S.30

 



Entrato desideravo potermi chiedere qualcosa d’inaspettato.
Precipitata la situazione nuova, questa,
colpevole e rumorosa turbò le acque ferme che sollevano a galla l’animo preso dal regolare tempo,
quello che si dirige a testa china sul muro della nullità
e delle corrispondenze tristemente coinvolte degli altri personaggi coinvolti nel nostro incontrarsi.
Mi sentii triste e presente in qualcosa che non doveva essere nostro,
in qualcosa che costrinse allo scatto.
Mi accorsi che questa sequenza priva di volontà e sentimento mi spingeva a desiderare una traiettoria lunga,
parallela o perpendicolare,
secca e decisa dall’uomo che non ero io,
spaventato dal tuono o dal vero Dio.
Velocemente mi trovai a dover lanciare un gesto o un pensiero che mi salvasse e che mi concedesse,
non troppo gentilmente, una protezione del prisma, del dado di luce propria,
che spento splende lontano dai viaggi e dalle certezze che impediscono al pianeta di ballare.
Noi qua stavamo cercando di crescere e di conquistare il cuore o la testa di qualcun altro.
Mi chiesi, come un monaco senz’altro poco attento,
se io dovessi davvero stupirmi,
se dovessi dunque farmi carico dell’istinto dell’uomo sopravvissuto agli scorpioni.
Mi chiesi come la sopravvivenza potesse essere l’unico senso e l’unica direzione da seguire,
quale valore e quale colore.
Mi ricordo che desiderai fortemente qualcos’altro.



Amo i cipressi e le more,
asciugate le tegole,
torneremo sul tetto,
cercando le volpi tra le linee dei colli chiusi
in una vista prometto enorme.



Vorrei poter cantare materiali lievi,
ma se questo non mi avesse aiutato?
Che adesso sia un momento di svolta pesante?
Di masturbazione e dolori intestinali?
Amo davvero i compagni fatti e costruiti,
ma non è tempo di autodistruzione?
Di compassata vitalità sorridente e ebete?
Credo per alcuni attimi sempre più presenti, più pesanti
che piccoli cerchi, a grandezza di rondine,
regolino le nostre simpatiche vite,
che chi è importante, è chi appare,
della maschera quindi maestro.
Dunque dov’è che dovremo dirigerci,
se non all’inizio dello slancio?
Se non allo stimolo, partito per conservare la specie,
conservarla dal vento
o da qualche tempesta troppo grande per noi?
Siamo previsti e progettati
per sopravvivere a probabilità e casistiche.
La sorpresa è un eccezione non nostra,
che ci convince a ciò che non siamo.
Gli occhi pestati portati con educazione
incastrano un sorriso meraviglioso,
appeso per esistere,
come le deformazioni di quei pesci stronzi degli abissi.
Sono l’incisivo che spezza a metà la cavalletta sul grano d’Estate.
Sono educato perché mi mantiene di ottimo umore.



Di solito è dura,
ma sale su creste d’entusiasmo che nelle settimane sono divenute più solide,
vede di nuovo come con la gente,
il suo comportamento cambia i nostri paesaggi più intimi.
Vuole bene alle persone
e si fida nuovamente degli altri perché convinto credente del suo vivere.
Continua a non avere praticità con le pietre e con gli attrezzi,
ma sforza una smorfia a questi sedili pregni di fumo.
Si è aperta una diga due giorni fa,
qualche albero è morto insieme ad alcune nostre precedenti conquiste.
Ma dalle cortecce e dai mattoni consumati,
germoglieranno nuovi vermi,
convinti e più fibrosi.
Questi corroderanno con più forza materiali lontani
e noi non ne vediamo l’ora.
Il lombrico che sopravvive,
cantato da chi ha mente,
impercettibile e bagnato.



