R.49

 

Sempre ho donato



Sempre ho donato bellissime perle
e mai nulla invece mi diede, Amore,
se non il peso di roventi parole
e l’impulso violento di rigurgitarle.

Sempre ho donato gioia e passione.
I miei pochi beni li ho impegnati tutti
credendo un giorno di cogliere frutti,
invece raccolgo soltanto dolore.

Sempre ho donato con devozione
tutto me stesso a questo bugiardo,
a quest’ideale lascivo e beffardo,
infido strozzino col nome di Amore.

Cinema vuoto



È soli che si assiste
al dramma di sé,
proiettato, non richiesto,
in un cinema deserto.
Il rientro è amaro,
non potendo raccontare
a nessuno, o spiegare,
le lacrime e il riso
del proprio film finito.
Ogni storia, ogni vita,
esiste di nascosto,
e ciò che in fine resta
è una pellicola bruciata.

Al sicuro



 

Scrivere è disegnare,
in un mare di vento,
cerchi sulla sabbia
entro cui dirsi salvi.
Contro un oceano
di solitudine
mi ritrovo senz’armi.
E il vento soffia bruto
su questo me sconfitto,
eternamente muto.

Canto derelitto



Da solo me la suono e me la canto
e il mondo non ascolta gli spartiti
del segreto mio dolore intrisi,
abbandonati come un testamento.

Per nessun lettore, oltre me stesso,
è composta questa squallida ballata,
che suonerà invece insensata
a chi non conobbe mai l’Abisso.

È questo il tremendo crocefisso
di ogni vagabondo che un giorno
cercò un fratello nel mondo intorno
trovando niente più che questo:

specchi, in fondo agli occhi altrui,
e orecchi sordi alla melodia
che suona nei cuori di chi via via
sprofonda in giorni sempre più bui.

Distogliete lo sguardo



Son conati di vomito,
non vezzi né fiori,
questi giochi tetri
di parole insensate.

Né virtù né nobiltà,
o bellezza alcuna,
nel sanguinare
pensieri insensati.

Non salvano, i versi,
chi già muore
scrivendo emorragie
di lamenti insensati.

Non sperate di trovare
né arte né altro,
estranei che sbirciate
l’intimità dei poeti.
Perché non c’è nulla
di bello o di eroico
in chi si contorce
posseduto dal tetano.
Distogliete lo sguardo
da chi non ha chiesto
d’aver fradicio il cuore
di questo male insensato.

Memoria



Così resta questo diario:
fotografia impolverata
di una memoria imprigionata
in un testimone defunto.
Sarò io l’unico spettatore
della mia storia, nonché attore.

Cercherò – come allo specchio
la giovinezza tra la pelle
e i ricordi nella mente
scruta inutilmente un vecchio
- in questi versi il loro senso
svanito, ucciso dal tempo.

Queste frasi perderanno la passione
di cui son pregne, come un fiore
che, souvenir d’un giovane amore,
tra le pagine perde il suo odore.

Resterà di questa vita
soltanto scialba cronaca.
Un’esanime pagina antica
e forse una poesia sbiadita.

Ambivalenza



 

È facile odiare quant’è facile amare.
Maledico Bleuler, me stesso e Catullo
per non aver saputo scegliere,
spezzando in due il cervello.

È necessario odiare quanto lo è amare,
basta che lo si faccia con vera convinzione.
E chi si crede esente si troverà nella prigione
dell’infausta ambivalenza del suo debole cuore.

Libero è soltanto chi sa distinguere bene,
senza senso di colpa, chi ama da chi odia.
Tormentato invece è chi, troppo buono, indugia,
votato all’amare, e al sopportare eterne pene.

Maledetto quest’animo! e questo mio dolore!
che mi rende incapace di odiare fermamente
chi invece rapisce la bontà della mia mente,
rituffandomi cieco nel voler donare amore.

Ninna nanna



Chi cerca una culla
che suoni una chitarra!
Le corde cantano per te come una mamma.

Chi sente la mancanza
di una ninna nanna
si faccia compagnia con un plettro e una chitarra

Per cacciare quel silenzio
che un po’ ti fa paura
non serve alcun talento, nemmeno la bravura.

Basta un po’ di fantasia
e dimestichezza con le dita,
i soliti due accordi, gli stessi da una vita.

