R.10

 

Risonanza



Ombre terrificanti accompagnano i nostri passi
una scacchiera rossa e nera la nostra danza
guidata dalla follia di un pianoforte.

Fendere l’aria è ciò che bramo,
due compagni di vita nel darsi coraggio
ed essere immortali.

Anagrammi



Emigravo loro ori
il moro (oro) vigerà
lo mio agire vorrò
vaglierò, o morirò!

Prometeo



Prometeo



Non favilla
o fiamma portò,
ma lingua e arte:
destò uomini
lume della ragione.

Così vorrei acuire i mei vitali sintomi
che l’orbitar vuoto assopisce.

Non fu Hybris



[...]

Il fluttuar della mente
sorvolare un fiume.
La corrente superficiale
affidarmi a riflessi lucenti.
Immergersi nell’acqua vitrea,
placida e costante,
dimora divina.

Apro gli occhi.

Osservare passanti concitati.
In strada caos:
determinar l’ora d’aria
dai brusii della mente
seduto su un lampione,
cullato dal vociare.

Chiudo gli occhi.

Le catene cadono
i vestiti si dissolvono
a tratti scompaio.
Nel silenzio
non più anima e corpo
né ossa né ombra
intenzione o azione.

Lentamente mi stacco da terra.

[...]

Intellettualismo



Non nel mio odio:
nel divenire
cessi d’esistere
chi si rifugia nell’astratto
rinunciando al concreto.

Ironia della sorte



Che chi si sente oppresso
sogni spesso d’emanciparsi
aprendo un museo delle cere
rimane un’intima verità.

Che tutti quei volti così nobili
e meritevoli di memoria
non hanno poi tanto da raccontare
poche differenza dall’originale.

Ogni cosa va al suo posto
l’oppresso racconta la storia
e lascia tutti a bocca aperta
statue comprese.

Charlie Chaplin



Nella nebbia del mattino tutto tace
se non per una ventiquattrore
che si trascina dietro un uomo
fregando per terra
quasi per capriccio.

Lieve ritardo.

Raggiungono il binario
e il treno non manca l’appuntamento
spacca il secondo
un attimo dopo è gia lontano.

Il fastidioso bagaglio si trova inspiegabilmente bordo
sbuffa, impreca, bestemmia.

Composta e civile
la ventiquattrore
è rimasta in stazione.

Corteccia



Descriverti come
riflesso sull’acqua
terrore insidioso
frantumerai la mia volontà.

Dialettica



Tu affoghi
la testa in basso
come una medusa
il divenire mi trascina
ognuno nel suo moto
l’inerzia ci accomuna.

Ho trovato la felicità
in un bicchiere d’acqua
a metà.

Sottinteso



La rivoluzione si pone
ancora
in una nuova stazione.

Si ricongiunge ad una nuova sfumatura d’animo
nuovamente mi implora di lasciarla vivere
e smette di istigarmi ad ucciderla,
ha trovato le parole.

Le due metà si compatiscono
non nell’umorismo
ma nella percezione cosciente.

Speranza



E vedi
che io stesso ti ho creata
e improvvisamente
come un serpente
fulminea
mi azzanni
maledetta bastarda
pensavo
di potermi riposare
almeno un attimo.

Apnea



quando capita di ricordarsi che si sta respirando

E’ successo di nuovo.

E’ un’azione automatica
ma se per caso il tuo pensiero
sfiora appena l’argomento
smetti di colpo
ed entri in apnea.

Non rimane che distrarsi
e svuotarsi la testa.

Onironauta IV / Trasmissione



Scrivo.

E mentre scrivo
proprio davanti
a me
una supernova
pulsa
pare viva
e sembra quasi muoia
dalla voglia di urlare
il suo nome
ma non ci riesce
e lo spazio si contorce
intorno alla sua bellezza
e il tempo si incanta
dentro la sua luce
tanto
da volersi fermare
e regalare all’eternità
un solo
piccolo
insignificante
denso
istante.

 

 

Onironauta III



Lo farò,
prima o poi.

Mi sveglierò
e affronterò la vita.

Accetterò i miei doveri
e le mie responsabilità.

Voglio solo
riposarmi
un altro po’.

Onironauta II



“Vega, Deneb e Altair stanno
sopra le nostre teste tutto l’anno
ma semplicemente si mostrano
solo a chi sa aspettare l’estate.


 

Ci siamo punti le dita.

Abbiamo tessuto così finemente la trama dei nostri sogni
da poterci vedere troppo facilmente attraverso il fallimento.

