R.49

 

Guanciale



Domando alla mia casa,
al frigo e alla dispensa,
all’acqua calda di una vasca,
a una tazza semivuota,
al pan secco, al cioccolato,
al lavoro non terminato,
al vino che è avanzato,
a quel testo mai finito:
“con voi son meno solo?”
ed essi non rispondono.
Ma io so a che cos’altro
domandare per i mei guai.

Domando alla mia tana,
dove l’anima mia pensa.
Domando alla chitarra
“con te son meno solo?”
ed essa mi risponde:
“do, mi, sol, non so far altro
che cantare ciò che vuoi”.
Domando quindi al foglio:
“con te son meno solo?”
ed esso mi risponde:
“io non so dirti nient’altro
oltre quello che già sai.”

Domando alla mia amata
fantasia, che mi consola
da una vita, che ho sprecata
fallendo nel placare
l’amarezza per cui domando
ogni sera al mio guanciale:
“con te son meno solo?”
ed esso mi risponde:
“Dormi solo. Non hai altro
che i sogni che farai
questa notte, come di giorno
sogni affetti che non hai”.



I miei occhi leggevano
un libro di poesie
che riposi, per leggere i tuoi.

Nubi



Troppo a lungo fui schiavo d’una mostruosa [sofferenza,
e troppo ho sorretto il suo peso soggiogante
perché possa permettere a questo giovane sorriso
di esitare un momento, o crollerò nel mio antro.

Davvero troppo temo, quando fiuto il tempo nero,
che possa essere l’ultimo, il cielo azzurro che [vedo.
Come un bimbo, tremo, al pensiero della pioggia.
Non voglio! Non voglio che cada una sola goccia!

Nubi note e lontane aleggiano inquietanti,
come monito sgradito, giunto dal passato,
sin da dietro l’orizzonte che avevo seminato.

Nubi torve e spietate si avvicinano incuranti
che rifiuto disperato di bagnarmi ancora il capo.
Cerco riparo ma invano, perché il cielo è [sconfinato.

Pensieri segreti



Aprendo la finestra al mattino,
colto dall’impeto della parola,
vorrei affacciarmi sorpreso
su un giardino di anime urlanti
che dicano quanto basta
perché possa tornar sereno
a letto, sapendo che nel mondo
tutto è noto e tutto è detto.
Niente vergogna ma comunione
catartica d’ira e vermiglia passione.

In altre parole libertà di tacere,
poiché il solo a voler gridare
è chi nel cappio del silenzio
non sopporta di soffocare.
Si stringe ogni giorno
tale nodo intorno al collo,
non di uno ma di tutti,
timorosi di aprir bocca.
Basterebbe, a respirare,
liberare quei pensieri
che nascono sinceri
ma che muoiono segreti.

Fulgore



Avevo imparato a svegliarmi e trovare
una compagna sconosciuta
nel mio letto d’algore.
Avevo imparato a darle anche un nome
e poi a farmela amica:
si chiamava Dolore.
Avevo imparato ad ascoltarne la voce
insegnarmi la vita,
la bellezza, l’amore.
Avevo imparato le più gloriose parole
con la cornea annerita
da quel tetro colore.
Avevo imparato che si può far sbocciare
poesia grave ma fiorita
anche nella disperazione.
Avevo imparato che il più torbido umore,
nella più acuta ferita,
è il concime migliore.
Avevo imparato a coglier le mie more
pungendomi le dita
senza guanti né cure.
Avevo imparato a gustarle anche amare,
ché la gola avvizzita
agognava mangiare.

Avevo praticato solo questa passione
per tutta la vita
rimettendoci il cuore.
Avevo creduto che ogni giorno piove,
che non c’è via d’uscita,
che non sbuca mai il sole,
che il dolce della vita nasce solo da una forte
bufera accanita.
E accettai la mia sorte.
Ma un’alba noviza, cocente di sole,
trasforma ogni ortica
in un soffice fiore.
Ricaccia la tenebra e prosciuga dal male
la palude imputridita
in cui usavo soffrire.
Imparai a nuotare soltanto in quel mare
e trovarmi qui a riva,
coperto di sale,
mi secca la pelle e vorrei ritornare
nella pozza ormai vuota,
che non so abbandonare.
Non sente, il tatto, alcunché di familiare:
son rugose le mie dita,
devono ricominciare.

