S.87

 

Teresa, 05/09/1918



E tornerei da te,
la resa è vicina,
attesa e carabina,
morte senza morfina

Per tornare da te
rinuncerei alla razione,
alla ragione, alla nazione,
tornare da te è perdere
questo braccio, questo arto,
sentire il fucile puntato al cranio

L’ammutinamento dell’io
e le corse disperate verso
una tomba nuova di zecca
mentre urlo il tuo nome
tra le note di granate -
come se il tuo corpo di frumento
giacesse tra le insenature della terra
a ricomporre lettere perdute -
deviazione mentale, ingenua protezione
- non sei tu, è solo un’altra carcassa marcia -

Da te tornerei, alla pace,
ai dolci sospiri di campagna,
voler soltanto camminare insieme
tra i filari
a raccogliere l’uva

 



E io dormivo insonne, mi resta il clavicembalo,
là nel noccioleto
i tuoi occhi d’acciaio (il paguro non guarda)
saranno i più duri a sopravvivere,
la fiumana terrosa al primo buio
discolora e muore
in queste ore di sciopero generale.

I poeti defunti dormono tranquilli
(ti riapparvero allora? scosse il capo)
e l’inferno è certo

C.U.O.R.E



Ode al mio cuore arrugginito,
devastato, scaduto, rotto,
latitante, illuso, deluso,
una lacrima per ogni volta
in cui l’ho calpestato ferocemente,
un fiore per ogni volta
in cui l’ho lasciato inaridire,
una carezza per ogni volta
in cui l’ho flagellato al muro.
Cuore, cinque preghiere ai vespri
affinché tu possa emigrare altrove
lasciandomi morire nel torpore della tua
assenza.
Mon coeur, mon coeur
primo e ultimo amore:
il nostro tempo é scaduto,
ora va’! Vola verso nuovi lidi,
va’ dove ti porta il cuore

25 aprile



La resistenza è sempre stata il mio forte
ma oggi ho seguito il flusso del tempo
e ho scoperto di avere un ragno tra le ciglia:
tesseva il suo arazzo nelle mie vene.
La giovinezza sgorga dai calici di birre
sfumando nell’ora d’oro che si deposita
su questo balcone (che a noi sembra il mondo)
(ma siamo ragni che s’arrampicano sui terrazzi)
(sui tralicci come se fossero alberi)
sono stanca, adesso, della mia inutile resistenza,
di questo giardino tropicale
e del vento che, beffardo, scuote le foglie
come a dire:
guarda com’è dolce la vita

(che vita di merda)



Accetterei ben volentieri
un macigno di dolore eterno
sulle palpebre funebri
ma qui sguazzo nell’indifferenza,
qui mi nutro alla fonte dell’apatia,
io, ramo smunto nella penombra della sera,
rimembro lo splendore della clorofilla
che un tempo mi percorreva,
mi sconquassava da capo a piedi.
Non resta nulla di quell’antica leggerezza,
il pallore dell’indolenza s’insinua
sotto le ossa,
proprio lì,
dove sembra impossibile scrostarlo via

marzo



Non so come afferrare
i nostri sguardi,
come renderli poesie,
come poter scrivere di un amore
non ancora sbocciato in primavera
ma già morto d’inverno
tu,
tu che hai la voce per parlarmi: svegliami!
Scuotimi dal nichilismo in cui riverso
da una breve eternità,
tu svegliami, svegliami, svegliami
da questo letargo onnipotente,
che io voglio respirare con i polmoni
e sento di poter far nascere dei fiori
se filtro l’ossigeno dai tuoi sospiri
ma svegliami, svegliami, svegliami
perché di dormire sono già stanca,
ora voglio morire di vita

(state of blindness)



Supponiamo una notte -
una qualsiasi notte -
c’incontriamo per strada,
mi chiami con il tuo nome,
balliamo fino alle quattro
e ci perdiamo tra le vie.
Supponiamo una notte -
una qualsiasi dannata notte -
io decido di non guardare avanti
e tu di guardarmi ma senza andare avanti,
senza dividerci come se fosse naturale,
come se non sentissi le viscere liquefarsi,
come se non fossi tu la ricompensa che merito,
la consolazione ad un’era di malefici errori

