S.117

 



E ci si prende
E ci si lascia
E ci si ama
E ci si spegne

parte prima



Taciturno e strano
Appari agli occhi di chi non sa scavare
Ed io
Archeologa dell’anima tua
Mi addentro nei cunicoli della tua essenza



Non comprendo perché io non trovi mai conforto in questi interminabili atti mondani
Che voi chiamate vita
Se esiste qualcosa di cui son gelosa al mondo è la felicità altrui che pare da me
Si discosti
Posso camminare tra voi, magari anche conversare ma la vita mi appare un lungo soliloquio ove nessuno di voi può entrare.
Questa condizione è immutabile e degenerativa in quanto processo di ascensione verso la pura depressione.
Non esiste conforto dal nero nichilismo vitale, è un mondo di animale egoismo, e nessuno disporrà il proprio animo per un bene superiore, l’amore.



Che piccolezza la vita
Riflessa dai tuoi occhi stellati



Dominata dal languore
Mi accingo a spegnermi
Piccola candela
Soffocata
Vedi al di là del muro vitreo
E non arrivi mai
Liberarsi è tardi
Ormai esce solo un rivolo
Di fumo nero
Profumato
Di un dolce passato innocente



Il rumore di una foglia

Che cade

Il calpestio di una foglia

Secca

Che stagione piovosa

La vita



Il crepuscolo
Dietro i plumbei contorni degli ulivi
Esplode il cielo
In un fuoco di sfumature
E mentre il sole si assopisce
Mi stendo
E mi chiudo
Come una margherita
Protetta dall’oscurità di questa notte

A te



Gesti d’amore
E carezze
Sei una luce
Bagliore di speranza nel nero nichilismo
Mio conforto
Rinchiudimi nella protezione delle tue braccia
Dove esiste un mondo che solo noi vediamo
Sorridimi ancora una volta
Sensibilità pura
Totale astrazione dalla realtà

Inebriata dal tuo odore
Trascinata dalla passione
Rude e morbida

Ti desidero

Sono ubriaca di te



La mano venosa si imbianchiva sulle nocche stanche e sporche, e le rughe grinzose si spalmavano sul corrimano
Tremava
Le gambe snelle si muovevano lentamente con fatica, strisciando, quasi, sotto ai larghi pantaloni eleganti, i vecchi abiti buoni della domenica  Ginocchia affilate da un osso all’infuori

Un viso dolce di chi sa cosa aspetta
Un’azione quotidiana
Solita infantile spavalderia
Occhi neri stretti e concentrati
Un accenno di entusiasmo
Nessuna aspettativa
Due labbra sottili e rosee che spiccano nel bianco sorriso tra la dentiera ingiallita
Avrei voluto fermarti vecchierello
E chiederti cosa faceva sorridere chi dalla vita non si aspetta più nemmeno un posto a sedere
Io
Non mi aspetto più un posto nella vita



Come quando hai le vertigini mentre guardi le

stelle



Dove sta

Nel cerchio della vita

Chi è morto dentro ?