R.29

 

Note d’epilogo



Sono linea spezzata
e disillusa
che per stenti e mancanze
va a morir lontano.
Manca la brezza
sui visi tediati dal sonno
che nel sentiero tortuoso
hanno pochi passi
e troppe asperità.
Son scarse le forze
per scorgere il nord
in una bussola senz’ago
e manca l’appiglio
d’un fratello lontano
e d’un amore vicino,
il calore d’un abbraccio
in dialoghi ipotermici.
Ciò che resta è il pretesto
per stringere i denti
e credermi un sordo
che per inerzia avanza
fingendo di non curarsi
di quel che è il crescendo
delle note d’epilogo
nella sinfonia della vita.

Tuttavia non piansi



Riposta la penna
si spense la vita
e fui prigioniero della gelida morsa
d’un silenzio acuminato
che con fare brutale
m’esplose in petto.
Fui carne recisa
e ne ebbi ogni pretesto
tuttavia non piansi
benché le lame
trafiggessero la carne
quanto violacee reminiscenze
foravano il manto di versi
entro il quale
sovente
amavo rifugiarmi.

D’un paradiso



Scrivo d’un paradiso
gremito di ciliegi in perpetuo fiorire,
passeggio s’un prato di smeraldi
e accenno un sorriso
alla vista dei Serafi danzanti
che per ritrosia occultano
con le ali
il volto paonazzo.
E’ il paradiso
e so per certo lo sia
giacché seppur riposo
godendo dell’ombra dei rami,
della tenerezza dei campi
e mi appari in sogno
di scatto mi desto
con la mano tasto il petto
osservo gli angeli  volare felici
e m’accorgo
della cessata sofferenza.



I piedi nudi
sanguinando
avanzano sul selciato del terrore.
Occhi spenti
e non capaci d’osservar l’arcata finale
riemergono, senza vita
dal tetro fondale.
Membra stanche
non reggono il masso severo
ed è acidulo il sapore
che alla bocca rimane
per aver invocato il perpetuo silenzio.
Quel corpo fu visto danzare
nel volo d’un passero appena nato
che contro volontà dovette afferrare
la mano protesa del portator di luce
sprofondando nell’ade
senza sfiorare il sudicio suolo.



Abbi cura
di coprir le esili spalle
se oltre la dimora
ad attenderti v’è il freddo
che dolcemente mitigavo.
Abbi cura
di non lasciar marcire
isolate
le parole di conforto
che con tenerezza ti donavo.
Abbi cura
che mai, chi non t’ama
possa calpestare
quanto di bello
ho seminato
nell’ora verde e rigoglioso
giardino del tuo cuore.
Abbi cura, e fanne supplica
che ti sovvenga ogni mio gesto
i pugni duri
la voce grossa
gli occhi pieni,
e abbi cura
di non pensarmi a lungo
ché se nella mente tua
il mio sorriso prendesse vita
sarebbe, sai, sigillo di te
viva e presente
e malgrado le ingenti piogge
e le infinite tempeste
avrò da ringraziarti
perché gli arcobaleni
i più belli
potrò sempre vantare
di averli ammirati
insieme a te.

 

 

Catalisi



Baciami adesso
che manca l’aria
il buio sopravviene
e le luci
son prossime a spegnersi.

L’inquieto pianista



Dalla pioggia trova riparo
sotto un ombrello fatto di note
l’inquieto pianista.
Un debole tepore
generato dall’arpeggiar perpetuo di mano sua esperta
s’accinge a curare ogni ferita rimasta aperta
fino all’ultima nota,
finché d’un pentagramma
non rimane che il ricordo.
E s’alza in piedi a contemplar gli applausi
e a sopportar la pioggia che risparmiarlo non osa.
Il tepore cessa
ed egli più non distingue
dal diluvio, le lacrime amare
e i ricordi d’un amore venuto a mancare.
Giunge allora il tempo di ricongiungersi all’amata
dal ciglio del dirupo,
e l’inquieto pianista
osservatosi le dita, salutata la sua musica
fa il segno della croce
e salta giù
togliendosi la vita.



T’amavo
ch’era solo l’alba.
T’amavo ancor prima
che le mie mani fossero radici
sui tuoi gracili fianchi
e che i profumi s’unissero
inebriandoci.
Prima ancor che nel tango soave
di due giovani amanti assetati d’orgasmi
fosse scritto di noi
amavo già le ore migranti
i versi sonanti
e le lacrime tue
a benedire le mie guance.

Come cielo e mare



Me e te
come cielo e mare
perenne distanza
ma stesso colore.
E sebbene sconosca
degli occhi tuoi il dolce bagliore
coi miei osservo il nostro orizzonte
e ciò che sarà la mia gioia
nel saperti al sicuro e felice
se ti addormenti stretta a me.



Di’ pure
quale gelida sensazione
pervaderebbe le tue esili membra
se, conscia d’esser ormai ignuda
e senza un tetto,
riaffiorare dovesse
il ricordo di te
al sicuro dalle intemperie
tra le braccia mie.

Ascenderò



Mai ti sarà dato concepire
il peso degli asfissianti respiri
ai quali mi costringi
e il male a cui mi vincoli
riponendomi nello sfarzoso baule
di un’esistenza parallela e buia
per timore di mostrarmi al mondo.
Ma sarà lode al suon di campana festosa
che il sorriso sulle labbra mie
pretenderà di veder risplendere
perché solo allora
e allora soltanto
sorridendo, mollerò la presa

e ascenderò.



Esigo d’averti,
come fossi l’ultima richiesta
ed io il condannato.