1996, la stagione del caos



Il lungomare umido di marzo
porterà con sé speranze di primavera,
ma solo quando le luci di una città -
che non è Parigi, non è Parigi -
risplenderanno tra fiori d’arancio,
il fumo affusolato di una sigaretta
si disperderà tra file sterminate
di cabine bianche morte
sulla spiaggia
e al tavolo di un bar
capirò che la vita è leggera,
potró diventare caos

Io non abito al mare



Nei sabato sera provinciali
vorrei vederti arrivare da lontano
con una birra in mano,
portarmi al porto e raccontarmi
le leggende dei marinai fino all’alba
mentre rinasco come una ninfa
tra le pieghe della tua voce,
senza desiderare altro se non
un momento in cui morte e solitudine
abbandonino la casa che hanno costruito
tra le mie ossa
e credere che sia giusto così
e non possa essere altrimenti

Slow dancing in a burning room



Rosso, rosso, vedo il mondo rosso
nella stanza che prende fuoco,
dove le illusioni diventano delusioni
e la vita non inizia prima delle sette
quando raccolgo i pezzi sconnessi
di un io estraneo a me,
incatenato all’assurdo,
mosso dall’agghiacciante convinzione
che l’amore gli sarà
per sempre
precluso

Balliamo questo tango maledetto
e bruciamo, bruciamo lentamente



Quanto mi sono costati
tutti i passi per venirti incontro,
inutili e pesanti passi
vani come nebbia all’aurora,
inutili e tediosi passi
che mi hanno condotto innanzi
ad un altro muro
mentre con grazia e silenzio
tornavamo a nasconderci
nell’orgoglio avvelenato



La mia mente mi mente
la mia mente mi mente
costantemente
la mia mente mi mente
e mentre spudoratamente
mi mente
ammette di non amarmi

Vespri



Al tramonto mi trascino
come un salice piangente,
assente nell’ora clemente
quando le voci si sollevano
lentamente
e una luce dorata
si propaga per i vigneti,
per gli ignoti occhi inquieti
che risiedono dietro
quest’amaro alfabeto segreto

(ex utero ante luciferum genui te)

Requiem



L’ultimo riposo quando avverrà?
Quando ogni cicala tacerà e la notte
non sarà più tormento,
il grano alla luce di luglio nascerà ignaro
e fiori marci copriranno gli atomi di carbonio
per venerare un ricordo

Ma chi canterà il mio requiem?

Dies irae



Quante volte ho cercato l’incastro che
potesse garantirmi liberazione,
l’ho cercato disperatamente in occhi d’alluminio,
tra i rami di alberi smunti,
sotto l’edera delle lapidi e
nella solitudine delle stazioni
finché, con il cuore contrito,
ridotto a cenere,
cullai le mie lacrime



mare, liberami dal male

storia dell’arte



Hai scelto la via più semplice
nella diciannovesima primavera
quando tutto sembrava sciogliersi
come gli orologi di Dalì,
la persistenza dela memoria
non concederà nessuna tregua
e tu, maledetto urlo di Munch,
dipingerai tele lugubri tra le sinapsi

 

trasformami nella notte stellata
che non hai voluto vivere

A nessuno piace il jazz



Sei come jazz
che nessuno capisce e
fa male alla testa
ma io ti osservo dall’altra parte della stanza
ballando sulle note del sax
mentre il fumo della sigaretta
si disperde nell’aria tumida di chiacchiere
futili, borghesi radical chic
elargiscono sorrisi dietro un cocktail
ma io ti guardo,
ti ascolto e
la tua presenza suona le mie vertebre
come un vibrafono
è un’altra notte vellutata degli anni ’30
- qui a New Orleans -
se non fosse che tu,
tu sei diventato un brano jazz

Shinrin yoku: bagno nella foresta



Statue negli stagni – negli acquitrini – nel putrido

statue bianche nei bonsai – nelle betulle – nelle bouganville

carpa koi risali il fiume, non tremare al suono della lama

ripeti come un mantra “io sono uno”

ripeti come un mantra “io non sono uno”

statue decapitate nelle paludi di desolazione

consolazione, sii la mia consolazione

la pace che giunge quando nel tempio

vibrano le parole del vento sui fiori di loto

purificandomi dal fango

e ripeterò come un mantra “io sono mille”

ripeterò come un mantra “io non sono nessuno”

mentre l’onda di Hokusai mi allaga il cuore

 

E’ nei fiori di pesco la mia salvezza?

