S.22

 

ANTI AGE



Perduta tra gli scaffali della mia identità,
inerme, osservo questa piramide di creme
rimpolpanti, ammassate, scrutanti.
Antiossidanti, liftanti, anti età che rinnegano e
mortificano il mio tempo vissuto.
Non voglio ringiovanire con un tulle illusorio
calato sul mio apparire.
Io sono le mie rughe, le increspature dei miei
anni.
Io sono il sentiero e i solchi sul mio essere.
Amato, voluto, essente.

Autunnale Certezza



Sento lo scrosciar di pensieri infrangersi sul crepuscolo d’una giovinezza. Il letargo dei miei pregi irride tutto ciò che ho creduto d’essere. Un’onda ritmica di spregio, un’eco di disincanto, mi riportano alla deriva di questa vana consistenza. Sono nulla e vuoto e disprezzo e riluttanza. Piastrelle sbeccate lì accanto all’altrui eccellenza. Fosche come la bruna notte del mio incessante biasimo.



Come Penelope tesso l’attesa del mio ritorno.



Sento il frusciare del disco che danza al ritmo di
una rivalsa.
- Silenzio -
E piove ancora un poco…

Pandora



Il dolore, subdolo seduttore,
s’insinuava fitto tra le sue carni deboli.
Con grandi tentacoli s’attaccava alle pareti stanche della malinconia.
E marcivano le speranze
e la voglia di scoperchiarsi al respiro d’istanti nuovi.
Aveva un grumo di rancore incastrato tra l’esofago e il cuore, e non riusciva a sputarlo o ingoiarlo.
Si accompagnò alla riluttanza.
Alla morte lenta di quei prossimi sospiri.

25 Giugno



Alla radio suona Lay Lady Lay.
Chiudo gli occhi e gusto l’aroma melanconico di queste note avvolgenti. E penso alla mia mente che, malgrado la giovinezza, pecchi spesso di dimenticanza.
Penso ai papaveri e al tuo sorriso, al viso tuo eburneo, al sollievo che infondi e diffondi nell’animo mio scottato. Penso a noi, alla controversia tra noi stesse e il nostro essere così ostinate e liquide.

Per te.
A te.

Dust in the Devil’s Snow



Rugiada rilucente negli occhi stanchi del mattino.
Pugni dischiusi in un gesto raro d’abbandono.
Scivolano respiri nella melodia rarefatta di un sogno.
Saresti disposta a librarti, slegata dall’arbitro delle
tue paure? Tu, annodata alle tue certezze; tu, ferma
all’altezza dell’inoppugnabile crepuscolo.
Collezione d’immagini sfocate e sovrapposte sul
letto. Nuove partenze al di là del compreso.
- Sì!

Koba



Il vapore fitto dei nostri respiri increspati crea una nube di parole ancora da dire,
mentre con gli occhi tersi ci entriamo dentro nelle più intime nostre paure.
Vieni qua, inesplorato presente!
Oh, inatteso momento!
Vieni e prendimi la testa tra le tue mani ampie
e accarezzami questa folle insicurezza.
Responsabilità condivisa (azzardo) quella che ci vede,
oltre l’incompiutezza,
esseri, l’un l’altra, imprescindibili.

Amore



Danzo in me stessa.
Roteando lievemente sul tempo,
balzandomi nella vita.



Bacio il respiro dolce di questa terra. E ascolto il
tepore del mio nuovo sole. Ha lunghe braccia
avvolgenti che riscaldano inverni interiori. Ed
io, con loro, mi appresto a svernare.



Il mio cuore non ha principio né fine.
Immateriale e volatile, sa mutare come il tempo.
È un continuo alternarsi di periodi dissonanti,
d’ibernanti glacialità o dolci tepori.
Lo sento adattarsi a ogni cambio di stagione,
battere, incalzare, sfuggire, resistere.
Sa di essere vulnerabile ma altrettanto
indistruttibile.
Cambia continuamente pelle per rinnovarsi
ciclicamente.
Non segue né una logica né un senso
ma è solo, e unicamente, disarmante impulso.

Flussi



Il mio verbo mi scoppia dentro. Sono un corpo
vuoto. E galleggio nel tempo. Risuono. Satura di
parole. Di pensieri. E desideri.
Non voglio niente. E voglio tutto. Una perenne
insoddisfatta del mondo. Non sono mai contenta
di nulla. E non mi serve nulla. Non chiedo, non
parlo, non esprimo. Voglio fermarmi e
distanziarmi e distaccarmi. Mi scollo un pochino
e, scomposta, respiro il mio declino.
Sarebbe meglio, lo sento, se mi adagiassi un
attimo qua, in questo capiente letto di scuse.
Ah, le mie scuse…

Midnight



Lasciami una luce accesa e, attraverso il buio della
distanza, verrò a cercarti.
E non saremo soli.
Lasciami una luce accesa e, attraversando il tempo di un
respiro, io verrò ad amarti.
Ad amarti.
Lasciami uno spiraglio di luce sul tuo cuore affinché,
osservandoti dalla mia finestra, saprò che dall’altra parte
del muro mi starai pensando. E avrò speranza.
E arriverò per amarti.
Per amarti.
E non saremo soli.
Mai più soli.
Nella notte e nel nostro cammino.
Per amarti. Per amarci.
Mai più soli.
Noi.