Ci si mette un’emozione
che sia forte come il sole,
si canta da ubriachi e si è fatta una canzone.

Così stan meno soli
i musicisti ed i poeti:
due note, due parole, e si sentono felici.

Chi sente la mancanza
di una culla o di una mamma
si faccia una canzone,
prenda in mano una chitarra.

Ululato



Chi nel chiasso si dice solo
non sa cosa vuol dire
morire del rumore di nessuno.
Chi è davvero solo?

Chi coll’urlo
stretto in gola
cerca intorno,
in stanze vuote,
un orecchio
in cui ululare:
“c’è qualcuno?”

Chi sopporta
in muto fremito
che muoia lì l’appello
scalciante nei polmoni
e mai udito
“c’è qualcuno?”

Chi dimentica
che ha un suono la sua voce
anche fuori dal pensiero,
tra le cui mura non fa eco
quel grido prigioniero:
“c’è qualcuno?”

Chi s’abbandona
vigliacco al tempo.
Chi s’arrende
e inghiotte in eterno.
Chi non sa
a chi far sapere
che ormai ha perso la forza
di denunciare,
di gridare:
“sono solo,
c’è qualcuno?”

Al tempo



Ci inganni d’essere eterno,
ma tu solo sopravvivi a te stesso.
A noi miserabili è concesso
poco tempo, e nessun ritorno.
È facile dimenticare
che in un istante puoi sfuggire.

Inarrestabile, sei una corda
che corre tra mani lacere.
C’è chi t’afferra, geme, e tace,
chi non resiste, chi ti molla.
La tua corsa così atroce
ha presto fine, ma senza pace.

Preannunciando un cambiamento,
le lancette fai marciare
ma, piuttosto che guarire,
nell’attesa sto marcendo.
Sei solo morte, decadenza,
mascherata da provvidenza.

Tempo, che tramuti
in polvere i poeti,
i grandi in obliati,
e tutti rendi muti;
che spietatamente
dividi gli amanti,
invecchi gli infanti,
e logori le menti;

Tempo, che converti
i sogni in rimpianti,
gli audaci in vinti
e i vivi in morti;
Tempo, che trasformi
le passioni in rimorsi,
conserva questi versi:
ti prego di ricordarmi!

Soltanto sesso



Sesso nella gola,
alcol nei polmoni,
oppio nelle vene.
Passione tra le mani
sfugge via in una nube
di fumo negli occhi.

Bossa nelle orecchie:
volgari le cosce vogliose d’amplesso.
Samba nelle gambe:
al sapore di un sangue sozzo d’alcol e sesso.

Non c’è alcun profumo
nella nube dell’oppio.
Lontana dagli occhi
Passione sei fumo.

Sesso nelle labbra,
alcol nelle viscere,
oppio nella mente.
Passione sei fumo.

Padre e Figlio



Padre,
Cicerone del mio mondo,
Virgilio della mia morale,
accompagnami per mano
perché il tempo corre
ed io non so ancora camminare.

Figlio,
nuova vita del mio sangue,
innocenza nella mia decadenza,
vorrei portarti sulle spalle
ma le mie gambe sono stanche;
tu continua a camminare.

Padre e figlio:
una vita sola.

Generazioni:
una vita sola.

Luce di Marzo



Chi è questo sconosciuto
che sento arrivare dal passato?
Perché non riconosco
il fantasma del mio dolore assopito?
Nella luce di questi nuovi giorni
si confonde la sua ombra
e ad egli sono straniero.

Non cessa d’esistere
quel verme, nella mia testa,
che ha forgiato ciò che sono,
che mi vincola a un passato
di inverni senza lumi
e di visioni senza colori.

Perché fremo
trovando un sorriso nello specchio?
Che forse abbia dimenticato
com’è il mondo d’estate?
Che mi senta in debito
verso lo spettro del mio inverno?

I miei occhi, ormai
affini all’oscurità,
sono ciechi e soffrono
questa luce primaverile.
Spaesato, cerco di ricordare
come si vive senza patire.

Nato guasto



“Stronzo” mi hai chiamato, Mamma.
“Stronzo” mi hai chiamato, Papà.
“Stronzo” mi hai chiamato, Fratello.

Che fare di questa malattia?

