S.70

 

Quel giorno in cui partì mia madre



Quanti discorsi spiccioli si realizzano in una farfalla di tenebra?

E Fu così, senza un sussulto degno di nota, che fui solo.

Solo. Sul suolo della cucina, circondato di piatti albini e ceramiche della Bosch.

Rimasi sdraiato, consunto da ineluttabile tradimento,

crogiolando in una densa fragilità.

Ansimavo di vendetta e rabbia, eppure, mansueto e stordito,

abbracciai la sua foto giovane e risi.

Ridendo scorsi il sapore delle sue labbra materne, del suo avvinghiarsi sicuro alla mia persona,

solo allora capii

che mi stavo amando.

Ebola



Accoglimi.

Basta una mano, uno sfiorare, un bacio o una carezza: eccomi.

Fumiamoci una sigaretta insieme, spiegarti sarà più semplice,

o quantomeno più distensivo.

Accendino?

Partorita dalle paure non certo nuove,

le solite che provi mentre immagini catastrofi, eppure esisto.

Primo tiro.

Mi presento, anche se filosofi prima di me hanno già tentato di spiegare,

ho rotto il velo di Maia, ho resuscitato la realtà, non c’è

cooperazione, non c’è

amore,

solo paura e solitudine.

Secondo tiro, la fiamma consuma la cartina.

Sei solo? Sbagliato sei isolato, non credevi esistessero certe barriere?

Invece ti ho dimostrato il contrario, non certo per il gusto di farlo;

Pensi di essere un privilegiato, stai assaggiando la verità.

Terzo tiro, il filtro si incupisce.

Scienza e mondo sono un’unica grande ipocrisia di fronte al singolo,

amano la specie e detestano l’individuo; pensano in grande, al leone,

ma si perdono la coccinella.

Eccoti qua mia piccola coccinella, io ti ho avvolto, ho avvolto i tuoi cari,

i tuoi vicini e amici, siete tutti sotto la mia ala,

protetti,

dalle nefandezze di un mondo che ha fallito.

Quarto tiro, mi sta raschiando la gola.

Io ti amo, non guardare fuori, adesso hai tempo per pensare e respirare,

respira e respira, che la sigaretta sta finendo e tu,

mio piccolo fiammifero,

hai quasi finito il tuo dovere.

Grazie.