Mancanze velate d’attesa. Presenze attese. Mancanze
presenti.
Tu nei miei sogni. Tu nei miei sospiri, nelle mie
ciglia stanche e umide.
Tu nel mio animo e nella pancia, sul cuore, nel
grembo, tra le mie mani vuote, appeso nelle parole
non dette, in quelle sussurrate.
Tu, leggero sui miei sorrisi e sulle mie vene spezzate.
Tu che scorri su queste note lente, e lentamente
cammini indisturbato nei miei pensieri.
Tu che pulsi in me.
Tu, e tu, sempre tu.
In me. Ovunque, in me.
Tu, mancanza e presenza.
Tu, la mia unica attesa.



Vieni
tra le mie gambe
a morire.
E risorgere
più vivo di prima.



Lambiscimi con il tocco leggero di un pensiero.

Sfiora la mia scevra carne apolide.



Questa piccola sbavatura non consiste nell’uscire fuori dal limite consentito.
È un gettare il colore a caso su questo grande,
immenso foglio.
È l’imprevedibilità di un gesto,
del pensiero libero,
di un sentir sgorgare le voci dell’intimo mio io.
E io guido,
e conduco la mia mano,
senza controllo, senza rigore,
affinché faccia della casualità mia legge materiale
e atemporale.

Il Velo di Maya



C’era la luna mezza che ci sovrastava con immobile bellezza, e sentivamo sulla pelle il suo sguardo affilato ed eterno.
C’era un cielo carico d’intenso azzurro che ci schiacciava con la sua luminosa immensità drammatica.
C’erano i pianti e le bocche serrate. C’erano i capelli danzanti e le mani gelide, strette in una presa inconsistente. Anime conserte, avviluppate, in un lamento senza fine.
E c’era il vento, robusto, pressante vento, che ci spingeva forte, e volevamo – un poco – fuggire via con te. Mentre guardavamo fissi ciò che fosti un tempo, chiuso in un altrove. E il vento soffiava e sibilava e cantava e fluttuava. Portandosi via uno di noi. Portandosi via te.
E il tuo velo di Maya che ricopre questa fottuta realtà.
C’era il vento, robusto, pressante vento, come il pensiero della tua surreale assenza.

Note di notte. Notte di note.



Il pudore della notte, sui nostri peccati.
Come velluto.
Come manto scarlatto.
E una languida luna, vigile da un angolo di cielo stellato, irradia la strada che percorremmo.
Il sangue tremulo sottopelle, dalle nostre vene denso, pulsante, fremente.
Compressore d’amore, energheia, carne soffice, vita.
Chiudere gli occhi, respirare la melliflua insonnia dei sensi.
Precipitando in un’estasi infinita.

I don’t know



Ataviche note mi vibrano in petto.
Sonorità serpentine s’insinuano nella carne.
Risuona il fruscio di un giradischi polveroso.
Percossa da un’immensa distesa di sensazioni, una smisurata valle di sospiri cadenzati: danzo in me stessa.
Nuda.
Ballo con un’altra essenza.
Indistinta.
Mai vissuta.
Già vista.
Riconosciuta.
Estrazione di un passato mai percorso.
Il déjà vu del nostro mai avvenuto discorso.

Protezioni inconsce



Un’immensa distesa di gramigna sovrasta questa vallata. E corro, facendomi strada tra le spighe. Corro senza sosta. Il sole rovente cala a picco sull’assetata terra che calpesto. Le gambe dolgono. E ho la mente gremita d’ombre che devo valicare. Giungo alla fortezza arroccata sulle pendici di questo incubo. Un balzo. Raggiungo la maniglia e mi rifugio nell’impenetrabilità delle mie solide paure.

Psicopatologia di un trauma



Stanotte ti ho sognato.
E, se mai l’avessi dimenticato, mi ricordi (ancora) d’averti incrociato vagamente in una vita passata.
Ci sono ricordi che migrano da un luogo all’altro del tempo.
Ci sono ricordi che tornano a casa, pur non avendo più alcuna dimora.
E ci sei tu, che abiti abusivamente le mie notti, arredandole d’incubi ininterrotti.