Dovrò reimparare ad apprezzare con calma
la commedia meno arguta,
oltre il solito dramma.
Dovrò reimparare a dar senso alle cose,
alla Bellezza, alla Vita,
persino all’Amore.
Dovrò reimparare a legger tali parole
con la vista abbagliata
da questo fulgore.
Dovrò reimparare che è veleno il liquore
di cui la bocca asciutta
sopportava il bruciore.
Dovrò reimparare a vestire il buonumore,
a ingoiare acqua pulita,
dal commovente sapore.
Rimpiango triste Luna e il suo candore albume:
vecchia guida ora smarrita
e prima unico mio lume.
Ma una nuova compagnia, proietta il bianco sole:
una cicatrice sopravvissuta
al giorno sanatore.
Puntuale ogni tramonto, la mia cara ombra nera
ricorda l’era ch’è finita,
crescendo nella sera.

Mare mite



Ogni cuore quando stride
grida chiaro ciò che sente.
Quello gaio invece tace,
e piuttosto canta e ride.
Quando chiede la sua mente
di spiegare la sua pace,
la zittisce: “non parlare,
ch’è sprecata la mia voce!
Vorrei solo far notare
che a volte il mare è mite,
non costringermi a nuotare,
ché almeno oggi son felice”.



Una sola parola, vorrei trovare,
che dica tutto davvero
per poter finalmente tacere
e nondimeno capirsi per sempre.

Cosa serve



A che serve
plasmare manichini
di pittura, note o versi
che non si possono abbracciare?
A chi serve
sudare una vita
per conquistare grandi vette
che non sanno consolare?
Non ti serve
costruire monumenti
che non hanno orecchie
per ascoltare cos’hai da dire.
Non ci serve
che il tepore
del vicino, delle sue parole,
di una tazza e un po’ di vino.
Servono mani
da fregare insieme,
e dita calde da intrecciare,
quando il tempo porta neve.

Odio la poesia



Odio la poesia.
Le parlo e non risponde.
Mai mi svelerà
se mi ha salvato
o se mi ha ucciso.
Intanto lei ascolta
il mio cantare tenace
e assiste impassibile
allo svanire della mia voce.

Odio la poesia
e ogni rigo partorito,
generato con il fiato
affettuoso della vita.
Mi assomiglia come un figlio
ma d’affetto è privo, e freddo
giace in terra appena scritto.
Non mi parla, è solo un foglio!

Odio la poesia
come s’odia chi tradisce,
come s’odia chi si ama,
come s’odia il proprio sguardo
nello specchio più sincero:
suggerisce, muto e austero,
che stai odiando un viso morto
che stai odiando solo un foglio
ma con esso anche te stesso.

L’insonne



Il sonno è per i pargoli,
per le anime beate,
per gli ubriachi
di vino, d’amore o fatica.
Chi è sbronzo d’angoscia,
sta sveglio ogni notte,
ad occhi sbarrati
e smaniosi di vita.
Ribelle alla sera,
trattiene il fiato,
finché la Signora
non gli spezza la schiena.

Letto



Abbraccio bianco e enorme

come il vuoto tutt’intorno

a queste parole

 

e a chi dorme,

in fin del giorno,

senza amore.

Grilli



Grilli soli
persi in prati slavati di luna,
non hanno occhi per cercarsi.
Aggrappati a un filo
d’erba secca tra mille
ascoltano pazienti e disperati.
Cantano forte
tutta la notte, sperando invano
di trovare nel vento
la compagnia di un insetto.
Gole spezzate
e gambe rotte, al mattino,
tacciono deluse in attesa
del prossimo crepuscolo.
Isolati in un muro
di steli scuri, si ascolta
più nitida di ogni altra
la propria voce
ogni alba più stanca.

Sempre ho donato



Sempre ho donato bellissime perle
e mai nulla invece mi diede, Amore,
se non il peso di roventi parole
e l’impulso violento di rigurgitarle.

Sempre ho donato gioia e passione.
I miei pochi beni li ho impegnati tutti
credendo un giorno di cogliere frutti,
invece raccolgo soltanto dolore.

Sempre ho donato con devozione
tutto me stesso a questo bugiardo,
a quest’ideale lascivo e beffardo,
infido strozzino col nome di Amore.

Cinema vuoto



È soli che si assiste
al dramma di sé,
proiettato, non richiesto,
in un cinema deserto.
Il rientro è amaro,
non potendo raccontare
a nessuno, o spiegare,
le lacrime e il riso
del proprio film finito.
Ogni storia, ogni vita,
esiste di nascosto,
e ciò che in fine resta
è una pellicola bruciata.

