O.06

 



Odio i poeti

gli attori

i cantautori

i sostenitori dell’essere

quelli che la beat generation non è mai morta

quelli con i club master con la barba,

i professori

gli universitari

i ciarlatani

i sognatori

vi prenderei a sassate.

Voi e le vostre poesie che parlano sempre d’amore.

Voi che fate le vostre rivoluzioni per la fica.

Beati voi,

tutti hipster

tutti indipendenti

tutti con il pensiero libero ed originale

e la stragrande convinzione di dire cose

che non ha mai detto nessuno prima.

Che avete tutte le risposte

e comunque non fate copiare.

Io vi piango già come dotte personalità defunte

come leader nati morti.

Aristocratici fuori sede.

Vi detesto

e mi tengo per me i versi d’amore.

E alla fine della fiera

chissà se i matti siete voi

oppure io.



Ho nel cuore un assolata libertà d’agosto,

di calura estiva

di estati passate a correre a perdifiato

lungo la battigia,

ne conservo nel battito del cuore ancora il fiatone.

Ho nel corpo litri e litri di acqua salata

ingurgitata in milioni e milioni di bagni al mare,

di anni ed anni di bagni al mare.

Ho gettato nello scarico della doccia

chilometri di spiaggia in granelli sottili.

Porto sulla pelle la macchia

di tutte le mie abbronzature selvagge.

E sulle ginocchia le cicatrici

di tutte le volte che hanno incontrato l’asfalto

rincorrendo, saltando, imparando a pedalare.

Il sangue ha sapore ferroso e dolciastro

di more selvatiche e polvere.

Polvere di terra arida e asfalto caldo

sotto i miei piedi nudi.

E conservo nella risata

la freschezza delle acque del pozzo

che bevevo dalle mie mani tenute a coppa.

Ho la pigrizia e l’allegria della cicala

nel fondo degli occhi l’oro del grano maturo

nel carattere le spine dell’opuntia

coi dolci frutti.

Sento ancora il gracidare delle rane nello stagno

e vedo ancora la luce

attraverso le larghe foglie del fico.

Nell’essere mio è tutto un trattenersi d’estati

e nel cuore un perenne correre di cacciagione.



La prima volta che ti ho visto

ho pensato che tu fossi piena di felicità.

Che tu fossi come un dolce

come quando ti regalano le caramelle da bambino

e tu sei esageratamente felice.

Sei come le caramelle che frizzano

che più succhi il dolce

più frizza

e poi sotto c’è l’amaro.

Ma se continui a masticare

l’amaro diventa chewing-gum

e tutto torna a mescolarsi

torna dolce

l’impasto dolce e gommoso che ho in bocca sei tu.

La prima volta che ti ho visto

ho pensato che i tuoi occhi brillassero

come il più bel bicchiere di coca-cola d’estate,

illuminato dal sole.

Giallo, marrone, nero e sfavillio continuo.

Lo so, sono un tossico,

un drogato delle peggiori cose

schiavo della mercificazione globale

delle puttanate americane.

Quando ti ho vista la prima volta mi sono liberato

dalla mia dipendenza da caffeina

della masticazione nervosa

quando ti ho visto la prima volta

ho capito che era tutto in te.

Tutta la felicità,

tutta l’infanzia

tutta la coca e tutte le mie dipendenze del mondo,

in te.



La ragazza che amo

ha i capelli rosa come zucchero filato.

la ragazza che amo

è morbida profumata e sa di sale.

La ragazza che amo non è speciale

ha morbidi gli occhi scuri

brillanti e caldi

lunghe ciglia e nei sotto le labbra.

La ragazza che amo è arrabbiata

e ha canini vivaci

in un sorriso tagliente.

La ragazza che amo

vende sarcasmo

e risposte pronte,

ha brutte dita

e splendide mani nervose mai ferme.

Quella che mi piace ha una limpida risata.

Pulita.

Attende,

ed io vorrei regalare mille baci alle sue labbra vergini

e altre mille carezze e mani

a circondare i suoi ampi fianchi.

È lei che osservo,

sotto le palpebre chiuse

milioni di ragazze

prima e dopo di lei

bellezze infinite;

me è lei che sento

crepitare come fiamma di candela

l’esistere reale della sua pallida persona.

Non penso mai a lei, a lei che amo

ma se lei passa, se lei c’è, se è vicina

allora ha il sapore inarticolato di tutto ciò che manca

smaschera le mie troppe finzioni

è scelta autonoma

curiosità del cuore

che non trovo mai il coraggio di seguire.

Odisseo



Io sono Odisseo

dopo una vita a credermi Achille

sono Odisseo,

in una vita piena di errori

consumato dall’acqua salata

del mare in tempesta.

Quando l’orizzonte è lontano

e sparisce e riappare alla vista

mistificato,

dopo tanto mare.

Sono Odisseo

e sepolto dentro di me ritrovo il desiderio della mia Itaca

piccola isola,

dove pascolano le greggi

dove il grano biondo e alto

lucente come lance di soldati.

Dove gli ulivi scendono verso il mare

e gli uccelli vi nidificano.

Là è il mio nido,sull’acqua.

Odisseo peccatore, dal nome infame!

Vorrei solo tornare

macchiato delle mie colpe

riposare.

Mentre ancora una volta nell’aria è l’odore del sale

e il cuore figlio d’Argo deve andare;

perché, Penelope santa,

non ci sei.

E non c’è ritorno

per chi perde la patria.



In questo bar

in questo luogo

in quest’angolo

in questo cerchio

in questo open space dell’amore

ogni giorno ti cerco.

In questo luogo

dove niente è celato alla vista

dove la prospettiva gioca tiri vispi alla mente

io ti aspetto.

Tra le colonne al tramonto

la speranza di incontrare i tuoi occhi

e quand’anche fossero loro a trovare i miei per primi

a seguire i miei moti e le mie rivoluzioni

alla fine sono sempre io

per quanto neghi,

che cado come piccola luna

nella tua orbita

di solida terra.

Ma proprio come fissità di pianeti

null’altro di straordinario avviene.

Arsi



Vivo con un fuoco

che mi brucia le viscere.

Perennemente arde.

Infiammandomi e divorandomi

dall’interno.

Risalendo dal basso ventre

mi priva degli intestini

e arriva palpitando al cuore.

Tutti i giorni lo sento ardere

di inesauribile sete.

Ma tu vieni comunque,

te ne prego,

come la pioggia lieve

a mostrarmi un posto che non brucia.

A spegnere le allerte

le fiamme alte.

Cullami tranquilla,

dondoliamo ancora un po’

voglio sapere

com’è bello

vivere sull’oceano.