S.140

 

Statica



L’aria sorpassa la via dei tramonti,
arpeggia piano sopra le colline.
E’ già tardi, ma la fabbrica suda nel vento
di sale con i calci che restano.

Al ritorno, luna, osserva il gatto trascinarsi,
gli uomini tramontare sui fiori, sui fossi, nei fossi
sulla bionda pioggia.
Sole, racconti
alle voci delle roche serrate; più lontano da loro
un ubriaco si sfoca su un pontile qualsiasi
della nave Speranza:
sta sognando
l’America.

Tra i passi che spingono e il lumi
delle taverne da spegnere
fiorisce di rosa Matilde…
Da secoli, vento e rifugio dei popoli,
nell’Havana,
della morte non è mai stata
tempesta.
Si bacia le labbra alle spalle del sole,
allontana i suoi amanti fino al colore di azzurro;
In tre passi di fandango
ricolma la via di un rosso uragano.

Tace breve l’industria,
sfrigolano i cancelli.
Tra poco gli ultimi troveranno una falce
- seccate le ombre, a largo del vino -
a far brillare il cammino, a tenerli vicino,
inutili come sono
ai loro figli
nell’alba
che sale.

Serenata Marea



Ci siamo persi nelle campagne
di un estate,
dove mille e mille spighe hanno
atteso il silenzio di un sorriso.
Cosa vedono i tuoi occhi
quando si chiudono le palpebre?
Cerca la risposta
che basta al tuo cuore;
Il profumo del mare, d’altronde, è un amore sfiorito.
E d’improvviso una rondine sola
ti riporta indietro d’un passo:
Un distintivo calpesta le rose
e la forte ombra di un amore.
Come risuonano, echeggiati dal vento,
i battiti della tristezza,
le sue promesse di cielo, i tuoi abbracci all’addio.
Ora, per me, non sono che la storia
di occhi mai più ritrovati.
Non te ne accorgi, ma il maestrale di un ricordo
ha sommerso i pensieri.

Volesti morire in un ballo
affondato, volare nel ventre del mare,
ma indizi d’una fine risalgono già
dalle acute maree,
te ne accorgi?

Se schiudi lo sguardo non troverai più nessuno,
solo l’ulivo a ondeggiare nel vento.
Sei tu, questa sera,
sei tu l’anima e
il profumo del grano.
Un altro cielo si stende sulle nostre carezze,
e i campi riposano e l’affetto riscalda.

Onnono



Questi giorni la miseria, schietta, ci avvolgeva.
I tuoi codici d’interesse, il mio principio d’amore.
“io non posso permettermi
certe cose, lo sai”
dicevi.
Ed io che non potevo permettermi te.
Saranno stati gli sguardi a incolparci, ma non te ne rammenterai, ne son certo.
Eppure, uno dei tuoi è impresso su di un negativo dorato.
Chi ha iniziato? Non è dato saperlo, se lo chiedi, oramai.
Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria.
Ed era quella per me, per te, vitale, prima ancora di noi.

Holocene



Salticchia a balzi sul ramo
la drupa matura, al solo sfiorarla di questa
tua mano
che ride, ma tiene ancora paura.
Saremmo stati il movimento, il bacio
caduto sotto un concerto, l’obiettivo
sofferto, la parola sentita, e concessa;
-alla luna, se taci, s’avverte un vecchio refrain americano –
Eterni, riportiamo i segni di un concreto passaggio.
Giovani, senza complimento; l’interesse sfinisce nel web,
e la vita s’intrica sfuma si disfa nell’abbagliante
gorgo di pochi, miliardi, di pixels…
.
.
.
“ Ti ho colpita sono Cupido”/ forse dicevi che il cuore ha ceduto?
Il resto, io, l’avrei mai dedicato a nessuno.
Mi fermò a una fontana una parola d’un vecchio,
tardava appena all’immediato e non lo ascoltai.
Forse eravamo davvero, quelli che non vivono,
e si lasciano vivere. (fine)

Ancora, ancora non so



Potrai avermi a chiedere:
“Che fine hanno fatto le nostre parole?”
Oggi, non avrei da offrirti che
un mazzo di scuse, di questo silenzio,
un cristallo ancora più forte e vivo.
Ti ho vista già, eccoti. In mezzo a
una scura classe tra tanti studenti che ridono,
e qualcuno che in mezzo alla folla chiedeva di te.
Eppure anche allora ne fui distaccato.
Ora ti sento, tra le mura crepate di una stanza
al limite impreciso di ciò che rimane immortale e si sfoca.
Stai tremando
parlando, e delle voglie
le mani ti carezzano. Io sono qui,
sotto una coperta che avvolge il tramonto
e ci assolve tutti a grandi soldatini.