Al sicuro



 

Scrivere è disegnare,
in un mare di vento,
cerchi sulla sabbia
entro cui dirsi salvi.
Contro un oceano
di solitudine
mi ritrovo senz’armi.
E il vento soffia bruto
su questo me sconfitto,
eternamente muto.

Canto derelitto



Da solo me la suono e me la canto
e il mondo non ascolta gli spartiti
del segreto mio dolore intrisi,
abbandonati come un testamento.

Per nessun lettore, oltre me stesso,
è composta questa squallida ballata,
che suonerà invece insensata
a chi non conobbe mai l’Abisso.

È questo il tremendo crocefisso
di ogni vagabondo che un giorno
cercò un fratello nel mondo intorno
trovando niente più che questo:

specchi, in fondo agli occhi altrui,
e orecchi sordi alla melodia
che suona nei cuori di chi via via
sprofonda in giorni sempre più bui.

Distogliete lo sguardo



Son conati di vomito,
non vezzi né fiori,
questi giochi tetri
di parole insensate.

Né virtù né nobiltà,
o bellezza alcuna,
nel sanguinare
pensieri insensati.

Non salvano, i versi,
chi già muore
scrivendo emorragie
di lamenti insensati.

Non sperate di trovare
né arte né altro,
estranei che sbirciate
l’intimità dei poeti.
Perché non c’è nulla
di bello o di eroico
in chi si contorce
posseduto dal tetano.
Distogliete lo sguardo
da chi non ha chiesto
d’aver fradicio il cuore
di questo male insensato.

Memoria



Così resta questo diario:
fotografia impolverata
di una memoria imprigionata
in un testimone defunto.
Sarò io l’unico spettatore
della mia storia, nonché attore.

Cercherò – come allo specchio
la giovinezza tra la pelle
e i ricordi nella mente
scruta inutilmente un vecchio
- in questi versi il loro senso
svanito, ucciso dal tempo.

Queste frasi perderanno la passione
di cui son pregne, come un fiore
che, souvenir d’un giovane amore,
tra le pagine perde il suo odore.

Resterà di questa vita
soltanto scialba cronaca,
un’esanime pagina antica
e forse una poesia sbiadita.

Ambivalenza



 

È facile odiare quant’è facile amare.
Maledico Bleuler, me stesso e Catullo
per non aver saputo scegliere,
spezzando in due il cervello.

È necessario odiare quanto lo è amare,
basta che lo si faccia con vera convinzione.
E chi si crede esente si troverà nella prigione
dell’infausta ambivalenza del suo debole cuore.

Libero è soltanto chi sa distinguere bene,
senza senso di colpa, chi ama da chi odia.
Tormentato invece è chi, troppo buono, indugia,
votato all’amare, e al sopportare eterne pene.

Maledetto quest’animo! e questo mio dolore!
che mi rende incapace di odiare fermamente
chi invece rapisce la bontà della mia mente,
rituffandomi cieco nel voler donare amore.

Ninna nanna



Chi cerca una culla
che suoni una chitarra!
Le corde cantano per te come una mamma.

Chi sente la mancanza
di una ninna nanna
si faccia compagnia con un plettro e una chitarra

Per cacciare quel silenzio
che un po’ ti fa paura
non serve alcun talento, nemmeno la bravura.

Basta un po’ di fantasia
e dimestichezza con le dita,
i soliti due accordi, gli stessi da una vita.

Ci si mette un’emozione
che sia forte come il sole,
si canta da ubriachi e si è fatta una canzone.

Così stan meno soli
i musicisti ed i poeti:
due note, due parole, e si sentono felici.

Chi sente la mancanza
di una culla o di una mamma
si faccia una canzone,
prenda in mano una chitarra.

Ululato



Chi nel chiasso si dice solo
non sa cosa vuol dire
morire del rumore di nessuno.
Chi è davvero solo?

Chi coll’urlo
stretto in gola
cerca intorno,
in stanze vuote,
un orecchio
in cui ululare:
“c’è qualcuno?”

Chi sopporta
in muto fremito
che muoia lì l’appello
scalciante nei polmoni
e mai udito
“c’è qualcuno?”

Chi dimentica
che ha un suono la sua voce
anche fuori dal pensiero,
tra le cui mura non fa eco
quel grido prigioniero:
“c’è qualcuno?”

Chi s’abbandona
vigliacco al tempo.
Chi s’arrende
e inghiotte in eterno.
Chi non sa
a chi far sapere
che ormai ha perso la forza
di denunciare,
di gridare:
“sono solo,
c’è qualcuno?”

