S.61

 



E se la mia città
decidesse di tatuarsi?
Forse inizierebbe ad appendersi
poesie sulle mura.

Malinconica



Solo da ubriaco,
quando sento nello stomaco
i miei respiri.
Quando vorrei strapparmi
di dosso
i miei vesititi.
Fradicio di euforia
tragicomico nell’andatura.
Senza paura alcuna
correndo nella Milano notturna.
Solo allora sento la vita
sfiorarmi e accarezzarmi con cura,
Lei mi saluta e mi tiene con sé,
ricordandomi in un istante
quant’essa è pura,
forte nella stretta.
Contessa
di sta figura.
Dell’ombra scura
che quasi costretta
Si accende una sigaretta.
E nel fumo canta
malinconica
e si confessa.

Oppio e assenzio



La mia mente è vispa
anche se la fatica mi prende.
Non si arrende, conquista.
Vaga di sentiero in sentiero
spingendosi di la del buio.
Ove non vi è pensiero.
Nessun desiderio,
ne amore, ne odio.

Nemmeno la tua mancanza
sento, mentre la stanza
mi si chiude addosso.
Il rimorso perso nel vento,
fuori dalle persiane.
Qui calma, pace, silenzio.
Così che i sogni d’assenzio
nel tempio van a far sesso.

Malesseri umani



Brucano sincerità
su prati di visi ingenui.
Nascondendo i loro,
sarcastici, divisi,
hanno incollati sopra
sorrisi obliqui.
Ghigni predatori,
camuffati da un’arrogante intelligenza.
Figli delle brulicanti città
oggetto dei loro sogni.
E anche incubi,
abituè di questa lucida
allucinazione.
Orfani della speranza.
Abituè di tutto
ciò che è dato,
dato per scontato
e dato per perso.
Nessuno si prodiga più
nella ricerca del vero.
La domanda è travisata.
La verità incollata
con mastice nero,
come sui visi smarriti
di quegli stessi sciacalli.
Vuoti al sentimento,
passivi alla compassione.
E io piango.
Il pianto disperato
di chi sente il legame
con quelle bestie
a cui ci diamo in pasto.
Siamo noi, sempre noi
sotto altre pelli e altri sguardi.

Gli occhi di uno sconosciuto



La mia mente scivola.
Carambola, da uno sguardo all’altro.
Tasta sensazioni riflesse,
intercettate negli occhi altrui.
Cosa si cela dietro quelle iridi?
Quanti pensieri, quanti ricordi?
Variegate miscele di emozioni.
Comunican così, gli occhi
senza fiato o verbo.

E così i miei.
Chissà cosa sussurrano.
Magari verran scorti, timidi loro
saranno scoperti.
Magari dai tuoi di occhi.
E così, nel più lungo dei silenzi
ti parleran d’amore.
Chissà.

Eh tu?
Saprai ascoltare gli occhi di uno sconosciuto?

Ancora tu



Ancora tu. Ebbene sì.
Mi ritrovo qui a scrivere
stanco di fingere, l’arte
del sorridere.

La mia parte è malinconica,
a tratti nevrastenica.
Porta pazienza.

Così diceva mia nonna
e lei sì che ne sapeva.

Mandragola



Ieri sognai la Mandragola,
e non nei panni di Callimaco,
ma dello sciocco Nicia
indeciso se darti ad altrui.

Mia Lucrezia, che amai
così perdutamente
e feci mia.

Che orrore è perderti.
Peggio ancora,
sceglierlo.

Dir questa è la via.
E tu dovrai giacere
con lui.

Le mie piccole Parole



Siam poche e semplici parole
nate senza educazione,
unite e gettate al mondo.
Al solo scopo di cercar TE,
unico e vero amore
del nostro triste genitore.

Che invidia.

Passeggiata Notturna



Vado per strade che conosco bene
seguendo il cicalio della corrente elettrica.
Notte e silenzio danzano insieme,
cercando la quiete da una giornata isterica.

E non ci son cordiali o sguardi nella mia via.
Di là dei muri se ne stan sopiti.
Io calco prati che puzzan di nostalgia
come lor nel sonno, dal ricor rapiti.

E l’aria è umida, l’asfalto immobile,
ignaro della vita che ogni giorno torna.
E come lui tutti, che pensan sia inutile
l’aliena calma d’una passeggiata notturna.

Milano



Miraggio di un bagliore assorto,
Sorto nell’umido cemento del mio paesaggio.
Lampeggia fugace dalle persiane.
Scintilla sulle rotaie.
Si riflette nel naviglio del santuario centrale,
nella rugiada sporca della mia terra natale.

Irrigata da ingranaggi e vite isteriche,
che alimentan il motore dello stivale,
freme la Città,
avvolta nel manto denso delle fabbriche.
Ostriche sui piatti di nobili impresari
che dan magri salari alle loro macchine.

E quel sognante bagliore si va perdendo,
fra le tante ore in ostaggio nel tempo.
Scomparso dagli occhi,
fuggito dall’anima,
fra le torri che sfidan la luna e i suoi rintocchi,
dilaniando uno scialbo
cinereo
cielo che ansima.

Firenze



Beato il treno che a te fa porto
deviato dal ferrovier nella sua garitta.

E beato il viaggiatore,
irretito dai violini e i tuoi caffè,
abbacinato dai lattei muri di cui ti vesti,
tu, affettuosa nutrice d’arte e sapienza.

Qui ispiro aria antica e solenne
odor di storia,
memoria di ciò che avvenne.
E per chi volesse
sfiorar con le sue mani,
ha da chieder grazia, tua e de tuoi guardiani.

Nettuno, monito de la piazza ove bruciò
quel tale, per man di Alessandro,
che or fu detto diverrà santo.

E Arno, furia e fortuna della città
sulle cui sponde il sangue bagnò
di Ghibellin fonte la tosca terra.

Magnifica come il tuo Lorenzo,
sanata ai più dalla guerra che fu,
e beato l’occhio,
esitante sulle tue forme
Argentea visione,
eterno custode
di un’anima che dorme.

Quei Giorni Persi



Cammini ignara della tua luce
con la lieve eleganza che ti distingue,
accarezzando con gli occhi un mondo invidioso
alle quali perfidie rivolgi un sorriso.

E non c’è malizia in quello che fai
come quando mi guardi e parli di noi,
se sapessi solo come s’agita il cor
a sfiorar la tua vita sognando l’amor.

E così ricompari, bella come l’estate,
come quei giorni persi in lagrime versate.
Ma non son un folle nel ridarti me stesso,
il passato non esiste e il futuro è adesso.

Nel Tempo



Non servono urla o gesti impetuosi
i verbi si perdono in faziosi duelli.
E vaghi cercandola, l’imbrunir non riposi
offuscato dal buio e i suoi vistosi gioielli.

Col suo sapor ancor sulle labbra
e il suo profumo confuso nel vento
le lacrime scendon sulla pelle glabbra
e’l cuor non respira, chiuso dal tempo.

Il tempo assopisce anche la pura passione,
la paura della noia di uno sguardo innamorato
aggrappato alla memoria di una storia d’amore
costretta dal tempo a viver nel passato.