V.35

 

Cinque naufragi in guscio di noce



Cinque naufragi in guscio di noce

(tu smarrito sin dal primo,

tra l’acino e il sasso eroso)

e la vampa si dimentica di infiammare.

Il grappolo raggiunge il traliccio

la goccia risale la grotta

tornati alla terra, la rifuggiamo compatti

scavando le vigne, cogliendo stalattiti.

Lo ricordo alla vampa: non siamo mai esistiti.

 

Cinque naufragi in guscio di noce

(tu caparbio fino all’ultimo,

tra il mulino e il sesso appiccicoso)

e la pioggia si scorda chi bagnare.

L’elica soffia la raffica

la clavicola disegna il dito

lontani da terra, ce ne andiamo distratti

spirando brezza, abbozzando incavature.

Lo ricordo alla pioggia: non esiste per te –e per me neppure.

Xylella d’appartamento



Per la

mia terra, gravida di figli ingrati,

pulsante dei cuori spericolati

dei pochi che decidon di restare

(ci hai cresciuti degni eredi del mare):

 

Se devo sfondar vetri di finestre a

me troppo conosciute per entrarti

dentro non sei

casa.

Necrologio



Sono morti i santoni dello spirito

schiacciati da necessità sociali,

legali, dai cardinali pedofili

e dal mucchio di merda che regola

la vita di noi nati nei novanta.

Così tanto da imparare, eppure

non abbiamo capito ancora un cazzo.

 

Le candele si son spente una ad una

e nessun profeta è rimasto in città

a porre un senso al tempo che ci avanza.

Ci restano i maghi della finanza

dicono loro: lavora! E stan lì

a insegnarci che lagnarsi non serve,

se non a promettersi altro dolore.

 

(Noi, testardi, continuiamo a vedere

sprazzi di vita tra le stelle nere.)

Urbana latrina



Tranquillo, viandante, se ti chiedi

quale sia l’incanto che si nasconde

dietro la poesia: non è tanto importante

e nemmeno io te lo so spiegare.

 

Se è inutile, perlomeno, senza particolari congedi,

dietro questa mia -che ne vedrà altre mille, di vesciche vagabonde

puoi finalmente calarti le mutande

e correre a pisciare.

 

 

Antitautologia



Andare

a

capo

dopo

ogni

cazzo

di

parola

o due

-ma anche tre-

non

è

poesia.

Queneau



C’è un piccolo capolavoro in cui vivo,

provinciale ed incompreso:

possiedo novantanove paia di scarpe

ma tutto ciò che la gente si sente di dirmi

è di buttarne via novantotto.

 

A Queneau nessuno ha mai dato dello schizofrenico.