R.12

 

To someone in the past



A quarter to nine
cold outside,
and in an empty street
me and her walking aside.
Nothing, but frozen leaves and sliver breathes.
In silence,
we see the dark
spreading from the trees.
Like black wine,
it is all around
and I am her shadows and she is mine.

A moon shines
as white as a skull.
Hundreds of houses rest
all plain and dull.
I feel
we are the only two alive,
the last fireworks shot at the end to wow.
She kisses me and I laugh out loud.
“I wanna find what hides at the end of the night”
I shout.
We pass some windows with light inside,
and she wants to stop somewhere and dine.
“Come on” she says.

So now I know
how tastes her mouth in the morning
and how her smell, left on the blankets.
And how her sadness,
like flabby pizza in the fridge.
And I know about her friends
the good ones and the best ones,
the ones she hates
and the ones who are secretly in love with her
and the ones who are boring
but she can’t leave because it’s too much time they know each other.

I know all this,
and still, I don’t know.
I don’t know what she thinks there is at the end of the night.
Because if I ask she won’t understand,
she will get a bit angry with me because I am weird,
and we could have sex instead.



Il mio desiderio, quando sei nuda,
assomiglia alla fame
di divorare manine morbide di neonati.
Il desiderio di lisciare la mia lingua sulle tue cosce
di strisciare in mezzo alle tue ginocchia.
Vorrei ucciderti e rianimarti per
sentire ogni volta un nuovo gemito
di godimento mentre torni in vita.
Voglio premere le dita sulla tua pelle
che è come un impasto molle
di lievito e farina e annusare
l’odore dolciastro e liquefatto
di puro piacere lungo le tue gambe

Ti voglio, e ancora voglio le tue labbra
morbide da mordere e i tuoi occhi
sbalorditi, i tuoi occhi affamati quanto i miei,
i tuoi occhi lucidi che altro non desiderano che
sommergermi, e ti dico
dai annegami.
sbattiamoci addosso come onde, come continenti,
come incidenti d’auto e lasciamoci distesi agonizzanti
sulle nostre pelli umide.
su asfalto impregnato
del tuo sapore altamente infiammabile.

Se sono ancora vestito
se rimango immobile
lo stomaco si contorce di gravità
l’amore è un’ustione da ghiaccio,
lasciati toccare
o dovrei lanciarmi dalla finestra
per smettere di guardarti.

Disteso accanto a te, in una scatola di fiammiferi.



L’alba non ha ancora sbadigliato,
e i palazzi aspettano, come sonnambuli in piedi,
l’urlo soffuso del giorno.
Quanti poveri stronzi come me
trascinerà via, questa notte?
Per cosa dovrei staccarmi da te, amore?
Presto saremo chiusi
dentro un nuovo cielo d’ostrica grigia,
senza perla.
Fanculo. Restiamo qui.
è pesante il buio.
C’è sonno liquido in questa stanza.
Le mie palpebre chiuse galleggiano.
Come due petali
sulla superficie di acque scure.

Dovrei andare, dici.
Si, dovrei, dovremmo tutti andare.
A vedere un deserto.
E restare lì su una sedia di plastica.
A contemplare il sole muoversi.
Ad aspettare che si inserisca nell’orizzonte.
Per un’altro giro.
Un’altro giro, grazie.
L’amore è un cocktail, mal mescolato, delle mie dipendenze:
il tuo splendore crudele, che puzza di gin;
il profumo di polpa di mango maturo;
il pianto caldo di una notte su un treno;
il brivido di iceberg alla deriva nel bicchiere.
Ma soprattutto quell’odore sconosciuto
che nascondi nell’incavo del collo,
che sa a metà tra oceano e pollo.

Intanto la notte si è gonfiata d’umidità,
sotto gli sputi schiumosi della luce dei lampioni.
Sfioro le tue lentiggini,
delicate come le ombre della pioggia,
che è passata sul vetro e ha lasciato le sue impronte.

Senti il risucchio lontano. è per me.
Sono aggrappato al tuo corpo caldo.
Il tuo viso addormentato,
ha la dolcezza della neve.
Come fai?
Conosco bene che sai scatenare anche l’inferno.
Stiamo qui scomposti,
smontati in pezzi bollenti,
bianchi e nudi, come statue greche fuse insieme.
Di quelle che gridano mute nei musei
per l’angoscia di non poter essere sentite.
Avremo anche noi qualcosa da gridare?
Ti guardo mentre sei assopita.
Ticchettio. Stillicidio di secondi perduti.
So che adesso dovrei nascere, precipitare fuori da qui.
Mentre corro, sento le lancette sfiorarmi la nuca.