E abbiamo voluto disfare il telaio.

Per ogni filo  un boato
per ogni anima un fato.

Il canto del Merlo I



Una sola voce
si librò dal cielo
quella notte.

Non una di più
si aggiunse al coro
della sofferenza.

Nessuna anima
ne mantenne
il ricordo.

Poi silenzio.

E fu come se nessuno
avesse mai parlato.

Ipocrisia



E’ nello stile del poeta
cercare i propri spazi
ma io navigo in un vuoto
adimensionale e oscuro
che non riesco a definire.

Osservo l’esterno eternamente ostile
e mi convinco che non è l’inchiostro
a definire l’artista.

Mi arrampico su specchi appannati
mi arrampico su specchi appannati
e osservo il riflesso del fallimento
sul volto del fallito.

Continuare a sprecare il mio tempo
senza per questo arrivare a una conclusione
se non la conclusione stessa
di non avere niente da dire.

Ma parlo.

E al silenzio delle mie parole
si somma il canto delle folle.

Onironauta I



Mia amata,
mi perdo nei tuoi sogni
e tu nei miei.

Qui – in questo luogo – giuro ed
ammetto di fronte al massimo vincolo
- la mia esistenza -
che sarai il mio unico scopo di vita.

E non avrò pace
finchè le mie mani non sfioreranno in un boato eterno le tue.
E non avrò verità
finchè i miei occhi non si perderanno nell’infinito dei tuoi.
E non avrò giustizia
finchè la tua voce non spazzerà via tutti i tormenti miei.
E non avrò speranza
finchè il tuo pensiero non trascenderà l’orizzonte circolare in cui sono rinchiuso io.

Ora – in questo tempo – posso parlarti
e mai nessuna mi è stata più vicina,
se pure la tua esistenza sia dubbia

nel passato, nel presente, nel futuro.

E saremo foresta,
affinchè alimentando le fiamme del divenire il tempo cessi di esistere.
E saremo luna,
affinchè i pesci degli oceani scoprano il cielo stellato, oltre il pelo dell’acqua.
E saremo vele,
affinchè il vento della Follia ci porti a largo dall’esistenza interstellare.
E saremo fiore,
affinchè possiamo coglierci, e salvarci dall’incendio delle passioni effimere.

Mia amata,
giungi prima che io smetta di sognare
o questo incubo sarà eternamente il reale.

Sempre piove



Aprile sta arrivando,
forse lentamente.
Su di un’onda di Follia,

s’approccia così,
sibila una pallottola
dalle ali di farfalla:

letale a sufficienza

eppure

bella abbastanza
da annegarci
nell’odio.

Piuma d’Argento



ATTO I

sfogliando memorie di gioventù

Sento
il tempo
della vita.

Scivola tra le mie dita
inafferrabile
- come se tacesse -


ATTO II

- cantano all’unisono la musa dell’oceano
ed il capitano di una vita differita

Tempo fa il mio veliero solcava il mare ad oriente della Bulgaria
con un carico di sicurezze e valori
appartenenti alla mia giovinezza:
all’epoca non conoscevo gli uomini
più di quanto riuscissi a misurare i loro limiti.

Approdammo insieme in un deserto
- trascinati a largo dal vento della Follia -
e credemmo finalmente di esserci realizzati

l’uno nell’altro.

Scrivemmo le nostre memorie su uno scoglio,
guidati dall’armonia della brezza.

Con il passare degli anni, la melodia del vento tra le cime cambiò.

Ora le onde non muovono più il mio vascello
- quasi oscurate dallo stornello della bufera -
ma la loro presenza è tuttora tangibile.
Passo le notti a scrutare il fondo del mare
- ogni secondo è scandito dall’eterno ritorno del pendolo -
per provare a recuperare la mia ancora
e salpare di nuovo.

Ma il peso degli anni mi ha reso sordo,
immensamente stanco,
e smemorato,
cieco.

Di quel viaggio non rimane
che un relitto incagliato
-
in una secca mortale -
tramutato dal tempo in 
faro,
guida per le altre imbarcazioni.


ATTO III

- parla l’ex Direttore del museo delle cere

Sai cos’è leggero
come una piuma
ed arruginisce
lentamente?

Una vita spesa a conteplare l’esistente
- scrutare il mondo -
come un bambino e le dita di un’abile tessitrice:
bocca spalancata e cuore colmo di sorpresa.

[...]
ago e filo
per ricamare
tre anni in uno
[...]