Scrivi
con lama affilata e rovente sulla pelle mia
che indossa i tuoi baci
e vanta il tuo profumo,
che mai avrò da dubitare
giacché parola non proferita
è di poco conto dinanzi ad occhi
che menzogna mai elargiranno.



Talvolta ometto
il parallelismo dei passi
e smarrita cerchi i miei occhi
coi tuoi, di tristezza intrisi
rivendicando simbiosi
eclissi
rotismi epicicloidali

Ma ti è ignoto
che stia indietro
di giusto il necessario
a farti scudo a mezzo d’ali
riscattate con sangue versato
subendo a tua insaputa
le lame che ti furon destinate.

Di noi



So che rammenti di noi
di due cuori propensi a sfiorarsi
incoraggiati dall’unisono dei battiti.
Ricordi senz’altro il silenzio
necessario al di là del concepibile.
Rammenti il sapore
dei nostri baci
i corpi a sfregarsi bollenti
e le nostre anime ardenti e ricche
unite in un passo a due
atto a condurci
avvolti in incandescenza
ad estinguere le stelle.

Come affiggessi il cuore



E così ti affiggerò su queste mura
carta
inchiostro
sostanza
come affiggessi il cuore
affinché non si accosti egoismo alla mia persona
e si conceda il privilegio
di venerarti
a chi di te non sa
ma di te apprende con gli occhi.



Disinnescare
l’ordigno d’astio
che a deflagrare è prossimo

Delle tue labbra prolifiche
d’essenza sacra
è mansione.

Trapasso



Non più una preghiera
ma lacrime e buio
il capo umilmente chino
l’anima a brandelli ed errante

E’ la nera nostalgia a traghettarmi
dove giace, marcio
il sangue del tempo
per noi versato in sacrificio

Giunto in quella terra
intuisco d’esser arido di spirito
e persevera la follia
in luogo della ragione

Piuttosto che il perdono
non trovo che esseri immondi
non odo che grida atroci
non oso che pentirmi

E colmo di rimorsi e dolore
pronto al trapasso
pervaso dal male
alla Morte stringo la mano.

Sanguina e vivi



Scalcia in petto
il desìo di lacerare la tua carne
affinché misti al sangue
i mille timori che ti sono martirio
e l’Amore ostacolano
ti abbandonino.

Supplizio



Saturo d’un misero vuoto.

Vuoto reo del supplizio
che il cuore mio angustia.

Cuore che in petto permane dolorante
reliquia di vorticosi impulsi
che dal tuo soffio deciso
emesso prima d’andar via
furono estinti.

Vedo a colori



Da quello sguardo
colmo d’impeto veemente

da quel bacio.

Da quando
dell’immenso che nei tuoi occhi vive
e che sulle tue spalle grava
fui asperso amabilmente

da allora
e da allora soltanto

vedo a colori.

 

Conflitti



Sento oscillar le voglie
ora di lasciare le mie dita scorrere
tra i capelli dell’ amata
che con diletto io percorro dolcemente
ora di bramare ch’esse rimangano intrappolate
tra i ricci dell’ingorda amante
capace di fare di fedeltà e devozione
cenere in balìa d’un uragano.

L’innesco



Sarà che i bei versi procuri
che il mio estro alla luce riporti
che ad Apollo mi conduci
e il mio spirito oziante solleciti
E di te mi servo
per scongiurare il letargo
usufruendo del fuoco di lanterna
che inconsapevole appicchi.

Anzitempo (Domando a me stesso)



Domando a me stesso
Cosa accadrebbe
Qualora il respiro cessasse anzitempo
Lasciando affetti
Causando dolore
A chi di caro resta a patire
Sofferenza per chi già in pace riposa
E senza convenevoli
Di Dio gode
per sempre devoto.

Domando a chi mi aspetta



Domando a chi mi aspetta
dall’altra parte
di smorzare l’attesa.
La redenzione bramata
grava malvagia sulle mie spalle
rendendo atroce vivere
il tempo che mi resta.

Fertili lacrime



Lascia che io raccolga
goccia dopo goccia
l’essenza d’anima
sgorgante dagli occhi tuoi
incapaci di mentire.
Lascia che con le lacrime raccolte
irrori il germoglio
della tua fievole persona
temprando il desiderio d’esser Donna
bisognosa di volare in alto
là dove non esiste barbarie.

Fosse l’amore



Fosse l’amore a palesarsi
smettereste d’incespicare
in tentazioni profumate quanto scialbe
lasciando volar via l’idea
di non poter essere inebriati
dal caldo Sentimento
perché confusi dal concetto
d’esser nomadi sulla Terra.

Così punito



Che io possa permanere
nei più atroci dolori
divorato dalle fiamme infernali
se solo sfiorarmi dovesse
la malsana idea
di spegnere il sorriso
dell’angelo
che la vita potè ridare
all’infecondo giardino
della mia tormentata esistenza.

V’è in palio



V’è in palio
il tuo respiro sul mio
e il chiarore di quel Sentimento
che da tempo riposa
di cui scandire il nome si teme
E nel quale è doveroso riconoscere
il potere di dare la vita
se resti
e di donare la morte
se da me fuggi.

Domando a te



Domando a te
di ferire il tempo che scorre
se le anime si fondono.
Dolorante non potrà che fermarsi
donando la sua autentica essenza a Noi
bisognosi di lasciar parlare gli occhi
in una notte che, beffarda, lo scruta e ride
per poi rivolgerci lo sguardo
lieta di esserci scenario e protezione
vogliosa di osservarci uniti, ancora.
Instancabilmente alleata.