O.06

 

Mostro



Chissà dove si annidano i mostri dentro di noi,

quando ancora non li vediamo

quando non siamo coscienti di loro.

Chissà dove sono,

dove vanno,

dove abitano

dentro di noi.

Ci sarà un luogo,

sconosciuto e buio

dove senza saperlo li nutriamo

li conserviamo

li rassicuriamo.

Sfuggono al controllo

escono dalle labbra

infettano il cuore

e sono cieca rabbia.

Ed è un attimo

l’amara consapevolezza

della loro esistenza.

Il dubbio,

per un ego

che ti è lontano

e genera pensieri

che ti sembrano estranei,

spaesato ti chiedi:

chi sono io?

Cerchio



Puoi chiamarmi la tessitrice,

perché sono tessitrice

della mia stessa pena,

della mia attesa.

Un corredo senza fine

una promessa che non ha nome.

Speranze che si disfano

sul finire del giorno.

Come onde sulla costa

battono ritmiche

e si scompongono e ricompongono.

L’accompagnamento costante

del battito di un cuore

un dolore sottile

una fitta intercostale

assillo e crucio.

Intreccio coi raggi del giorno che nasce

i sogni e le speranze

di una mente selvaggiamente felice

guidata, rassicurata e schiacciata

da una quotidianità ripetuta;

a tenermi compagnia un sussurrante,

appena udibile,

sottofondo

di inquietudine e paura.

Le notti cancellano le mie tele

tavole bianche

e imposizioni.

Si disperdono in gocce nel mare

le mie elucubrazioni.

Il vento da sud mi accarezza caldo le guance rigate

con amore e pena per me

mi racconta di una nuova speranza

con il sole che sorge.

Lègami



Lègami

con simboli e catene

con sentimenti

e convenzioni

che la libertà

mi spaesa,

che ho nuotato troppo lontano

senza mai guardare indietro,

alla riva e al porto.

Ed ora intorno

è solo il blu

di una distesa salata,

inesaudibile sete

e sadico riverbero del sole

sulle acque in bonaccia.

Che peccato, amore mio, che peccato.



Che peccato, amore mio,

che peccato.

E che spreco, amore mio,

che spreco,

di una vita passata alla tua finestra.

Che peccato ,amore mio!

Che qualcuno te lo possa dire,

che è un vero peccato,

l’amore, la tragedia, io e te.

Che non siamo mai stati

insieme in una stanza

che non conosciamo

il calore dei nostri abbracci

il profumo della nostra pelle,

la voce che si incrina nel pianto

l’acuto di una ristata.

Che abbiamo diviso tutta una vita

tutta una solitudine.

Che spreco, amore mio,

di vita insieme

di dita intrecciate

di baci mai dati.

Un  peccato, gravissimo!

Che te lo dicano, per me,

che peccato amore mio,

che peccato.



Nessuno ha le risposte

per le mie domande.

Spiga



È il chicco di grano 

più alto

sulla spiga

a sentire di più

la mancanza della terra.

Sono io.



Risate e colazioni

e febbri alte

ed estati calde,

notti lunghe,

succhi di frutta e infanzia.

Sconcezze senza disagi

pelle.

Questo voglio io.



Sei necessaria

ineluttabile

catastrofe.

Confessione



Tornerò a portare i miei passi

lontano da te,

che non hai colpe,

se non quella

di una latente miopia,

d’animo,

che non sospetti.

 

Preghiera



Beati siano gli innamorati

che non sanno quel che hanno.

Va loro il vanto dell’invidia più bella.

Loro i cieli

e la terra tutta.

 

 

Qualità Rossa



Certe volte,

tutto ha il sapore

del caffè

senza lo zucchero,

così,

in un modo

amaro.



Tutto

era.

Se solo



Se solo i nostri pensieri

camminassero

nella stessa direzione.

Se solo riuscissimo

ad incontrarci

a metà strada

fra te e me.

Se solo, mentre comincia il giorno

mi raggiungessi

mentre occupi altri luoghi.

Se solo ti andasse, un giorno,

di saltarlo con me,

tra le mi braccia febbrili

a tornar bambini

davanti alla TV,

a contar capelli  e respiri.

