S.23

 

II maggio(r) imbecille



Il più scuro, la scure

della pioggia, come voglio

distrugge ogni atomo della mia felicità

ogni piccolo antro delle mie palpebre.

Sulle piccole sedie rosse vorrei riportarti,

nelle piazze verdi, nei paesi gialli e arancioni,

nella mia vecchia cantina sporca di colla.

Sulle grandi onde viola vorrei incontrarti.

Senza la mia faccia che fa schifo agli angeli,

senza la mia testa che è bucata dagli inciampi

sui sassi luridi della mia vecchia città

sui passi polverosi della mia vecchia vita

d’intrecci.

Sotto la fine pioggia vorrei ballare con te per sempre.

Salto, la fine della vita, vorrei arrivasse nel mentre.

Buio intorno a me, acqua fangosa.

Acqua ferma da secoli, stagno,

sogno,

il sogno di pianto di questa notte, di getto,

i fiori qui davanti a me.

La tua scatola è pronta, lanciala se vuoi nell’oceano

dove troverai la mia anima, su una barca a remi

bucata

dal tempo e dalla follia,

vecchia malattia, dove sarò nuovo

nell’incidere delle nostre rette

parallele,

questi non sono fogli, non si bagnano di lacrime,

questa non è la poesia,

scappo a zig-zag sulle vette delle montagne blu

mi vedi laggiù, sull’asfalto sconnesso

quasi sdraiato,

sogno i tuoi riccioli e il tuo infinito amore

dò il senso alle pozzanghere, con te

dò corda agli scoiattoli, con te

sono quello che vorrei essere,

non il minimo, il massimo,

giuro il falso, il falso, il falso,

il vero, amore

per uscire dalla porta di emergenza del mondo

e finire nel nostro,

dove le linee, i piani e gli spazi si confondono con i colori,

e darti, ancora una volta, l’ultima,

un bacio, d’assalto,

di nascosto,

su un’onda, a costo di cadere ucciso,

un bacio rubato a un uggioso tardo  pomeriggio

dei Lungarni.

 

Natale ’15



Si vede proprio che sei napoletana,

mi hai rubato il cuore e l’anima

senza effrazione né scasso,

come una professionista d’amore,

una giornalista di notizie fantastiche,

occhi e mani d’altri tempi

e nuovi sogni ronzanti,

minuti deliranti finiti,

cuore fonte comune di colori,

sgorgano fronti di rugose emozioni,

fiotti di dolcezza arteriosa,

cuore, fiaccola e ventosa.

Lettera all’amico L. B.



Come fare a guardare dopo il conoscere,

automi e gomme americane

per le strade sassose,

cloroformio asettico,

loto nero.

La cattura



Istante, torna la sana luce

fredda cella buia e gentile

senza pareti ma illuminata a giorno

taglia la gola alla libertà

nomi oggetti cose odori

insieme van di passo

con la paura controllata di immediate scoperte.

Il porto guarda in silenzio.

Passa in secondo piano il correre delle lancette.

E’ freddo metallo invisibile,

reticente industriale sdraiato.

Con noi solo l’abito e la gioventù

a dividerci, per poco, dalla fine.

S. M. N.



Ehi dolcezza, che arrivi lontana

culmine di abbracci a parabola,

fluttui ancora nella mia favola,

dolce mia bimba,

si bagna sempre il mio picco d’allegria,

funesta follia,

d’indecisione e angolo retto,

schiacciati su un parapetto,

petto, per volare

in altre barche, dimensioni e direzioni.

Latra il mio mugugno ma è andare soli.

Soli i passi non si contano,

ti bacio,

la forza di mani calde o umide,

ehi, notte che ci avvolgi,

freddo che ci appanni,

calore, e calore e colore

rami decorati che sono ovunque

e bellissimi grovigli d’inchiostro

che si ergono a cupola in un istante,

ti sollevo,

l’istante di noi due,

soli,

sul fare di un’alba marittima.