Che non m’avessi partorito, Mamma!
Che non m’avessi cresciuto, Papà!
Che non m’avessi amato, Fratello!

E forse non sarei malato…
ma di fatto sono nato,
e scusate se son guasto.

Che fare per guarire?
per non dover più ferire?
Meglio ricominciare:
morire, scomparire.



Dormo in uno scrigno,
ma il sonno è già morte.

Tempo perso



Ti stringo tra le braccia
e catturo il tuo respiro.
Resto fermo,
fermo il tempo.
Questo tempo non tornerà.

Ho freddo, qui da solo.
Ogni alito m’abbandona
e il tempo fugge via.
Questo tempo non tornerà.

Rimpiango il tuo calore
e tutto il tempo
che t’ho donato,
che m’hai rubato,
che mai più ritornerà.

Questo tempo non tornerà.

Parole vuote



Ineffabile.
A che servono le rime?
E al diavolo la poesia!
A che servono le parole?
E al diavolo provare
a parlare con un lettore
che neppure mi conosce,
o che forse neanche esiste!

Perché mai potrà sentire
ciò che provo nello scrivere.
Questa è solo carta;
le parole… solo aria.
Sono un folle nello sperare
di poter comunicare!

Ghiaccio



Ognuno va per sé,
in balia della vita.
Pezzi di ghiaccio alla deriva:
si urtano,
si allontanano,
si sciolgono.

Tempesta



Tempesta!
d’attrazione
e confusione,
nella testa,
che impedisce alla ragione
di distinguere chi resta,
e di ammettere a me stesso
che il problema è solo questo.

Alla vita



Chi ha vissuto troppo
Invoca la morte.
Chi ha vissuto poco
Desidera la morte.
Desidero la vita!
Invoco la vita!



Muoio e rinasco.
Chi non è vivo o non è morto è
un’ombra.
Perdo consistenza.
Respiro ma non vivo.
Sono un’ombra.

Vile apatia



Sarebbe così semplice
spegnere la mente,
lasciarsi abbandonare
e non sentire più niente.

Se si potesse ignorare
ogni umano stimolo
sarebbe troppo comodo,
sarebbe un po’ barare.

Con tutti sarei schivo
e in fondo un po’ annoiato.
Di ciò che rende umano
mi sentirei quasi privo.

Perché, mi chiedo allora,
l’umano si vuol male?
Perché non ha imparato
ch’è doloroso amare?

Perché? Perché vogliamo
condannarci a soffrire,
e quello che ferisce
lo scegliamo di sentire?

Perché soltanto un vile
accetterebbe di fingere
di aver vinto sull’umana
debolezza del Sentire.

Estate



Prende vita ciò che un tempo
era vittima del gelo,
e risplende sotto il sole,
rinvigorito dal calore.

Trionfa sull’inverno
e sull’appassire lento
di natura, corpo e mente,
ma non durerà in eterno.

Crudele



Lei danza sul ghiaccio che ho dentro,
sulle note del mio pensiero,
e gioca col mio unico sentimento vero.

Passione



È un lume
che guida nel buio chi è perso.
È il sangue
che scalda, sublime, chi è freddo.
È la musica,
che offusca tutto il resto.
È ciò che fa ogni giorno diverso.

È un fiume in piena
che travolge la mente di un uomo.
Ed è il veleno
che consuma ciò che resta di buono.

È il respiro
di chi è caldo dentro
ed il sospiro
di chi ha sempre freddo.

Lamento



Finisca questo supplizio!
e taccia quel silenzio
che sento nella testa
e che m’uccide,
senza sosta!

Foglie



Uno stormo di foglie brune
abbandona il nodoso scheletro,
un tempo abbraccio materno,
e va a morire lontano.

Portate in braccio dal vento,
che canta tra la morta chioma,
volteggiano e si librano
e, libere, rivivono.

Fuggo



Fuggo da chi è grigio,
e in questa carta
mi rifugio.

Fuggo dal suo viso.
E al riparo da ogni riso
mi rifugio
nella testa:
in ciò che penso
ma non dico.

Fuggo,
mi rifugio,
e mi accorgo di esser grigio.

Le persone



Le persone sono il colore:

tante piccole pennellate
sulla tela d’ogni giorno.
Ci si dimentica quanto sia bello essere vivi,
far parte del quadro…

e si diventa grigi.