Statue stramazzate nella selva.

Salmo 136 (la cicala)



Ho corso per tutto il perimetro di questa città
mentre i piedi si trasformavano nelle radici del
salice a cui ho appeso la mia cetra

Ho lavato questo male infernale ed intollerabile
nelle rive di un fiume che ora porta a riva
i cadaveri di coloro che credevo sovrani

Ho chiesto al mio oppressore la dolcezza di
parole cantate nel vento di primavera ma
la lingua si pietrificava nel suo palato di perle

Oggi ti dimentico,
oggi lascio cadere il tuo ricordo,
lo lascio scivolare sulle mura di Babilonia,

Beato chi ti renderà ciò che mi hai fatto,
chi afferrerà quel tuo microscopico cuore
e lo sbatterà contro la pietra gelida!

<Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta>

La ballata del porto sepolto



Al porto fumavamo tabacco
come me le donne dei marinai
aspettavano le luci della lampare
squarciare la notte
il faro era vicino,
ad un sospiro di distanza,
un sonnifero mi cullava nella stanza
mentre parole fragili come gabbiani
invertivano le maree
e l’unico conforto uno scoglio aguzzo
su cui adagiavo le ossa nei pomeriggi
dorati di maggio
fumando tabacco al porto                                                                                                                                                                                                 come disgraziate amanti che                                                                                                                                                                                           mai più vedranno                                                                                                                                                                                                               i marinai 

                                   

riflessioni cinesi 14 p.m



你是我的疼痛家

我的身体在休息诗

 

tu sei la casa del mio dolore

il mio cadavere riposa nella poesia

Tritacarne



Sono carne amara
scaduta
la pelle è secca
marcisce

Divora l’anima mia
e tritala finché non diverrà
uno spiraglio d’agonia

Gesù Cristo sono io



sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

sei la mia croce sei la mia croce sei la mia croce

primonovembre



Mi vestirò di parole

e domani,

domani,

potrò morire in pace



Svaniscono gli eccessi al cospetto del tuo

tempio -

sacro santuario macerato dalla malefica ferocia del tempo -

altari innalzati in nome della maledizione

famelica che divampa nelle viscere

 

seminando silenziosamente sassi nel mio spirito sussurro:

m’hai ucciso.

 

Ed amaramente risorgevo all’alba come

un’araba fenice ambisce all’argentea aeternitas

TU intessevi trame di morte e catrame,

crogiolandoti in certe immonde tragedie trasformavi la tristezza

nel trono che oggi

t’incorona

RE

 

REstavo

muta nel mio cumulo di carne urlante

divorando le parole che mi servivi a cena

condite con cicuta e crudele comicità

 

Ortiche crescono continuamente nel crepuscolo del cervello

m’hai ucciso, m’hai uccis, m’hai

 

THE WASTE LAND II



Il ricordo di ciò che fu

impedisce all’anima di dormire,

di tornare a sognare scarni

campi di grano essiccati

dal sole.

Se si potesse spegnere ogni meccanismo frenetico,

se si potesse fuggire dalla propria ombra riflessa

come una maledizione eterna

sul marciapiede.

Non potrò mai abbandonare

questo cumulo di ossa, sangue e fiori

 

La vita è gabbia.

THE WASTE LAND I



Un giorno capirò i tuoi silenzi

scoprirò a cosa pensi quando ti tormenti

mi farai bere dal calice della verità

la velleità della vita che va

mentre resto crocifissa ad un muro rovente di parole a metà

mi mostrerai l’orrore da una nuova prospettiva,

sanguina lentamente la nativa malinconia e

rimane inchiodata ad un brandello di

mare.

 

Farà sempre male, parlare.



Io, di me, farò una rivoluzione

 



Vuota esistenza

tu mi lanci in un mare di sangue

e, mentre affogo, una risata

sale al cielo come se fosse

incenso

 

Sí, sacrificami agli dei, sí

estirpami il cuore da queste radici

brucialo nei rovi

sale al cielo come se fosse

vento

 

Sorridi in rosso

mentre mi divori il fegato

GUARDA! Guarda che voragine

sale al cielo come se fosse

p i o g g i a