R.29

 



Quel che di te
perseverando
ghiaccia i barlumi
vive nel mare, la notte
e non annega
né mai riaffiora.

L’amore non tardi



Amore d’autentico aroma
l’attesa corrode
sappi
induce all’errore:
son fiori appassiti
nuvole scure
continue burrasche
se non terremoti.

Sia la fine degli indugi
il sole ghiacci, se occorre
la luna divampi
si allineino gli astri
l’amore non tardi.



Marmi d’olocausto
rammentano
che di sguardi si muore.
Sono saturo
di suture.



L’eco di strida
da spifferi taglienti
non discerno.
Tutt’intorno
v’erano mura di cemento
pensieri
e quella libertà
per cui mi tedio
trovandone brandelli
in mezzo alle macerie.
Infine mi osservo
in un coccio di specchio
e vedo l’insieme
d’ossigeno e sabbia
propinatomi dagli eventi.

 

Note d’epilogo



Sono linea spezzata
e disillusa
che per stenti e mancanze
va a morir lontano.
Manca la brezza
sui visi tediati dal sonno
che nel sentiero tortuoso
hanno pochi passi
e troppe asperità.
Son scarse le forze
per scorgere il nord
in una bussola senz’ago
e manca l’appiglio
d’un fratello lontano
e d’un amore vicino,
il calore d’un abbraccio
in dialoghi ipotermici.
Ciò che resta è il pretesto
per stringere i denti
e credermi un sordo
che per inerzia avanza
fingendo di non curarsi
di quel che è il crescendo
delle note d’epilogo
nella sinfonia della vita.

Tuttavia non piansi



Riposta la penna
si spense la vita
e fui prigioniero della gelida morsa
d’un silenzio acuminato
che con fare brutale
m’esplose in petto.
Fui carne recisa
e ne ebbi ogni pretesto
tuttavia non piansi
benché le lame
trafiggessero la carne
quanto violacee reminiscenze
foravano il manto di versi
entro il quale
sovente
amavo rifugiarmi.

D’un paradiso



Scrivo d’un paradiso
gremito di ciliegi in perpetuo fiorire,
passeggio s’un prato di smeraldi
e accenno un sorriso
alla vista dei Serafi danzanti
che per ritrosia occultano
con le ali
il volto paonazzo.
E’ il paradiso
e so per certo lo sia
giacché seppur riposo
godendo dell’ombra dei rami,
della tenerezza dei campi
e mi appari in sogno
di scatto mi desto
con la mano tasto il petto
osservo gli angeli  volare felici
e m’accorgo
della cessata sofferenza.



I piedi nudi
sanguinando
avanzano sul selciato del terrore.
Occhi spenti
e non capaci d’osservar l’arcata finale
riemergono, senza vita
dal tetro fondale.
Membra stanche
non reggono il masso severo
ed è acidulo il sapore
che alla bocca rimane
per aver invocato il perpetuo silenzio.
Quel corpo fu visto danzare
nel volo d’un passero appena nato
che contro volontà dovette afferrare
la mano protesa del portator di luce
sprofondando nell’ade
senza sfiorare il sudicio suolo.



Abbi cura
di coprir le esili spalle
se oltre la dimora
ad attenderti v’è il freddo
che dolcemente mitigavo.
Abbi cura
di non lasciar marcire
isolate
le parole di conforto
che con tenerezza ti donavo.
Abbi cura
che mai, chi non t’ama
possa calpestare
quanto di bello
ho seminato
nell’ora verde e rigoglioso
giardino del tuo cuore.
Abbi cura, e fanne supplica
che ti sovvenga ogni mio gesto
i pugni duri
la voce grossa
gli occhi pieni,
e abbi cura
di non pensarmi a lungo
ché se nella mente tua
il mio sorriso prendesse vita
sarebbe, sai, sigillo di te
viva e presente
e malgrado le ingenti piogge
e le infinite tempeste
avrò da ringraziarti
perché gli arcobaleni
i più belli
potrò sempre vantare
di averli ammirati
insieme a te.

 

 

Catalisi



Baciami adesso
che manca l’aria
il buio sopravviene
e le luci
son prossime a spegnersi.

L’inquieto pianista



Dalla pioggia trova riparo
sotto un ombrello fatto di note
l’inquieto pianista.
Un debole tepore
generato dall’arpeggiar perpetuo di mano sua esperta
s’accinge a curare ogni ferita rimasta aperta
fino all’ultima nota,
finché d’un pentagramma
non rimane che il ricordo.
E s’alza in piedi a contemplar gli applausi
e a sopportar la pioggia che risparmiarlo non osa.
Il tepore cessa
ed egli più non distingue
dal diluvio, le lacrime amare
e i ricordi d’un amore venuto a mancare.
Giunge allora il tempo di ricongiungersi all’amata
dal ciglio del dirupo,
e l’inquieto pianista
osservatosi le dita, salutata la sua musica
fa il segno della croce
e salta giù
togliendosi la vita.



