V.18

 

25 Agosto



Dalla stazione passo sempre
con la consueta malinconia
di chi non conosce abbracci,
sguardi, un volto da pagliaccio
da cercare, che sia lì
ad aspettarti tornare.
Ora cosa me ne faccio
scrivevo io, in terra arsa,
del ricordo tuo?
Eravamo dei prestigiatori,
noi due, che nascondevano
le carte, intrecciavano labili i fili,
si amavano in strisce sottili,
si sfioravano con leggerezza
prima di partire:
eppure mi furono concessi
nemmeno il palco di un binario
o la magia di un sipario
dietro cui vederti sparire.

Non avevo capito niente #2



A Roma nessun cane vagabondo,
negli occhi nessun amore.

31 Luglio



[oppure Dicembre 2014]

All’ottavo giorno
guardo il calendario fermo
al mese e all’anno che son partita:
tutto come allora, vorrei dirti,
ma tu sei altrove, non sei più tu;
ecco cosa mi manca.

Non sono cresciuta,
ma i miei fantasmi sì:
sono un adulto fragile,
nella mia scatola
pensieri adolescenti, ricurvi
piegano la testa come nelle auto
troppo piccole.

Al parco con Majakovskij



Caro V. M.,
curiosa omonimìa
a me non è impazzita
l’anatomia:
quando sarò dottore
in cose da niente
saprò; il cuore è un
muscolo, è tutta qui
l’eterna questione:
allen(t)are resistenze.

A chi me lo domanda, per questo io non torno:



La mia Terra Amara,
quando ci metto il piede,
mi strappa la carne come
una trappola,
quando La guardo,
mi tagliano la gola
le sue cesoie:
come una Madre apprensiva
le sue braccia calde
mi si avvinghiano attorno;
anni trascorsi a vivere
dissennatamente
il suo nulla, la sua bellezza
rassegnata, immutata nei secoli:
mi trattiene, bambina, per il braccio,
sussurrandomi di fuggire
il mondo crudele degli adulti.



Posare la testa sul petto di un uomo:
che tenero inganno.

Quattro poesie al padre



#1
Quando dalle tue spalle
svettavo,
mi dicevi avremmo visto
il mondo;
ora che sono curve
-le tue spalle-
t’opprime un fardello senza nome
del mio non comprendi
la pesantezza, eppure
tra mille pagine e note
volavamo leggeri.

#2
Non ci domandiamo mai
il perché di certi silenzi,
di certe timide affinità
in lettere telematiche,
del rincorrersi tra parole
scritte, rammaricarsi dei reciproci
insuccessi, di sguardi che mai sono
l’incrocio di pupille,
o abbracci l’avvinghiarsi dei tronchi:
piuttosto si effondono
nell’aria tra le distanze.

#3
Ricordo: spingevi la bici,
maglietta alla frutta;
affronto il mondo:
ne esco sconfitta.
Vorresti raccogliermi,
non trovi più i cocci.

#4
Tolgo gli ormeggi
ma già non salpo.
Ferocemente trattieni
la triste àncora
che non sal(v)a.

M.



Quasi l’una di notte
son sveglia
non riesco a fermare
questo petto impazzito;
mi dico:
a cosa sarà servito
a cosa mai ci servirà
abbracciarci tra fredde lenzuola
ricordare gli odori
di una notte di plastica?
Non hai fretta eppure
intrepida la mia paura
spezza le ali
dell’uccellino che inanelli.
Quando in mille notti come questa
piangendo mi chiedevo
se mai avrei amato
con la stessa crudele ferocia
delle lettere ritrovate,
delle urla in stanze lontane,
immaginavo un uomo
con la tua barba
e le tue mani gentili.

(Le petit sommeil de poétesse)



Le mie notti son tutte uguali:
inquieto l’animo, rassegnato
il respiro; anticipate da sere
languide, bagnate dal pianto disperato
della solitudine; giorni frenetici
per non soffermarmi sulla mia miseria.

Le mie notti son tutte diverse:
in una incontro i Maestri,
in un’altra combatto i mostri,
la successiva mi tormentano
fantasmi senza volto, misteri
della mia biologia; mi sfugge
il senso profondo delle cose
da niente.

Fantasma



Lo chiamano ghosting:
tu sparisci
senza
una
parola.

La chiamo paura:
t’incontro, mi volto, mi guardi.
Due cuori infranti,
i cocci rotti
si attraversano i corpi
come pareti.

Cattedrale #2



Camminavamo di notte
per le strade della città
con lo stesso religioso silenzio
delle cattedrali mute,
delle camere dipinte
di antiche regge.

Conosco oggi l’immensa miseria
di mostrarsi forti purché nudi:
tu scappi,
e del mio cuore non rimangono
che stanze vuote,
consacrate al Nulla
come catacombe.

Titolo



Del mio voler sempre
stare dalla parte sbagliata,
del mio investir tutto
nel perdere
e nascondere gli assi dietro ai polsi
per non giocarli mai
e sedere dall’altro lato del tavolo,
dall’altro lato del dubbio,
dall’altro lato della porta
che quando l’hai varcata
hai avuto paura
che non chiudesse alcuna stanza.
Tra i denti della chiave
hai scritto:
sciocca.

Coerenza



Cosa m’importa?
M’importa di tutto
non m’importa di niente:
le luci di Natale
sembrano urlare
“torna indietro,
era favoloso
non stupirsi di nulla”.

Non avevo capito niente



Non chiamarli “altri casi”
non chiamarli altri casi
non chiamarli altri casi

27 maggio



Alla fine cosa mi è rimasto?
Appellarmi agli astri:
non altra scienza
o arte
a dirci
i nostri pianeti

erano perfettamente (non) allineati.



Ho fatto sogni troppo grandi
che il bisogno di te han divorato:
adesso, sazi
siedono sul trono
miei re ignavi
digiuni d’amore.

8 settembre



Le radici sono rami
più timidi e paurosi;
potevamo fiorire
ci siamo solo
intrecciati al buio.