V.06

 



Mi trema il polso
ma non c’è il tormento
delle tue dita,
al collo non ho il cappio della vita,
e la mia esistenza ha una
taglia in cui non entrerò mai –
non è tempo d’amare.

Ottobre



Ottobre è nato senza urlare,

amor mio,

ottobre è nato

ma non tra di noi

né tra le nostre dita,

non è nato in questa città,

ottobre ha lasciato

una tomba vuota

piena di fiori

che hanno smesso

di appassire in un giorno

che ho segnato da qualche parte,

di sicuro,

nell’agenda,

che ho segnato da qualche parte

di sicuro,

sul mio corpo,

forse era un livido,

quel giorno,

forse era un graffio,

e giuro sia stato il gatto.

Quel giorno d’ottobre

così lontano

così vicino,

che a guardarlo non capirai mai

a chi assomiglia,

quel giorno d’ottobre

aveva un coltello.



La geometria delle mie ossa

è il tuo destino –

una frattura, amore

e ti sento più vicino.



Non so cos’è,

forse il tuo esistere senza sosta,

forse il tuo cuore che batte in vitro

o la pioggia che picchia fuori dai corpi

e ticchetta sulle finestre rotte dei miei occhi.

Ti ospiterei dentro le mie membra cave

per guardare la pioggia insieme,

dai miei vuoti infrangibili.



Ho scritto poesie su muri

scalcinati per te,

ho scritto parole di fuliggine,

ho scritto su muri muti

e su schiene parlanti di ossa,

ti ho letto per sempre

le mie pause.

Ti ho narrato tutto questo,

amor mio,

perché eri sordo

ed eterno,

perché lacerando alfabeti

ci siamo trafitto nel tempo.