella sua incontinente ignoranza.
Diceva “non é affar mio”
Diceva scrivendo parole che non capiva.

E lui era come quell’ uomo pigro
come chi non ha capito l’inevitabile
che ignora quanto sia l’inesorabile
questo cambiare del mondo.



Nati, in questo furente gelo boreale.
Circondati dalle pellicce dei cacciati scaldati dal focolare.
Soffia il vento, soffia freddo fino nelle ossa e tra i capelli impastati di amara terra.
Storie, intrecci e fantasie, mille lingue raccontate di infiniti mondi lontani.
Il sonno si posa sui neonati del grande fuoco. L’alba sorge su questo silenzioso domani.

Petali



Petali. Petali di fiamme lasciati cadere su questo palco.
Ombre, mischiate alle luci del mondo.
Fuoco e calore.
Vite fasulle di anime perse.
Mendicanti di emozioni e ricchi di odio.
Tutto brucia.
Alzai gli occhi al cielo cercando la neve invernale.
Solo cenere cadde dalle fosche nubi.
Un sipario cala sull’incendio dei sogni.

Gli dei della pioggia.



Cuori di carta nel mezzo del nubifragio.
Velieri accartocciati dalle onde.

Noi marinai intoniamo l’ultimo coro.

La preghiera agli dei della pioggia.
Per fermare questo malinconico temporale.

Dimenticarti musa



Portami via, musa. Portami via come le libellule sul lago dove sono cresciuto.
Incontrami alla fine della strada, la dove non ci sono decisioni da prendere.
Non sei..
Non sei li per me?
Ti aspettavo, come un bambino aspetta la madre fuori da scuola.
Eri l’unica cosa divina che ho conosciuto. L’unica bellezza da non perdere.
Invece sei sparita, non mi ricordo il tuo volto. Questo però non mi migliora.
Perché mi hai abbandonato?
La mia fumosa mano di inchiostro e sangue. mi lascia cadere nella mia unica soluzione.
Il dimenticarti, musa. Dimenticarti insieme alla mia disperazione.

Lifeshell



 

Grilli e macchine
Unisono pensiero
Soldi in tasca e tempo nelle mani
Al ritmo insolito di luci e rumori.

Vagabondaggio il mio, senza nulla da perdere.
Se non questo pianto di gioia.

A consolarmi, il caldo vento della steppa e questo umido focolare.
Dei vinti e dei vincenti.
Di morte e di vita.



Tutte le informazioni perse in una indefinita singolaritá
Come sasso lanciato nello stagno, come le onde di gravitá.
Luce senza tempo, non sfugge dalla più grande delle forze.

Un pozzo infinito senza vie di uscita, un denso punto nello spazio.

 

tu che aspetti con me che il tempo si addormenti

Insieme, per sempre, sull’orizzonte degli eventi.



Uno sguardo, il mio, che abbraccia il mondo.
Chiacchiere, percussioni violente di tamburi.
Ritmo scandito dalla musica di sottofondo.
Un corpo in caduta libera, rotto in frammenti.
Ruvide parole, sapori mai assaporati prima.
Perdo equilibrio, respiro solo a momenti.
E alla fine, non trovo nemmeno l’ultima rima.



Anneghiamo in questo oceano di polvere di sogni.

Attacchiamoci alla vita, ai doveri, agli impegni.

Consumiamo miliardi di milioni di soli. Divoriamo.

Avidi, sempre avidi di vita, come chi annega é avido di ossigeno.

E poi felici delle nostre azioni speriamo nelle indulgenze, dopo aver consumato ogni aspirazione.

Non é alla fine questo il nostro più terribile veleno?

La voglia di mangiare il mondo. E la consapevolezza che non sarà mai abbastanza.

 

All’alba



Paura, forte timore. Doloroso terrore.

Un buio catastrofico, il panico e l’orrore.

Sfuggendo da questi bianchi demoni, pallidi alla luce della luna.

Tra le sagome contorte, affondo passi pesanti nel buio, abbandonato dalla fortuna.

Sento il loro sudicio respiro, sa di veleno.

Manca il fiato, Un bruciore nei polmoni. Pieni di ombre, vuoti di ossigeno.

Cado. I demoni su di me. E poi il sole sorge. Glorioso. L’alba che rischiara il fausto giorno.

 

 

Come un filo.



Eccomi a vivere ancora, mia vita cara, questo dramma che è l’essere di troppo, il sentirsi inutili.

Vani, vuoti, visceralmente insensibili al più profondo dei nostri bisogni, la più semplice delle convinzioni.

E dunque, vivisezioniamo il nostro depresso pensiero con manie e manicomi, ci sentiamo come fili.

Quei fili appesi ai vestiti, quei rimasugli di cucito logoro, così poco importanti, così vuoti di emozioni.

Eccomi ora, fuori dalla trama e dall’intreccio. tirando con forza questi filamenti così lunghi e sottili.

Eppure, non sono più parte dell’abito . Non sono più parte della trama, ormai sparita davanti a me.

Siamo come inutili fili sui vestiti.

 

Insonne



Rumore di fondo.
Un ronzio appena accennato.
Una zanzara che turba il mio falso sonno.
Le quattro del mattino, orario inadatto alla vita
Patisco.
Mi sento come in una tomba.
Come se fossi stato anni interi sotto le lenzuola.
Il corpo si rifiuta di alzarsi. Tutto sembra ovattato e oscurato dalla realtà. Ma quale realtà?
Banale e metodico, il dormire non basta. Per curarmi ormai.
Non basta mai in questa città sopita affamata di sogni.
Mi sposto in cucina con il sapore amaro nella bocca. In cerca di acqua.
Ma cosa mi importa. Cosa conta. Non mi serve a nulla riposare la mia mente.
Patire o non patire. Sognare o non sognare.
Ma non basta mai.
Insonne vago nella casa.
Collasso sul pavimento di cotto.
Aspetto il sole. Il torpore. La luce.

 

 

La camera.



Il buio in questa camera da letto mi ha tolto le parole. Mi ha reso silenzioso.
Il buio in questa piccola stanza, non mi ha lasciato altro spazio se non l’immaginazione.
E mi ritrovai solo a disegnare mondi, a consacrare parole, a ubriacarmi di finzioni.
Ma questo velo ombroso venne spalancato come un sipario alla prima di un’opera.
Fu il sole. che dalla finestra mi annunciava un mondo nuovo. Un mondo vivo, uno vero.
Che deliziosa metafora della finzione, che è questa vita, un gioco di mille colori invisibili.
Scandita da una stella egoista. mi riporta sempre alla mattina. mi riporta al giorno.



Ho fatto a pugni con il tempo. Ho fatto a pugni con me stesso.

Faccio i conti coi ricordi  ogni volta che mi addormento.

Non ha fine il mio tormento.

Vorrei far sparire ogni momento. Scomparso come sabbia nel vento, svanire come nebbia al mattino.

Un cuore che solo ora ha la forza di andare controcorrente.

Un cuore, il mio, quello di un perdente.