S.61

 

Demoni



Diglielo tu ai demoni
di starsene all’inferno.
Qui l’ultimo che è uscito
deve aver lasciato
la porta aperta.



Canticchia la pioggia
danzante sui fili d’erba.
Il sottobosco è in festa,
ranocchie e insetti
contenti la salutano.
E anche io gocciolante
camminando unisco
il mio passo impacciato
alla strana banda
che fra strada e ginocchia
intona il suo concerto.
Le scarpe spugnano
nelle pozzanghere,
e il giubbotto sguisciola
fra i rami grondanti.
E così mi fondo
in sta fasulla natura
che si diverte un po’
alle porte della città.



E se la mia città
decidesse di tatuarsi?
Forse inizierebbe ad appendersi
poesie sulle mura.

Malinconica



Solo da ubriaco,
quando sento nello stomaco
i miei respiri.
Quando vorrei strapparmi
di dosso
i miei vesititi.
Fradicio di euforia
tragicomico nell’andatura.
Senza paura alcuna
correndo nella Milano notturna.
Solo allora sento la vita
sfiorarmi e accarezzarmi con cura,
Lei mi saluta e mi tiene con sé,
ricordandomi in un istante
quant’essa è pura,
forte nella stretta.
Contessa
di sta figura.
Dell’ombra scura
che quasi costretta
Si accende una sigaretta.
E nel fumo canta
malinconica
e si confessa.

Malesseri umani



Brucano sincerità
su prati di visi ingenui.
Nascondendo i loro,
sarcastici, divisi,
hanno incollati sopra
sorrisi obliqui.
Ghigni predatori,
camuffati da un’arrogante intelligenza.
Figli delle brulicanti città
oggetto dei loro sogni.
E anche incubi,
abituè di questa lucida
allucinazione.
Orfani della speranza.
Abituè di tutto
ciò che è dato,
dato per scontato
e dato per perso.
Nessuno si prodiga più
nella ricerca del vero.
La domanda è travisata.
La verità incollata
con mastice nero,
come sui visi smarriti
di quegli stessi sciacalli.
Vuoti al sentimento,
passivi alla compassione.
E io piango.
Il pianto disperato
di chi sente il legame
con quelle bestie
a cui ci diamo in pasto.
Siamo noi, sempre noi
sotto altre pelli e altri sguardi.

Ancora tu



Ancora tu. Ebbene sì.
Mi ritrovo qui a scrivere
stanco di fingere, l’arte
del sorridere.

La mia parte è malinconica,
a tratti nevrastenica.
Porta pazienza.

Così diceva mia nonna
e lei sì che ne sapeva.

Mandragola



Ieri sognai la Mandragola,
e non nei panni di Callimaco,
ma dello sciocco Nicia
indeciso se darti ad altrui.

Mia Lucrezia, che amai
così perdutamente
e feci mia.

Che orrore è perderti.
Peggio ancora,
sceglierlo.

Dir questa è la via.
E tu dovrai giacere
con lui.

Le mie piccole Parole



Siam poche e semplici parole
nate senza educazione,
unite e gettate al mondo.
Al solo scopo di cercar TE,
unico e vero amore
del nostro triste genitore.

Che invidia.

Firenze



Beato il treno che a te fa porto
deviato dal ferrovier nella sua garitta.

E beato il viaggiatore,
irretito dai violini e i tuoi caffè,
abbacinato dai lattei muri di cui ti vesti,
tu, affettuosa nutrice d’arte e sapienza.

Qui ispiro aria antica e solenne
odor di storia,
memoria di ciò che avvenne.
E per chi volesse
sfiorar con le sue mani,
ha da chieder grazia, tua e de tuoi guardiani.

Nettuno, monito de la piazza ove bruciò
quel tale, per man di Alessandro,
che or fu detto diverrà santo.

E Arno, furia e fortuna della città
sulle cui sponde il sangue bagnò
di Ghibellin fonte la tosca terra.

Magnifica come il tuo Lorenzo,
sanata ai più dalla guerra che fu,
e beato l’occhio,
esitante sulle tue forme
Argentea visione,
eterno custode
di un’anima che dorme.