Se solo ti andasse

di pensarmi

così forte da far male

mentre mi aspetti e non arrivo

e un mese diventa un anno.

Se solo riuscisse a mancarti

il suono della mia voce,

un dolore da segreteria telefonica

impostata male,

malediresti il mio procrastinare.

Se solo ti andasse

di scoprire

il profumo della mia pelle

quando sa di zucchero, di caffè,

di fumo, di vento e di malto.

Se solo ti andasse

di imparare a memoria

la posizione dei nei sulla pelle

la pressione delle mani

ogni sfumatura

dei miei pensieri per te.

Se solo volessi questo

e non un altro.

Se solo lo volessi,

di indossare l’amore

come un vestito nuovo.

Ti verrei incontro,

senza se

e senza ma,

a metà strada

fra te e me.

 

 

 



Vorrei tu baciassi ancora, ogni mia singola paura.

Sirene



Scoprii, mentre la città

si apriva al mio sguardo

di portare nel cuore

due ragazze.

Entrambe bellezze di mare.

Una che raggiungevo

una bambina

dai limpidi occhi

pieni di volubili promesse

frementi attese.

E l’altra, che lasciavo,

più a sud,

più in fondo nel cuore.

La mia donna di sempre

dai riccioli bruni.

Altera, dalle lunghe ciglia

e dal natio seno.

Mi spezzano il cuore entrambe.



Vorrei conoscere, il peso dell’amore

che ingabbia

che lega

e stringendo fa male.

 

Vorrei conoscere, il peso dell’amore

che ti fa scappare

lontano,

fino al mare.

 

Vorrei conoscere, il peso dell’amore

che scioglie

le paure nel vento

e che ti fa tornare.

 

Vorrei conoscere, il peso di quell’amore

che ti viene fin dentro la testa,

sporca l’anima,

e rinascere umano.



Non voglio che tu vada

più in alcun luogo

senza di me.

Senza una parte

di me.



Strappami il cuore dal petto

con nude mani!

Mi piacerebbe,

vederlo pulsare

sotto i miei occhi sbarrati,

al sicuro,

tra i tuoi palmi.

 

 



I poeti

guardano da dietro vetri sporchi di pioggia

gli amori degli altri

i baci degli altri.

A loro,

il plauso

di saperli descrivere nei versi migliori!

Sempre loro,

l’esecrazione

di tutti gli atti d’amore.

 



Ti aspetto al varco,

sulla soglia delle ore

in silenzio

ti aspetto.

Vibrante e sola

circondata

dall’assordante silenzio

della notte,

ti aspetto.

Guardinga,

nel cono d’ombra

dei miei pensieri

ignoro occhi curiosi,

ti aspettano anche loro.

Baci



Ho solo voglia di baci

a centinaia di migliaia di baci.

 

Innumerevoli baci

da perdere il conto di baci.

 

Ho solo bisogno di baci

sugli occhi chiusi, dei tuoi baci,

 

sulle mie labbra socchiuse,

sfiorandoti le guance

 

con lunghe ciglia imperlate di lacrime,

aspetterò solo i tuoi baci.



Sottile come il fumo

hai attraversato le fessure

della mia porta chiusa.

Scivolando come mercurio

a riempire ogni smagliatura.

28 Settembre



Mentre mi facevo la doccia

davo le spalle a raggi di sole,

lasciavo scivolare via la notte prima.

Odore di colla

freddo

e poesia,

di cose che non si possono fare;

perché è giusto farle.

Milioni

di piccole parole che mi scorrevano addosso

e andavano giù nello scarico.

A portare poesia

in un posto dove non posso vederla.

Infinità di sospiri d’amore

di rabbia

di frustrazione.

Gioie e mancanze

le sentivo,

mentre passavo le mani tra i capelli bagnati,

e le stavo mandando via.

Chiudendo a chiave la notte

in un ricordo

che è sotto la pelle.



Quando sono nata

ero un cucciolo di cane,

quando sono nata

ero un folletto,

uno spirito dei boschi.

Quando sono nata

ero affettuosa e ridente

come una cascata.

Ero acqua fresca.

Quando sono nata

ero acqua

e cambiavo sempre forma

restando me stessa.