T’amavo
ch’era solo l’alba.
T’amavo ancor prima
che le mie mani fossero radici
sui tuoi gracili fianchi
e che i profumi s’unissero
inebriandoci.
Prima ancor che nel tango soave
di due giovani amanti assetati d’orgasmi
fosse scritto di noi
amavo già le ore migranti
i versi sonanti
e le lacrime tue
a benedire le mie guance.



Di’ pure
quale gelida sensazione
pervaderebbe le tue esili membra
se, conscia d’esser ormai ignuda
e senza un tetto,
riaffiorare dovesse
il ricordo di te
al sicuro dalle intemperie
tra le braccia mie.



Esigo d’averti,
come fossi l’ultima richiesta
ed io il condannato.



Talvolta ometto
il parallelismo dei passi
e smarrita cerchi i miei occhi
coi tuoi, di tristezza intrisi
rivendicando simbiosi
eclissi
rotismi epicicloidali

Ma ti è ignoto
che stia indietro
di giusto il necessario
a farti scudo a mezzo d’ali
riscattate con sangue versato
subendo a tua insaputa
le lame che ti furon destinate.

Di noi



So che rammenti di noi
di due cuori propensi a sfiorarsi
incoraggiati dall’unisono dei battiti.
Ricordi senz’altro il silenzio
necessario al di là del concepibile.
Rammenti il sapore
dei nostri baci
i corpi a sfregarsi bollenti
e le nostre anime ardenti e ricche
unite in un passo a due
atto a condurci
avvolti in incandescenza
ad estinguere le stelle.

Come affiggessi il cuore



E così ti affiggerò su queste mura
carta
inchiostro
sostanza
come affiggessi il cuore
affinché non si accosti egoismo alla mia persona
e si conceda il privilegio
di venerarti
a chi di te non sa
ma di te apprende con gli occhi.



Disinnescare
l’ordigno d’astio
che a deflagrare è prossimo

Delle tue labbra prolifiche
d’essenza sacra
è mansione.

Trapasso



Non più una preghiera
ma lacrime e buio
il capo umilmente chino
l’anima a brandelli ed errante

E’ la nera nostalgia a traghettarmi
dove giace, marcio
il sangue del tempo
per noi versato in sacrificio

Giunto in quella terra
intuisco d’esser arido di spirito
e persevera la follia
in luogo della ragione

Piuttosto che il perdono
non trovo che esseri immondi
non odo che grida atroci
non oso che pentirmi

E colmo di rimorsi e dolore
pronto al trapasso
pervaso dal male
alla Morte stringo la mano.

Supplizio



Saturo d’un misero vuoto.

Vuoto reo del supplizio
che il cuore mio angustia.

Cuore che in petto permane dolorante
reliquia di vorticosi impulsi
che dal tuo soffio deciso
emesso prima d’andar via
furono estinti.

Vedo a colori



Da quello sguardo
colmo d’impeto veemente

da quel bacio.

Da quando
dell’immenso che nei tuoi occhi vive
e che sulle tue spalle grava
fui asperso amabilmente

da allora
e da allora soltanto

vedo a colori.

 

Conflitti



Sento oscillar le voglie
ora di lasciare le mie dita scorrere
tra i capelli dell’ amata
che con diletto io percorro dolcemente
ora di bramare ch’esse rimangano intrappolate
tra i ricci dell’ingorda amante
capace di fare di fedeltà e devozione
cenere in balìa d’un uragano.

L’innesco



Sarà che i bei versi procuri
che il mio estro alla luce riporti
che ad Apollo mi conduci
e il mio spirito oziante solleciti
E di te mi servo
per scongiurare il letargo
usufruendo del fuoco di lanterna
che inconsapevole appicchi.

Domando a chi mi aspetta



Domando a chi mi aspetta
dall’altra parte
di smorzare l’attesa.
La redenzione bramata
grava malvagia sulle mie spalle
rendendo atroce vivere
il tempo che mi resta.

Fosse l’amore



Fosse l’amore a palesarsi
smettereste d’incespicare
in tentazioni profumate quanto scialbe
lasciando volar via l’idea
di non poter essere inebriati
dal caldo Sentimento
perché confusi dal concetto
d’esser nomadi sulla Terra.

Domando a te



Domando a te
di ferire il tempo che scorre
se le anime si fondono.
Dolorante non potrà che fermarsi
donando la sua autentica essenza a Noi
bisognosi di lasciar parlare gli occhi
in una notte che, beffarda, lo scruta e ride
per poi rivolgerci lo sguardo
lieta di esserci scenario e protezione
vogliosa di osservarci uniti, ancora.
Instancabilmente alleata.

Divino ardore



L’anima vibra
E’ cerimonia solenne
ti sento vicina
bramo un tuo gesto
Il bisogno è crescente
ti sfioro le labbra
e sto ad occhi chiusi
ma rivedo la luce.