S.70

 

VOLTO BIANCO



Ieri notte

ho provato

                      imperterrito

                                           a baciare l’ennesimo

volto bianco.

E lei mi ha rifiutato,

chi vorrebbe

un impostore.

Di me stesso

                    Ho paura

Purtroppo,

Mi conosco

Troppo bene.

A Cecilia, figlia del mondo



Le note e le notti

Sono tue,

rintoccano incessanti

sulla federa del mio cuscino.

Mi vergogno ad immaginarmi

Nudo,

scrupolo sottile

davanti a chi mi scruta dentro

le ossa.

Sono scheletro

E sono carne,

ma soprattutto sono sangue,

Liquido rosso pulsante

Generato e RI-generato

Dalla fonte.

Io

Sono sangue,

tu

sei vena.

Vanesia, dall’empatia di Sguardi,

Ammiri le vele Borboniche

Che salpano

Il tuo (a)mare.

Lascia gli ormeggi, mantieni la rotta

Quel giorno in cui partì mia madre



Quanti discorsi spiccioli si realizzano in una farfalla di tenebra?

Bastarono due parole per farle prendere il volo

“mi

dispiace.”

La delicata creatura frantumò il velo,

sono solo

sul suolo della cucina, circondato di piatti albini e ceramiche della Bosch;

la realtà è Atman.

Sdraiato, consunto da ineluttabile tradimento,

bollente di densa fragilità.

Ansimo di vendetta e rabbia, eppure, mansueto e stordito,

abbraccio la sua foto giovane:

Ridendo scorgo il sapore delle sue labbra materne, del suo avvinghiarsi sicuro nella mia persona,

e allora capisco.

Io mi amo.

Pipistrelli



Quando lo Shangri-La

si dispiega

alla luce di un albero

metallico.

C’eravamo noi due,

intenti a scoordinarci

con magliette scardinate

da violenze speciali.

Rispettavo l’apologia di reato,

prima di perdermi

nell’epopea del creato.

Cantami o Diva,

del felice Achille.

Fiore di Giada



Reazioni di alchemica fattura sono

Esplose

Incatramando le ultime esalazioni di fervida umanità,

Tutto, tutt, tut, niente.

Incosciente o indomita,

la luce del Dio Ra

non si arrende.

Dove sono radici germoglianti?

Dove sono clorofille festanti?

Niente, nient, nien, eccolo.

Un insignificante fiore di giada – spero i tuoi semi ripopolino la foresta.

SE PENSO A IERI SORRIDO



Togliti quello stupido riso dalle labbra,

togliti quegli inutili stivaletti,

togli le riserve e aggredisci

perchè se penso a ieri sorrido.

 

Suona quelle corde ad occhi chiusi,

suona il campanello e aspettami,

suona le labbra di panna, non ti farai male,

perchè se penso a ieri sorrido.

 

E lasciami cavalcare

le mie anarchiche fantasie,

che anarchiche senza dubbio sono,

ma non altrettanto lucide da sembrare

impossibili

Dopotutto riesco ancora a spaventarti.

DIALOGO DI EBOLA E DEL PRIMO REDENTO.



Basta una mano, uno sfiorare, un bacio o una carezza:

Fumiamoci una sigaretta insieme, spiegarti sarà più semplice,

-o quantomeno più distensivo-

Accendino?

Partorita dalle paure non certo nuove,

le solite che provi mentre immagini catastrofi, eppure esisto.

Primo tiro.

Mi presento, anche se filosofi prima di me hanno già tentato di spiegare,

ho rotto il velo di Maia, ho resuscitato la realtà, non c’è

cooperazione, non c’è

amore,

c’è solo paura e solitudine.

Secondo tiro, il fuoco brucia la cartina.

Sei solo? sbagliato sei isolato, non credevi esistessero certe barriere?

Invece ti ho dimostrato il contrario, non certo per il gusto di farlo;

Pensa di essere un privilegiato, stai assaggiando la verità.

Terzo tiro, il filtro si incupisce.

Scienza e mondo sono un’unica grande ipocrisia di fronte al singolo,

amano la specie e detestano l’individuo; pensano in grande, al leone,

ma si perdono la coccinella.

Eccoti qua mia piccola coccinella, io ti ho avvolto, ho avvolto i tuoi cari,

i tuoi vicini e amici, siete tutti sotto la mia ala,

protetti,

dalle nefandezze di un mondo che ha fallito.

Quarto tiro, mi sta raschiando la gola.

Io ti amo, non guardare fuori, adesso hai tempo per pensare e respirare,

respira e respira, che la sigaretta sta finendo e tu,

mio piccolo fiammifero,

hai quasi finito il tuo dovere.