Quando sono arrivata a vedere il mare

non ero più acqua.

Ero un’altra cosa e affogavo.

Non ero più cane

e non sapevo nuotare.

Ora sono un gatto

e l’acqua non mi piace.

Dentro di me

contrastanti richiami.

Sono serpe,

agile a schivare.

E a questa nuova vita,

in cui non sono acqua

e non cambio forma

mi ci devo ancora abituare.

Selvaggia



Ah, si! Tu sei selvaggia.

Io l’ho capito,

dal movimento segreto dei tuoi capelli alla radice.

Anche se ti nascondi

dietro toni pastello

sulle tue labbra sottili  come una ferita.

 

Tu sei selvaggia!

Figlia del vento.

Non ti nascondere mai più.

Sei selvaggia

anche quando provi a domare

i tuoi ricci vivi.

 

Hai paura del tuo lato selvaggio?

-  Di non controllarlo? -

Lo vedi anche tu

nel fondo

dei tuoi occhi di miele,

cerva?

 

Ma tu non sei

un animale abbattuto.

Tu sei selvaggia.

Lo vedo

nei tuoi piedi nudi

sull’asfalto caldo d’estate.

 

Nella polvere

del terreno arido

dopo le arature

sulle tue gambe glabre e scure.

Sei figlia dell’estate,

Selvaggia,

della terra libera.

 

L’hai dimenticato?

So che lo sai anche tu.

Non ti nascondere mai più.

Non abbassare gli occhi

affondali nei miei.

Non cambiare il movimento dei capelli.

 

Che ti stanno sempre davanti

ed io vorrei poterli toccare sempre.

Tenerli io indietro.

Standoti dietro

sentendoti davanti

crepitare come indomita fiamma.

 

Mi bruci il cuore

e la pelle e le ossa

come un fuoco segreto.

E nessuno sa,

con quella parvenza di acqua cheta,

che sei selvaggia.

 

Ma io ti vedo

nomade nuda

composta,

sorridente

e solitaria e malinconica

e so che sei selvaggia.

 

 

 

N&R



Mi manchi,

il tuo gomito manca al mio gomito

la spontaneità dei tuoi baci

manca al mio braccio.

Il tuo naso manca ai miei capelli tinti

la tua fronte manca alla mia fronte

le tue braccia mancano alle mie ,

i nostri caffè mancano alla mia bocca

e i nostri balletti mancano ai miei fianchi.

La tua risata fa essere più forte,

più limpida,

più spensierata

e più alta

la mia.

Mi manca.

 

Il tuo gomito,

le tue labbra,

il tuo naso,

la tua fronte,

le tue braccia,

tutto il caffè del mondo,

le metto qui

per noi che non ci amiamo,

per me che sento la tua mancanza.

Non importa se sembra strano,

non importa se non è chiaro;

cose nostre,

faccende nostre.

 



La notte allunga su di me

le sue lunghe dita d’osso.

Amo i primi chiarori dell’alba

lame azzurre

in brandelli di cielo nero.

Come un piccolo animale

che canta di sollievo

al crepuscolo

non spreco mai

un bel giorno di sole.



Non capirò mai

gli uomini, le donne

e i gatti.



Neanch’io voglio stare con me,

l’effimera percezione di me stessa

solo col bicchiere in mano,

è questo che voglio essere?

Solo vuota cornice?

Fuori luogo



Sono tutta nella mia testa

il mondo è dentro con me.

Abito un luogo sicuro

lontano da occhi indiscreti,

sono una sola,

io e tutti i me stessa

procediamo insieme.

In altri luoghi

non sono io.

È un simulacro

di me che ero nel mondo.

Si muove tra suoni

filtrati dall’acque.

Estraneo

finanche a se stesso.

Sfiorato dalla superficie delle cose

è egli stesso

liscia superficie.

Le acque chete

rovinano i ponteggi

su cui costruisci

i collegamenti al reale.

Sotto,

solo torbida polta.

L’equilibrio

va sempre riportato.

Non esiste niente

fuori di me.

Lo spiraglio si richiude,

i suoni tornano ovattati

puoi rivolgere

lo sguardo all’interno

rientrare in una sospensione

di liquido amniotico,

che per me

niente vale.