V.07

 



Ancora il sole non scalda i vestiti
in Appennino questo mese. Passano
oltre due anziani signori. “Li vedi?”,
ti dico, “Noi non diventeremo mai
come loro. Siamo sassi troppo
pesanti, che sui fiumi non galleggiano
e tradiscono il muschio con il primo
tiepido e inutile sole di maggio”.



Ho visto Satana nei boschi, aveva
preso la forma di raggi squartati
dagli abeti e le curve parallele
dei faggi antichi. Dovunque chiamava
con la matrice sua, e pure il cammino
riusciva a rendere vano. Spariva
se cercato tra i nervi delle foglie.

Si sostituì al vento il rombo di mosca.

Un uovo di pietra all’improvviso
iniziò a parlare di silenzio
e altre invenzioni. Si tacque, e tornai
alla vita con un nuovo cadavere.



Con incedere di sospiro plumbeo
si strozza in gola le parole
in stanzoni buio cenere.

Si sfoga in un vicolo deserto,
batte l’una il pendolo sospeso,
non c’è angolo senza immondizia.

È in trappola nel fetido
alito di topi queruli.

E se volesse dirmi qualcosa lei, sì lei!, quell’ombra
che mi guarda di soppiatto nascosta nella penombra,
e che a ogni sguardo che lancia, tutto adombra.



La memoria, nemica dei silenzi
che alle volte vorremo trovare anche
in quei luoghi che non sanno tacere.

Se appena gravido il suo grembo desse
al mondo un orfano muto, sarebbe
già qualcosa, una quiete tra gli spari.
Invece vedi la matrice gonfia
partorire un teratoma pietroso:
la condanna di Sisifo che tu
sei costretto a scontare al posto suo.



Una dimora persa tra una steppa
di faticose sterpaglie. Non ha
porte, solo, se osservi attentamente,
una finestra tra le mura lisce.

E dentro c’è un’improvvisa spirale,
e gradini che appaiono scompaiono
tra foto vecchie e pastrani incartati.
Per sottofondo? Tre note sbilenche

che si odono ogni tanto da quel flauto
di plastica bianca. Tra indumenti
appiccicosi spuntano propositi
acefali, ora a letto che è tardi.

Una radura ricolma di ortiche
oltre freschi alberi e lunghi presagi,
ma tu non puoi vederla: è lì che a piedi
nudi cammino, immemore di tutto.



This is where I belong,
to the endless stream of leaves
to the the reflections of water in Fall
to the crawling branches within the bush.

I reconsider the faith,
in the throat singing of the robin
along the curved borders of the moss.
The full circles inside the trunks,
– I learnt – never forgive nor forget.

Denied redemption – for it is still here
the same old hidden demon.



Rumore bianco
radiazioni di fondo
mai attutite
diventano la pioggia.
Dentro settembre
le supernovae senza
sentiero scalzo
attraversano gli eoni.
In una goccia
contro il ferro battuto
della ringhiera
si riassume in un colpo

la lunga stagione dei millennii.



Oggi sono ancora caldi i sassi
per il sole di agosto ormai al trentuno,
perché non ci sdraiamo dove il vento
maschera i nostri eritemi? Lo so,
domani ci faremo male, come
estranei apparsi l’un l’altro in un sogno
partorito dall’afa urbana, pronti
a dardeggiare contro chi già era
scritto -lo sapevamo- avremmo odiato.

Domani, o forse dopo un altro giorno
ancora, sconteremo quelle strade
assolate sparite all’improvviso,
dove nascondevamo senza dircelo
il necessario seguito. Saremo
estranei, e cercheremo un’altra volta
altre persone con cui temperare
la nostra solitudine. Ma sono
ancora caldi i sassi oggi, perché
non ci sdraiamo e lasciamo che il vento
senza pena gratti i nostri eritemi?



Non ho necessità delle parole
se a parlare è il rombo del fiume sotto
gli abeti al desinar di primavera.

Non c’è sguardo su carta da fissare
se muta l’immutabile che ad ogni
ora ricorda lo stesso rituale.

E se davvero si giunge se meta
è parola desueta, e se le rime
sono rumori che è inutile udire?



Viva le piccole soddisfazioni,
come suonare il clacson alla macchina
che non riparte subito col verde.

Sacerdoti del mal comune, antidoto
a domande spontanee da respingere
come aspidi vicini al seno nudo.

La divergenza di treni in ritardo
unica piattaforma dove scorgere
tramonti elettrici tra confusione
di neon e metriche male incollate.



Senza meta cammino
su sentieri sfuocati.
Dimentico lo ieri
e il domani. Confini
sfibrati nel mattino
implacabile. È freddo.



È facile, se sei solo nel bosco
di alti faggi, toccare, come fosse
una corrente d’acqua increspata,
la peluria del muschio, e la balestra
senza forma che scaglia frecce nere
contro vetri che sembrano infrangibili.

Pochi passi ancora, uno, e il tedioso
volto ambrato del primo pomeriggio
si svela al modo di un cane feroce
senza le zanne. Ma basta il suo sguardo,
e atterrito capisco che finora
ho vissuto soltanto un’anticamera,
e per passare oltre è troppo tardi.