S.61

 

Caro alcolismo



Scivola
su ghiaccio quadrato
Tanqueray e acqua tonica.
Oban Single Malt
o rum guatemalteco.
Accompagnerà dopo.
Lucida nella visione
una barista
dai seni abbondanti
che mi bacia
con la lingua.
In bocca
sapore di fumo.
Gli altri ricordi
corpi
e tu
che mi mordi.
Si opacizzano
tutti
in un romantico
(fatale)
senso di nausea.



Dammi una poltrona
comoda
per sedermi.

Dammi del tempo libero
però
senza sensi di colpa.

Dammi da bere
e da fumare.

Poi dammi anche uno schiaffo.

Sarò contento,
giuro.

Necrosi spirituale



Mal di schiena.
Fottuttissimo
e crudele mal di schiena.
La bocca secca.
Odore di sigaretta.
Camicia
- rigorosamente bianca
(o azzurra) -
con il nodo della cravatta
allentato.
Tasti sul computer
picchiati con disprezzo.
Cuffiette dallo smartphone
stropicciate
e piene di urla.
Urla,
più della più triste
abitazione
abitata da chi un dì
si amava.
Acidità di stomaco.
Muscoli impigriti.
Tosse nervosa.
Bestemmie e lamentele.
Lavoro.

Porca puttana il lavoro.

Mi si staccan
di dosso
pezzetti di ingenuità.
E brandelli d’innocenza.



Limpido e colorato il senso generale
mentre del significato perdo sfumature.

Saluti al tramonto



E si fan purpurei al crepuscolo
gli occhi tuoi, così tristi
e attraversati
dai giorni
fatti nostri.

E quel sole riflesso intrappolato
nelle tue iridi, mi conforta un po’.
Regalandomi sacre rivelazioni
e giustizia
per i nostri
teneri sforzi.

Anche adesso, mentre mi saluti.
E lentamente ti allontani.

Anche se poi

-vaffanculo.



Nella gola
cola
il sangue
- così caldo –
che di morir
pare quasi
io
abbia sete.

Ubriacati



Che ti esplodesse il cranio
ora, in un’aurora
fatta di vodka
e gin tonic.

Eden



Vedo la luce febbricitante
nei circuiti del formicaio.
Elettrica follia
vomita il nostro Eden!

Lo vogliamo on-line
iperconnesso con la fibra;
e che servano cocktail
con l’ombrellino.

Dove chi beve deve servire
allo scopo ultimo
di fare la fotografia
più bella di tutto il cazzo
di giardino.

Credi alle mie parole bambino,
il paradiso è a portata di click.

Ma in fondo morirai comunque.



Respirami per intero
ingozzati come una porca.
Un sorso dopo l’altro.

Fallo,
fino a che le gocce di anima
non cadranno sulla canottiera
di Zara, traboccando
dalle tue labbra morsicate
dal freddo.

Non vi sarà momento
più giusto per amarmi.

Fallo,
fallo così, da ingorda.

Perché in questa corsa assurda
non sarai mai abbastanza
allenata
per sapere quando ti verrà
il fiatone.

Medhelan



Soffia polvere celeste
sulla ruggine della mia urbe.
Il respiro velenoso
si addensa fumando via
la noia.

Così nascono
le nuvole viola.



Vago come uno sbronzo
a zonzo in ‘sto panopticon.

Demoni



Diglielo tu ai demoni
di starsene all’inferno.
Qui l’ultimo che è uscito
deve aver lasciato
la porta aperta.

Pioggia



Canticchia la pioggia
danzante sui fili d’erba.
Il sottobosco è in festa,
ranocchie e insetti
contenti la salutano.
E anche io gocciolante
camminando unisco
il mio passo impacciato
alla strana banda
che fra strada e ginocchia
intona il suo concerto.
Le scarpe spugnano
nelle pozzanghere,
e il giubbotto sguisciola
fra i rami grondanti.
E così mi fondo
in sta fasulla natura
che si diverte un po’
alle porte della città.



E se la mia città
decidesse di tatuarsi?
Forse inizierebbe ad appendersi
poesie sulle mura.

Malinconica



Solo da ubriaco,
quando sento nello stomaco
i miei respiri.
Quando vorrei strapparmi
di dosso
i miei vesititi.
Fradicio di euforia
tragicomico nell’andatura.
Senza paura alcuna
correndo nella Milano notturna.
Solo allora sento la vita
sfiorarmi e accarezzarmi con cura,
Lei mi saluta e mi tiene con sé,
ricordandomi in un istante
quant’essa è pura,
forte nella stretta.
Contessa
di sta figura.
Dell’ombra scura
che quasi costretta
Si accende una sigaretta.
E nel fumo canta
malinconica
e si confessa.

Malesseri umani



Brucano sincerità
su prati di visi ingenui.
Nascondendo i loro,
sarcastici, divisi,
hanno incollati sopra
sorrisi obliqui.
Ghigni predatori,
camuffati da un’arrogante intelligenza.
Figli delle brulicanti città
oggetto dei loro sogni.
E anche incubi,
abituè di questa lucida
allucinazione.
Orfani della speranza.
Abituè di tutto
ciò che è dato,
dato per scontato
e dato per perso.
Nessuno si prodiga più
nella ricerca del vero.
La domanda è travisata.
La verità incollata
con mastice nero,
come sui visi smarriti
di quegli stessi sciacalli.
Vuoti al sentimento,
passivi alla compassione.
E io piango.
Il pianto disperato
di chi sente il legame
con quelle bestie
a cui ci diamo in pasto.
Siamo noi, sempre noi
sotto altre pelli e altri sguardi.

Ancora tu



Ancora tu. Ebbene sì.
Mi ritrovo qui a scrivere
stanco di fingere, l’arte
del sorridere.

La mia parte è malinconica,
a tratti nevrastenica.
Porta pazienza.

Così diceva mia nonna
e lei sì che ne sapeva.

Mandragola



Ieri sognai la Mandragola,
e non nei panni di Callimaco,
ma dello sciocco Nicia
indeciso se darti ad altrui.

Mia Lucrezia, che amai
così perdutamente
e feci mia.

Che orrore è perderti.
Peggio ancora,
sceglierlo.

Dir questa è la via.
E tu dovrai giacere
con lui.

Le mie piccole Parole



Siam poche e semplici parole
nate senza educazione,
unite e gettate al mondo.
Al solo scopo di cercar TE,
unico e vero amore
del nostro triste genitore.

Che invidia.

A Firenze



Beato il treno che a te fa porto
deviato dal ferrovier nella sua garitta.

E beato il viaggiatore,
irretito dai violini e i tuoi caffè,
abbacinato dai lattei muri di cui ti vesti,
tu, affettuosa nutrice d’arte e sapienza.

Qui ispiro aria antica e solenne
odore di storia,
memoria di ciò che avvenne.
E per chi volesse
sfiorare con le sue mani,
ha da chieder grazia, tua e de’ tuoi guardiani.

Nettuno, monito de la piazza ove bruciò
quel tale, per mano di Alessandro,
che ora fu detto: diverrà santo.

E Arno, furia e fortuna della città
sulle cui sponde il sangue bagnò
di Ghibellin fonte la tosca terra.

Magnifica come il tuo Lorenzo,
sanata ai più dalla guerra che fu,
e beato l’occhio,
esitante sulle tue forme
Argentea visione,
eterno custode
di un’anima che dorme.