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Ed ecco i duo cavallier col brando
s’avvicinan a lupi similmente,
l’un verso l’altro, co’ l’arte in bando,
vanno a menarsi intensamente.
Tintinnano le lame e così stando
non muovono lo piede millirmente:
di suono spaventoso l’aer si fende,
e par che dallo ciel un tuono pende.



Spio nell’al di là delle cose un vasto impero
intangibile e sgretolato dal tempo.
Spazzati via da tornato e tuoni e cataclismi
tutti gli oggetti hanno acquistato la loro identità
in una lotta all’ultimo sangue.
E’ una vastità interminata quella che scorgo,
di desolata bellezza si vedono campi e città,
è cinto ogni stato di pneuma corrotto
e un passo è ormai eterno nello spazio dissolto,
è tutto annientato in questo luogo infinito
che raccoglie gli scarti del cosmo,
siamo giunti all’ultimo giorno di vita.



Udite gli spazi sidèrei che con veemenza
si abbattono sul globo?
Toccate con l’occhio le spaventose battaglie galattiche
distanti anni luce?
Là, tra Ofiuco e Saturno, innumeri navi nemiche
lanciano colpi fosfèni, che sventrano
il legno spaziale:
piccole scialuppe di superstiti fuggono
dalla battaglia, cercando
di evitare il colpo mortale.
Cannonate si susseguono e grida
morenti smorzate dal vuoto
riempiono il mare del nulla di detriti e sangue;
una strage tra arrembaggi e prigionieri
è ormai avvenuta, senza lasciare scampo.
Ora, fra esplosioni si supernova,
luci cadenti ed altre nascenti,
il vascello malmesso all’officina ritorna.



In un mondo ormai perso,
l’inattività corrode le cose.
Un uomo, cerca di scappare
dall’infinito del mare,
un treno in movimento,
richiama il disordine.
L’amore ci rimane, scomparendo
nell’odissea del nulla.
Un tramonto bluastro, invade
il mondo di una ragazza su
un’altalena: il nulla rimane,
il resto scompare.
La strada è ormai affannata,
affaticata dal germogliare
degli anni inutilmente sprecati.
Pesarla sulla mano,
Sentirsi insoddisfatto.

Stazioni



Luoghi di benvenuto e di addio
hanno visto baci, lacrime, abbracci.
Chissà se i capotreni si commuovono,
di stazione in stazione, a vedere
mariti figli fidanzate sorelle amanti
partire, lasciando tutto in
sospeso.
Il tuo treno si allontana, e la vita si ferma
nell’attesa
del tuo ritorno.

C.G.

Di un giorno a Roma



L’aperta città mostra i suoi colori:
“odi et amo”, nel gioco dialettico
si riscontra lo stato
ossessivo del pensiero,
le voci vanno e vengono
in un fluire retorico di figure vocali,
su e giù, basso alto portato
ed energia vitale oppressa e liberata
d’artisti incontrastati della strada.
splendido dramma di vita
nella gioia di gustarsi il sogno
semi realizzato.
Lacrime, lacrime
e maestosa disperazione emotiva.



Un tramonto, di un sapore rossastro,
dona la tranquillità.
Il tepore, irradia le nuvole che,
con lenta dolcezza, cambiano colore:
una nota, si lascia trasportare,
serena, per le colline.
Lo sguardo, è intenso, espande il vermiglio,
creando connessioni di spazi incongiungibili.
Qualche stella, traspare, timida.
Un soffio leggero, porta gli elementi,
riscaldandosi con gli ultimi affanni del giorno.
I raggi, iniziano a ritrarsi,
lasciando spazio alle tenebre:
il fugace, intenso arancione,
cede al cosmo un passo,
portando un cosmonauta a risvegliarsi.

Amor che prova pena al cuore giunge



Amor che prova pena al cuore giunge,
e insieme poi t’abbatte e ti consola:
prìa una saetta, poi strale che punge,
e tu non gli puoi dire anco parola.
Amor che ti ha mirato ti ritrova,
e con lui t’unisci in cosa sola,
e toglierlo non puoi con niuna prova.
Amor che ti conquisa è assai meschino:
come fiera la mente di dirova.
Amor ti lascia alfine a capo chino.
Amor è tuo fratel, dunque Caino.



Lacrime arrugginite, facce
malconce e rughe e crepe.
Cammino nel deserto,
Occhi tossenti mi fissano
in cerca di aiuto.
Ho visto un ciclope
frignare di notte,
sgomento, e un viso,
più d’uno.
Guardo in basso,
e solo piscio e merda
e basta.
E intanto piangono i palazzi
orribilmente sfatti.

Ai due innamorati



Dolci cuori, che insieme stanno,
vivono, stando accanto:
si mescolano in forme d’amore,
intense emozioni li pervadono.
Il tempo, maestro, li divide,
e i due infelici vanno. Un ricordo permane:
malinconico è il pensiero di colui che si separa.
Non c’è arte nel farlo, né pace a provarlo.
Infine gli amanti incrociano lo sguardo,
e si rivedono nell’altro,
e nel tempo felice ora lontano.
E loro sanno, che da quella via più non passeranno.



Il mare non era abbastanza blu
le mie mani troppo
fredde a causa delle intemperie
o del macabro mal tempo

Il cielo è bianco quasi
volesse nevicare ma non
riesce nell’intento
spesso mi incanto con gli occhi in
spazi colmi di connessioni spente

Dormirei volentieri sul pavimento
perlomeno potrei sentire le
dolci vibrazioni del terreno
il mondo riesce ad esistere
ed io per poco

Siamo quasi al nirvana scendi
le scale raggiungi l’oblio
e restaci.

“Al vecchio frantoio”

Versi -quasi perfetti- sulla pioggia



pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia

pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia

pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia
pioggia pioggia pioggia pioggia

Primi Incontri



Mentre quel corpo si posava,
lo mirai posarsi dolcemente,
ed io, così sovente
perso nei miei pensieri,
arsi di vaghi desideri,
in me fin da allora ignoti.



Fuoco ardente fui,
ed ora cenere spenta.
Di distruzione sono esperto,
di carità faccio il guardiano
altruismo od altri
simili sbeffeggio,
l’egoismo tiranneggio.
Fuoco ardente fui,
ed ora, come la cenere,
io, mi spengo.



Senza un significato certo,
l’uomo smarrisce il proprio destino.
L’ “uomo” è il marchio con il quale
il mondo si sovraccarica del niente.
La malinconia dei versi sciolti,
da me rapiti e imprigionati, si
estende al dramma della vita:
un colore viene punito, poiché tale.



Sovvertire i nessi
del mondo delimitando
l’Io in contraddizioni
eccentriche, eversive.
Mille questioni distruttive,
cancellano il luogo della
nascita, lo scoppio del
disteso disorientamento,
squarta i pensieri, lacerando
la vita nella sua essenza
più totale.



Mirando con fervore ammuffito
le vesti della terra, aspetto il
nuovo mondo con tristezza.
In un istante tutti i desideri vengono
meno, guardando quel fiore un sol
momento, capisco la bellezza, e vengo meno.