Nasce oggi il nuovo Capitano d’armata:
me lo dice un bimbo sul corso,
sorride.

Tra i pescatori e la piazza fumosa, sei qui, cara,
sei qui tra le onde di questa vita, sei sul carico di queste grandi navi,
sei coperta da un mistero, e cerchi di vendermi
un fiore, e cerchi di venderti al migliore.
Ti basterebbero 5 minuti soltanto,
se tu sapessi leggermi tra le righe
di questa che non sa essere una poesia.
Tutto quello che oggi ho da offrirti
è una melodia infinita, scordata, e irrimediabile.
è tua la storia di ieri, è nostro quel sorriso lontano.
Ti hanno visto fare il giro della giostra
e io ti ho vista, sempre, con gli stessi occhi.
Tu, forse, ancora mi cerchi.
“Per sempre?”
te lo dissi alla fine.
…(di questa poesia)

Compleanno



Posato sull’oggi perchè avrei pensato qualcosa,
sono scivolato giù da una canzone
e da alcuni sguardi finiti,
via, con qualche
bicchiere.

(Ammetto che in un fiato l’inganno
Ha svelato quel trucco
E mi ha tratto in scacco veloce.)

Poi c’é stata una pioggia che ha
lasciato tutti interdetti.
Qualcuno si è messo a canzonarla
ed è subito in lacrime
fuggita, per un gioco sbagliato
che le ha solo bagnato il vestito,
mentre il piglio infermo del festeggiante correva! Correva!
E corre,
per fissarla
immensa,
nello specchio.
Intuivo un dolce desiderio
di evasione.
Non palese, come pure assomigliano
queste parole, ma vivo
e sensibile.
E se ora dovessimo (tutti quanti) crollare
Tra queste candeline che si mantengono appena, forse
non penserei soltanto,
ma un sogno porterei nel mal chiuso cielo a crepitare,

per sfiorarti ancora

e coglierne il segno.

Valzer



È sospeso ancora un bacio
all’indice della sera,
smussato dai miei affetti di vetro,
dai tuoi frammenti di storia.
Forse, se tengo ferma la mano,
– (la tua) -
I fumi di un domani comporrano già
Un velo, quell’avvenire caparbio
che più una specchiera non trova.

E un respiro, altri mille ancora
sfumeranno un giorno imbevuti
Stracciati dall’alcol.
Quel tempo che tu non vedi
si fa più vivo, respira: ti ci puoi
ritrovare o se ti va,
lascia che ti si opponga al viso.

Ma dove l’arco punti il suo destino
Forse tu sola potrai mai saperlo,
Non certo sull’ anima mandorlata
che si svolse dalle parole.
Senti? S’incatena nel turbine
della prim’ora,
Ora che cominci a schiudere gli occhi.

Ma in realtà questo
– ancora amaro – segreto,
ascolta, lo tengo
per me:
Che il “perchè”
Quello dei giorni,
della meta distante,
Delle vite esaltate e disperse,
Quello dolce che tradisce,
Quello veloce che innamora,
Ecco, questo “perchè”,
Mio deluso amico,
Era tuo, tuo soltanto
nel mondo di altri.
Si scusò la luna con parole veloci,
(e sapemmo solo poi che le stelle la stavan aspettando)
Dimenticammo che “me”
E “te” divergono, sempre, di una lettera sola.

E solo per trovarti, forse,
ora studio i segni, la mappa
indurita dal tempo:
piccoli indizi
per un tesoro affondato,
per trovarci
ancora.
Smetterò con l’amaro
domestico,
Stringerò, facendo attenzione,
la mano di una donna.
Il sole
mi terrà per intero.



È, forse, il sapore
di un ricordo
che non saprò mai