Me ne sono andato alla fine.
Ho consumato la distanza, restando inerte in mezzi d’acciaio.
La malinconia non richiede di sudare in questo millennio.
Quanta gente, sopravvissuta alla notte.
I miei sentimenti si sciolgono, senza nome, in questo miasma di impermeabili.
E mi assale la voglia di andare,
con te, e con una slitta di cani,
tra i ghiacci,
fermarci alla sera ad accendere un fuoco
con la morte che stringe le dita,
nella foresta ascoltare ululati,
e guardarci
mentre ci scaldiamo per sopravvivere.

Treccani



Sono stato capace, grazie a te, di comprendere l’essenza della parola “stronza”.
Ora ne conosco l’esatta temperatura,
degusto perfino un sapore preciso.
è facile,
mi basta pensare di essere rose tra le tue dita,
rose comprate da un ambulante, da dimenticare da qualche parte stasera,
o una stella con il tuo nome,
che puoi acquistare su internet per 73$ con il corriere UPS Express.
Può darsi che io per te sia solo un antipasto, a me invece non dispiacerebbe
che le tue labbra fossero la mia ultima cena.
Così tu sei la mia insonnia e io solo un buon cuscino su cui riposare,
ma devo confessarlo, nel gran letamaio di questo mondo,
sei il più bel pezzo di merda in cui mi sia imbattuto.

Ripensandoci



Forse, in tutti questi anni,
la gente non era così crudele
e non serviva che ingoiassi tutta quella cenere
di sorrisi spenti tra le labbra.


Forse non me ne sono accorto e ho lasciato per la strada

monconi d’abbracci mancati,

come candelabri lugubri
accesi alla mia solitudine.

Per questo mi sono accontentato
di scaldarmi con fenici sbriciolate;
e ho passato giorni insipidi,
con la bocca troppo piena di me per parlare di amore.

Sarebbe stato bello poggiarsi l’uno sull’altro,
come mani su un vetro,
ma non ho avuto coraggio di spogliarmi,
perché a essere trasparenti si è fragili,
ed è facile infrangersi.

Stasera



 

I tuoi occhi sono talmente scuri, che guardandoti, ritrovo solo il mio riflesso,
colato sulla superficie nera delle tue iridi.

Visto che non riusciamo a parlare
sciogliamoci nell’ammoniaca della notte,
fino a rimanere scheletri acidi,
e raschiare qualcosa in te.

Ormai da troppo tempo
siamo fantasmi schiacciati nella fotocopiatrice dei giorni.

Facciamo scoppiettare chiacchiere per riscaldarci.
Ma siamo così freddi dentro,
che sembriamo le statue di marmo sotto la pioggia, là fuori.
Stanzi nella tua bellezza inutile,
mentre, lentamente, sono penetrato da foreste di sospiri congelati.

Dimmi qualcosa.

Sto morendo, assiderato nella mia solitudine.

Consistenze



Di fronte a te

la mia faccia si scioglie come gelato alla crema

e resto nella mia storpia semiliquidità.

Mentre la tua bellezza si è affilata in cristalli scuri

adatti a trapassarmi facilmente.

Marocco



La tua pelle ambrata

si stiracchia in dune docili

sul mio respiro

sepolto dal tuo sorridere.

 

Ho un colibrì esplosivo

ingabbiato tra le costole.

 

Pupille



Mi fanno paura.

Sono buchi neri

dritti nel tuo cervello.

 

Non voglio vedere.

Narciso



Ci siamo incontrati.

Mi sono avventurato

sulla superficie del lago ghiacciato della nostra conoscenza reciproca.

E sembrava profondo.

Blu cobalto.

Ma alle prime crepe della brina gelata

ho capito

che era solo il riflesso del mio cielo.

La Città del sole



Questa è la Città del Sole
dove a mezzogiorno
gli albatros cantano il loro diluvio
e i palazzi scrostati si bagnano di giallo

Migliaia di uccelli
scendono volteggiando
e le pietre si scaldano.

I porti frastuonano
di ravvivate compagnie
e chiassosi boccali
grondano birra schiumosa
sul legno fulvo dei banconi

In che tempo ?
La Città del Sole
non ha tempo ne luogo
Gli scheletri vuoti che la abitano
scheggiano le loro ossa
sui ciottoli tintinnanti
delle vie in salita

Ogni giorno
si aprono le porte ai nuovi arrivati,
ma mai una nave si allontana la sera,
dalla magnifica Città del Sole
che tinge
le sue mura
di rosso
mentre
stormi feroci
scintillano
all’ombra del tramonto.