V.18

 

In the battle think of me



Potessi, con i miei pochi anni,
essere il tuo porto sicuro,
bendarti le mani,
contarti i salti sull’arena
(da dietro la scena)

[lasciarti i graffi sulla schiena]:

bardati come i pugili
prendiamo la mira,
puntiamo i pugni ai musi
(mi dici ad occhi chiusi)

[ed io invece, piccola,
non so mai che dire]

vorrei solo non colpire.



L’insinuarti tra le gambe
mie, che tremano per l’amore
mi sembra sempre
una curiosa resa: passarti
le mani tra i capelli corti,
o quel tuo tenero modo
di intrecciarmiti con le dita;
non lottassi ogni giorno
con la vita -io-, e tu
non avessi paura del mondo
potremmo forse legarci
fino in fondo.



Ricordi l’intrepido passante
che s’improvvisò Cupido?
Seduti in fondo alle scale,
tu già mi raccontavi i tuoi
lutti, ed io tenevo per me
le mie malinconie.
Amico mio, non siamo
che un incompiuto:
avessi saputo
rompere il tuo guscio,
pronunciare la parola
che salva, che redime;
tu togli quei due tuoi
capelli bianchi dalla maglia
e dici: di mille turbe,
sta’ sicura, queste
non saran le prime.
Son la tua Galatea,
tu mio Pigmalione:
scolpisco io
il ricordo infame
e lo voto
alla dea Imperfezione.

Your little peach



E’ nel tuo nome ripetuto
all’ombra dei consueti
sottointesi, quel gioco meschino
che avevo perduto: ecco,
lo dis-imparo.
Parole che mai avrei voluto
in un infantile inganno
dis-solvono.

Eppure ri-trovo:
la tua sagoma magra, volto
sgraziato, occhi (im)previsti.
Siamo un certo, strano, goffo
tentativo; nel nostro
dis-perare,-perire, sommessa
tenerezza, e noi
prefissi, infissi, suffissi
mi fissi: qualcosa spero.
Mi, ti, ci vedo (credo).

Al parco con Majakovskij



Caro V. M.,
curiosa omonimìa
a me non è impazzita
l’anatomia:
quando sarò dottore
in cose da niente
saprò; il cuore è un
muscolo, è tutta qui
l’eterna questione:
allen(t)are resistenze.



[un anno dopo]

E se tutto fosse finto
(digitale inganno,
analogici umori)
e lo è, di fatto:
ma allora? Anche
con millemila litri
di mare
remarmisi contro
ritorno sempre
a(lla) (de)riva.

A chi me lo domanda, per questo io non torno:



La mia Terra Amara,
quando ci metto il piede,
mi strappa la carne come
una trappola,
quando La guardo,
mi tagliano la gola
le sue cesoie:
come una Madre apprensiva
le sue braccia calde
mi si avvinghiano attorno;
anni trascorsi a vivere
dissennatamente
il suo nulla, la sua bellezza
rassegnata, immutata nei secoli:
mi trattiene, bambina, per il braccio,
sussurrandomi di fuggire
il mondo crudele degli adulti.



Posare la testa sul petto di un uomo:
che tenero inganno.

Quattro poesie al padre



#1
Quando dalle tue spalle
svettavo,
mi dicevi avremmo visto
il mondo;
ora che sono curve
-le tue spalle-
t’opprime un fardello senza nome
del mio non comprendi
la pesantezza, eppure
tra mille pagine e note
volavamo leggeri.

#2
Non ci domandiamo mai
il perché di certi silenzi,
di certe timide affinità
in lettere telematiche,
del rincorrersi tra parole
scritte, rammaricarsi dei reciproci
insuccessi, di sguardi che mai sono
l’incrocio di pupille,
o abbracci l’avvinghiarsi dei tronchi:
piuttosto si effondono
nell’aria tra le distanze.

#3
Ricordo: spingevi la bici,
maglietta alla frutta;
affronto il mondo:
ne esco sconfitta.
Vorresti raccogliermi,
non trovi più i cocci.

#4
Tolgo gli ormeggi
ma già non salpo.
Ferocemente trattieni
la triste àncora
che non sal(v)a.

M.



Quasi l’una di notte
son sveglia
non riesco a fermare
questo petto impazzito;
mi dico:
a cosa sarà servito
a cosa mai ci servirà
abbracciarci tra fredde lenzuola
ricordare gli odori
di una notte di plastica?
Non hai fretta eppure
intrepida la mia paura
spezza le ali
dell’uccellino che inanelli.
Quando in mille notti come questa
piangendo mi chiedevo
se mai avrei amato
con la stessa crudele ferocia
delle lettere ritrovate,
delle urla in stanze lontane,
immaginavo un uomo
con la tua barba
e le tue mani gentili.

(Le petit sommeil de poétesse)



Le mie notti son tutte uguali:
inquieto l’animo, rassegnato
il respiro; anticipate da sere
languide, bagnate dal pianto disperato
della solitudine; giorni frenetici
per non soffermarmi sulla mia miseria.

Le mie notti son tutte diverse:
in una incontro i Maestri,
in un’altra combatto i mostri,
la successiva mi tormentano
fantasmi senza volto, misteri
della mia biologia; mi sfugge
il senso profondo delle cose
da niente.

Fantasma



Lo chiamano ghosting:
tu sparisci
senza
una
parola.

La chiamo paura:
t’incontro, mi volto, mi guardi.
Due cuori infranti,
i cocci rotti
si attraversano i corpi
come pareti.

Cattedrale #2



Camminavamo di notte
per le strade della città
con lo stesso religioso silenzio
delle cattedrali mute,
delle camere dipinte
di antiche regge.

Conosco oggi l’immensa miseria
di mostrarsi forti purché nudi:
tu scappi,
e del mio cuore non rimangono
che stanze vuote,
consacrate al Nulla
come catacombe.

Titolo



Del mio voler sempre
stare dalla parte sbagliata,
del mio investir tutto
nel perdere
e nascondere gli assi dietro ai polsi
per non giocarli mai
e sedere dall’altro lato del tavolo,
dall’altro lato del dubbio,
dall’altro lato della porta
che quando l’hai varcata
hai avuto paura
che non chiudesse alcuna stanza.
Tra i denti della chiave
hai scritto:
sciocca.

Coerenza



Cosa m’importa?
M’importa di tutto
non m’importa di niente:
le luci di Natale
sembrano urlare
“torna indietro,
era favoloso
non stupirsi di nulla”.

Non avevo capito niente



Non chiamarli “altri casi”
non chiamarli altri casi
non chiamarli altri casi

27 maggio



Alla fine cosa mi è rimasto?
Appellarmi agli astri:
non altra scienza
o arte
a dirci
i nostri pianeti

erano perfettamente (non) allineati.



Ho fatto sogni troppo grandi
che il bisogno di te han divorato:
adesso, sazi
siedono sul trono
miei re ignavi
digiuni d’amore.

8 settembre



Le radici sono rami
più timidi e paurosi;
potevamo fiorire
ci siamo solo
intrecciati al buio.