Sublimazione



Canta e danza, il sole, agitando lunghe braccia di luce calda.
Mi perdo un poco.
E penso al mio amore stipato, proprio qua dentro.
E un asteroide ghiacciato in petto.
È roccia dura e fredda. Ed è schianto gelido quest’anima frolla.
Attraverso spazi e tempi indefiniti paga perenne il pedaggio per ogni azzardo varcato.
E come cometa d’illusioni spaurita, mi avvicinai troppo al tepore di questo sole.

La pelle che abito



La pelle che abito, ha il colore del tramonto sul mare e il suono del moto ondoso che danza in risacca.
Sa d’incenso, effuso dall’altare di un divino grembo. E l’esultanza del girasole, e le lacrime protette da un sorriso fiero.
La pelle che abito, è il ricordo di quel manico spiritoso del mio vecchio ombrellino. Della pioggia scrosciante che assaggiavo sempre di nascosto. E indossa l’olivastro manto della mia terra.

Attese



Per questa speciale occasione, il mio cuore segue il ritmo bebop di una musica rivoluzionaria.
Rivoluzionata, battiamo in sincrono, io/te e una batteria elegantemente spazzolata.
Per questa speciale occasione, ti ho preparato una dolcissima focaccia. Farcita di sorpresa, commozione ed eccitazione.
E adesso, che sei me, in me, attendo di vederti e abbracciarti.
Per la nostra speciale prima occasione.

TrascendiAmo



Strana!
Diversa.
Perdo i sensi e la mia ombra densa.
Non mi ritrovo la bocca per poter urlare.
E gli occhi con cui lontano andare.
E le mie dita?
Non ho più mani per sperare.
E l’alluce di ogni piede: sparito!
E il mio ventre, fulcro di vita – trapassato – defunto.
Sono aria e germoglio.
Sono un papavero danzante rosso.
E mi scuoto nel vento.
E mi faccio respirare.
E attendo che tu mi venga a salvare.

Io sono la mia chiave



C’è una finestra oltre la quale non riesce a scorgere niente. La condensa forma una piccola goccia d’acqua fuggitiva che sfila via dal vetro. Il suo mondo di tè alla cannella e scorza d’arancia, di paure scritte e libertà sussurrate, sembra quasi una gabbia circonfusa d’assurdo. Osserva quell’audace goccia e si fa indicare la via.
Non può essere, poi, così difficile dis-odiarsi.
- Cerca la chiave!

C’ero una volta…



Vorrei raccontarti di un ciliegio in fiore. E di una solitaria notte fluida.
Di un pendolo che barcolla con la sua punta casuale.
Di un animo ostinato che cercò dimora in un caduco corpo di donna. E la pioggia purificante che intona una ninna nanna eterna.
Vorrei raccontarti una storia mentre ti sfioro la nuca nuda e bacio la palpebra del tuo occhio errante, incagliato sul fondo del mio burrascoso cuore ruggente.
C’era una volta…

¡Ni una más!



Susana è il mio nome. E, giaccio supina, distesa su un letto di brina. L’erba soffice m’accarezza la schiena rigida e una falena si posa leggera sulle mie ciglia umide. Indosso un varco in petto, come un amuleto infranto.
Vola bassa questa brezza gelida e soffia sferzante sul mio viso un tempo ridente. Un drappo di plastica nera, stretta, soffoca pensieri liberi di protestare. Baratto la mia mano sinistra per un pugno di versi composti.
Oh – quanto fanno male le parole! Feriscono più di mille falci affilate!
La mia penna contro la loro violenza. La mia voce contro il loro odio.
Sono Susana e amo scrivere.
E vorrei parlarvi di una città dorata, sperduta ai confini del cielo. Di sacrifici ancestrali. Dei miei 36 anni cristallizzati. Di un mondo regresso che continua ad annientare le proprie figlie, ancora adesso. Perché siamo nate donne.
Susana è il mio nome.
Cantate e gridate voi, per me: non una di più!

Non sono il mio profilo



Abbraccio amorevolmente la donna che son stata e, con lei, stringo a me, ogni errore raccolto per strada.
Accolgo con premura ogni occasione sfumata e le mie mani dalla fermezza incerta.
Con lei, mi prendo cura di tutte le fragilità destabilizzanti e le troppe difficoltà fronteggiate con inerzia.
Accosto, al mio petto, i miei difetti più duri mai smussati, l’immagine distorta nello specchio riflessa e le mille debolezze resistenti al più burrascoso dei maremoti interni. Avvolgo, tra le braccia, i periodi di buio abissale, di morte apparente, di letargo emozionale; i mesi, gli anni, le ore d’indefiniti dolori lancinanti, di scelte sciocche, d’istinti devastanti.
Ogni parola taciuta, e menzogna pronunciata, davanti all’innocenza acerba di una felicità presunta.
La delusione in un’attesa sospesa in troppi sogni infranti da maldestri progetti mancati.
Abbraccio dolcemente la donna che son divenuta e, con lei, stringo forte, l’odiato profilo di una donna infinite volte sconfitta.