Protocollo del Novembre mattina



Più non ti vidi

forse ti celasti

o fosti frutto dei fantasmi

miei cari compagni

di visi imbarazzati

come di una ragazza

ubriacata il lunedì sera

dietro la pace

delle nostre nuove dimore

che sudano piangono e sognano

uomini biondi e muscolosi

barbe folte rosse

e pubici mustacchi,

braccia polverose e saltellanti,

seni simpatici,

severi sguardi lunatici,

sogni, sogni, neri, vuoti sogni inebrianti.



E’ la solita malattia

che torna alla distanza,

la mia vecchia apatia

che allarga la mia stanza

dipinta di grigio e di nero:

l’ormai solitaria lacrima avanza

e ricorda il suo vecchio sentiero.

Un antidoto non trovo nel tempo,

o un vaccino, o un qualche unguento,

il vecchio bordone che mi costringe,

a uscir di me, di maestosa Sfinge,

a passo calmo e senza un lamento,

non un’ora, un giorno, un sentimento.

E se sento vicina la verde e luminosa

insegna d’una fuga d’emergenza,

cara mia stirpe, ogni volta s’ariposa

in una bara il mio agire d’urgenza,

dentro un bunker di benevolenza,

ionica valenza, speranza, salvezza, metà.

D(‘)oppio



Oh, mio infernal essere realmente libero

pone me per la morte diretta

sensoriale, sociale e perfetta.

Musa eterna della solitudine,

cara illusione astratta,

vivi per me, vivi come io non posso.

Vivi per me, poiché sei con me,

mentre la mia falsa ombra getta sé

per le vie del centro sfocato.

24 settembre



Ride la mia mente e gioisce il cuore

per sbagli che molto preser le ore

zelo ed ostento ora vengon palesi

tutto è cambiato da notti francesi.

Ma nulla è mutato nel mio dintorno,

dei miei pensieri inguaribile stormo,

valutazione di un parcheggio stretto,

e di una donna martoriare il petto.

Di giorno e di notte sovvien il nulla,

dopo il gran fiume la spoglia Aulla,

vo a cercar donne di sogni e d’idee,

filtri di mente, non escon che dee.

E nel mondo perderò le mie tracce,

la fama e la gloria e le false facce,

quando nei teatri d’ogni dove

c’incontreremo, sì, nelle alcove.

7 dicembre



Sono a navigare nel vuoto

che turbini di sabbia non noto

cheto nel mio abbaiare

non nuovo nel mio tentennare

scalciare e picchiare

un carro che cigola

mentre lo guardo piangendo.

Nelle mie nuove prigioni nuoto,

elettrico di pugni chiusi e rotanti,

strabordante di nuove zizzanie sonanti,

con il cranio che sarà spoglio ad amarti.



Cerco il rosso
del colore delle
sue docili labbra
future
che sapore hanno
al mondo?
L’effimero arancio
delle montagne

Dichiarazione



Siamo lenti,

a passo tondo prendiamo per mano la strada,

e d’ogni sampietrino sappiam bene il nome.

Nulla di nuovo è in noi da millenni,

ma ogni sguardo scopre la meraviglia

dell’infinito amore che schiude

l’incombere della vera sapienza.

Se ci incontrerete, non accarezzate

il nostro manto un po’ sudato,

per noi giungerebbe il malanno più gramo,

il peggiore degli inganni,

l’illusione di sentirci annuire.

Libera #2



La saggezza e l’inconcludenza

vanno di pari passo

godi la primizia

di un male non architettato

di una trappola ben celata

ma ignota

Il miracolo



Anche se ogni

atomo di realtà distrugge

la vita con metalliche lacrime amare,

nel sogno v’è il miracolo,

nel pensare v’è la gioia,

nel ricordo che rimbalza

c’è l’armonia di una salvezza conosciuta,

viva e calda come la cera fusa,

e anche se i minuti scalciano il ventre come una giumenta impazzita,

il supplizio continuo, rullo compressore,

è meno grave sulle mie tempie,

quasi soave, quasi angelico.