Al tempo



Ci inganni d’essere eterno,
ma tu solo sopravvivi a te stesso.
A noi miserabili è concesso
poco tempo, e nessun ritorno.
È facile dimenticare
che in un istante puoi sfuggire.

Inarrestabile, sei una corda
che corre tra mani lacere.
C’è chi t’afferra, geme, e tace,
chi non resiste, chi ti molla.
La tua corsa così atroce
ha presto fine, ma senza pace.

Preannunciando un cambiamento,
le lancette fai marciare
ma, piuttosto che guarire,
nell’attesa sto marcendo.
Sei solo morte, decadenza,
mascherata da provvidenza.

Tempo, che tramuti
in polvere i poeti,
i grandi in obliati,
e tutti rendi muti;
che spietatamente
dividi gli amanti,
invecchi gli infanti,
e logori le menti;

Tempo, che converti
i sogni in rimpianti,
gli audaci in vinti
e i vivi in morti;
Tempo, che trasformi
le passioni in rimorsi,
conserva questi versi:
ti prego di ricordarmi!

Soltanto sesso



Sesso nella gola,
alcol nei polmoni,
oppio nelle vene.
Passione tra le mani
sfugge via in una nube
di fumo negli occhi.

Bossa nelle orecchie:
volgari le cosce vogliose d’amplesso.
Samba nelle gambe:
al sapore di un sangue sozzo d’alcol e sesso.

Non c’è alcun profumo
nella nube dell’oppio.
Lontana dagli occhi
Passione sei fumo.

Sesso nelle labbra,
alcol nelle viscere,
oppio nella mente.
Passione sei fumo.

Padre e Figlio



Padre,
Cicerone del mio mondo,
Virgilio della mia morale,
accompagnami per mano
perché il tempo corre
ed io non so ancora camminare.

Figlio,
nuova vita del mio sangue,
innocenza nella mia decadenza,
vorrei portarti sulle spalle
ma le mie gambe sono stanche;
tu continua a camminare.

Padre e figlio:
una vita sola.

Generazioni:
una vita sola.

Luce di Marzo



Chi è questo sconosciuto
che sento arrivare dal passato?
Perché non riconosco
il fantasma del mio dolore assopito?
Nella luce di questi nuovi giorni
si confonde la sua ombra
e ad egli sono straniero.

Non cessa d’esistere
quel verme, nella mia testa,
che ha forgiato ciò che sono,
che mi vincola a un passato
di inverni senza lumi
e di visioni senza colori.

Perché fremo
trovando un sorriso nello specchio?
Che forse abbia dimenticato
com’è il mondo d’estate?
Che mi senta in debito
verso lo spettro del mio inverno?

I miei occhi, ormai
affini all’oscurità,
sono ciechi e soffrono
questa luce primaverile.
Spaesato, cerco di ricordare
come si vive senza patire.

Nato guasto



“Stronzo” mi hai chiamato, Mamma.
“Stronzo” mi hai chiamato, Papà.
“Stronzo” mi hai chiamato, Fratello.

Che fare di questa malattia?

Che non m’avessi partorito, Mamma!
Che non m’avessi cresciuto, Papà!
Che non m’avessi amato, Fratello!

E forse non sarei malato…
ma di fatto sono nato,
e scusate se son guasto.

Che fare per guarire?
per non dover più ferire?
Meglio ricominciare:
morire, scomparire.



Dormo in uno scrigno,
ma il sonno è già morte.

Tempo perso



Ti stringo tra le braccia
e catturo il tuo respiro.
Resto fermo,
fermo il tempo.
Questo tempo non tornerà.

Ho freddo, qui da solo.
Ogni alito m’abbandona
il bel ricordo
fugge via.
Quel tempo non tornerà.

Rimpiango il tuo calore
e tutto il tempo
che t’ho donato,
che m’hai rubato,
che ho bruciato,
e che mai ritornerà.

Parole vuote



Ineffabile.
A che servono le rime?
E al diavolo la poesia!
A che servono le parole?
E al diavolo provare
a parlare con un lettore
che neppure mi conosce,
o che forse neanche esiste!

Perché mai potrà sentire
ciò che provo nello scrivere.
Questa è solo carta;
le parole… solo aria.
Sono un folle nello sperare
di poter comunicare!

Ghiaccio



Ognuno va per sé,
in balia della vita.
Pezzi di ghiaccio alla deriva:
si urtano,
si allontanano,
si sciolgono.