Credi che una descrizione lucida della situazione possa migliorarti?
O credi che possiamo ripartire dalle cascate,
dalle nuove carezze o dai nuovi comportamenti,
dal saper gestire di nuovo il proprio corpo?
Credo di non avere più fiori nella bocca,
credo di essere divenuto più basso,
le balene lacrimano tra le montagne cori ingiuriosi,
squarci che paiono solchi di Dio,
palloni enormi di sangue che esplodono tra le foglie,
sempre più nere,
battono la coda a spezzare le nubi,
non muoiono ma precipitano,
tra timide convulsioni che si avviano tra i loro fasci,
accanto l’una alle altre,
fluttuano verso il basso,
senza visione,
senza voi.



E’ triste digitare,
ma saremo in bici con la luna piena tra due settimane più o meno,
con la bottiglia del vino acido che non entra nella tasca della felpa.
Non ci sono molte case vicino la mia.
Vicino ai cipressi avrai paura,
ma io sono un cretino quindi sanguino da un gomito.



Riconosco tutto, davvero anche la convinzione che cala,
dopo essersi persi un attimo nei progetti,
ma abbiamo meno paura,
stiamo comunque continuando,
avverto che qualcosa va e viene e come questa segua la qualità dei miei pensieri e propositi.

Sensibilità che nascono e muoiono come gusci d’insetto sopra i laghi.
Credetemi che c’è interesse e meraviglia.
Cinque minuti fa, ero comodo su un pensiero che avevo fretta di vestire e sapermelo mostrare,
ma anche se credo di averlo perso lo seguirò tra i giorni.
Questo è un pensiero triste che non mi da respiro.
Seguirò le intuizioni più leste,
avrò anche la calma e i giusti spunti per tornare e scomodare qualche mia vecchia coscienza.

Riconosco, riconosciamo che il mio è un grido educato,
che non vuole essere disturbato,
gentile tra chi non è comunque interessato,
dato che i miei auguri vanno a situazioni tristi in cui scomodamente si ride,
meravigliandosi ad un tratto della comodità di altre.
La mia è una preghiera e presto troverò le mie divinità.
Sperando di non vergognarmi,
ma credo che ci cadrò,
sorriderò e parlerò volgarmente per risollevarmi prima di cena.



Non ha senso dirvi qualcosa se il senso delle cose è che voi tremiate temendo di non conoscere la vostra natura.



Non so quale sia il senso delle cose e non mi sembra necessario ciò che siamo e come voi ho paura,

non giudicate per favore, siate semplicemente educati.

Piccole rane che si muovono per nessuno e i vostri figli vivi,

cicli climatici e processi sedimentari per sempre liberi.



Non riesco a trattenere nulla forse,

ma mi sento lontano e privato qualche volta,

quindi sorrido perché qualcosa di leggero,

appoggiato come parole perfette,

resti sospeso sopra un lago.

Proverò a meditare,

ma davvero non voglio dirlo a nessuno,

sono impacciato quando mi trovo ad essere essenziale e non riesco ad avvicinarmi,

ciò che si desidera non è condiviso ora e dopo, le più delle volte si cade,

davvero non ho nulla.

Mi piace pensare che io qui abbia freddo,

che riesca a sopravvivere abbracciandomi,

tenendomi stretta la compagnia delle piante che crescono lente nei secoli quassù.

Venti stanchi occupano pensieri inutili qui,

permettendo di nuovo altre valutazioni,

permettendo la vita che non serve e che ci estingue.



Il gioco è lasciar intravedere cose e non cose.

Sappiamo tutti che non proteggiamo nulla,

ma essere abili incantatori di arie che controllano la percezione tua e nostra,

permette slanci caricati a dovere che qualche volta mi lampano come cose utili.

Si tratta di pratica e studio, niente di più e niente di mai considerato.

Come è difficile sorprendersi dopotutto,

ma quanto per contrasto trionfa il concedersi a ciò che merita,

a ciò che oggettivamente noi maghi ostentiamo di proclamare riconosciuto.

Nulla di che, incantarsi e lasciarsi incantare,

pupille che a fatica sembravano vere,

opache e calde come pozze mai apparse prima.

Serve la mente lucida e la parola che picchia forte sulla vostra attenzione.

Distogliervi la concentrazione con una mano che danza,

per poi dichiararsi sconfitti ad un vostro desiderio che eppure sembra del tutto comprensibile.