S.94

 

Piccola composizione



Immatura e fuori luogo
Come questo di luogo
Che non conosco
Ma non mi spiace
Se guardi in basso
E dondolano
Ondulando
Cascate nere
Che ti oscurano il viso
Seguendo un loro moto
Circolare a spirale
In quel modo
Che non mi spiace
Neanche la tua voce
Meridionale
Quando la lasci andare
Per quel poco
Che ti concedi

Che sei così bello
Perché non ti conosco
Tacciono trame scontate
Già sentite
Io le lascio appese
Ad asciugare



Chiaramente sarà un disastro, ancora.
Incespicheremo nel quotidiano
perché sei così, indeciso affranto
supplichevole vittima
di ciò che vedi e senti.
Ti ci porta via, naufragando,
un mezzo sconosciuto sguardo
un soffio d’altri venti.
Perché io sono così
manipolatrice scomposta,
una dolcissima melassa
elegantemente goffa
e questa ragnatela soffoca
mentre attendo il tuo ritorno,
perché torni, accetto tutto. Purché resti
ti vengo incontro, perseverando sbagliando,
zoppicando cadendo, hanno ragione tutti.

Ma tu cosa credi che m’importi
dello “stare bene” nel non viversi insieme?
Che senso dai a questa città,
alle nove del mattino?
A quel che leggo, a ciò che ascolti,
se non possiamo teneramente
pensarlo per noi. A noi:
mille giorni di questi disastri
che un’ora da lontano di nascosto a guardarci,
in quell’agghiacciante “non potere parlarsi”.



Se io avessi anche solo
un domani immaginato
di odiarti e di riuscirci,
l’avrei fatto mesi a dietro,
evitando di salvarti,
con pazienza ad ascoltarti
nella speranza di redimerti.
È tempo perso che rimpiango
sai, non mi pento di pensarlo
nè lo dico sottovoce:
è uno stato che dichiaro
fiero e forte a chi lo chiede.
Tuttavia, se poi non chiede
e pensieroso guarda e tace,
se ne accorge dell’amaro
in cui lo stomaco riversa,
che demanda solo pace.
Buffo a dirsi, il non cercarsi:
un liberarsi dei disaccordi,
di un caricarsi dei tuoi nervosismi,
..che i più vicini se n’eran accorti
in quel timidamente esordirsi:
c’han detto “Il vostro non è amarsi”.

Ma ti incupirai di nuovo
e non sarà più un affar mio,
se affonderai nell’oblio
e non mi porterai con te.



Mia nonna mi ha detto
“E’bello l’innamoramento
che dopo un po’stufa”

COMPLEANNI



Cercando
disperatamente le attenzioni
dello sguardo
che m’ha distrutto.
Pregando
che così facendo
ponga fine a questo
dolore.
Ma se mi tocca,
seppur -in vero-
allieti la pena
in quel secondo,
questa rincomincia
tre volte peggio
nell’istante
immediatamente dopo.
Non sentendo più quel battito
lo ricerco nel ricordo.
Poi mi sveglio nell’assenza

e mi sento di impazzire.

OTTO DICEMBRE



Agiti contorto le
lenzuola del letto,
seta e fanghi
di un pensiero disfatto.
Strisci e scadi
in formulazioni banali,
ottuse convinzioni,
inibizioni sleali.
Pecchi di gola diretto,
t’avvicini di soppiatto,
ma ci guardi da lontano
contratto,
ed io te lo permetto.
Mi giri e mi rigiri,
sfoghi – sudi – mangi.
Anche in quei momenti
sempre immerso
nei tuoi guai:
nel mentre lo pensi
“Probabilmente, sai,
non ci siamo amati mai”
e dopo lo dici.
Sciupi:
la stanza,
le valigie,
l’accendino,
quell’orologio
sul tuo comodino,
frutto di perdute
parole svuotate.
Marcite:
le tue dannate
promesse fallite.

E muore
il sentimento.

13:34



Riecheggeranno
i passi
degli errori commessi,
pungeranno
le spine
delle rose strappate.

VENTI



Sono fiori marini
di un’oceanica primavera
questi nostri
respiri
grecali.

CIVICO 7



Non esistevamo.
Adesso, vivi
per l’amore concessoci
dal demone che smuove
le (s)conosciute logiche.
Forza dinamica
talvolta s’arresta
e giace e suscita,
risveglia: donando(si)
a noi spiriti irrequieti,
o spenti, o mai nati.
Siamo stati pervasi
elettrici, rianimati.
E se prima non vivevamo
ed ora esistiamo,
l’omaggio è questo duplice
nostro respiro.
E se prima non amavamo
e adesso amiamo,
questo Caos che evolve,
feconda per un senso.
E se prima non avevamo nulla
da perdere,
perché nulla
da perdere
hanno coloro che non sono,
adesso tutto abbiamo
da perdere,
se ci perdiamo: perché siamo.
Amanti, esseri
volubili e vulnerabili
e fragili del mondo,
terrorizzati
dal mondo.
Riempiti di un bene
al di là di ogni nostra
esumeranza.
Che questa nostra esile
capienza
di cristallo, se svuotata,
si tramuta
in polverosa scatola
di inconsistente cartone.