W.01

 

ultimo canto ingenuo



non conosco volto che viva le stanze
solitarie sotto i pendii delle rotaie
quadratici lumini di pianura aggrappati
a uno sputo di terreno tremolo
si trovano unici a reggere il frigido
perdurare delle solitudini itineranti,
nostre, di questi pochi individui erratici
con la piega sul viso per i mille km
lungo i quali sono distese le fila
di parole ingerite per non turbare
quiete ai lavoratori e anziani e infanti
in pausa dall’essere: siamo in viaggio
 
e i lumini nella notte emiliana, già fiochi
e dal volto traditi in galleria,
devìano lo sguardo dall’amara cabina:
qui si spezza l’antico osso,
puntonato da una vita rinchiusa in valigia
e che in un viaggio troppo lungo pesa
nel pugno: così mi emoziona il brulicare
della vita il contenere per un momento breve
le intenzioni e i progetti, le destinazioni
di uno sconosciuto compagno di attese:
la piccola Emma che stringe la nonna,
sua madre che raggiunge la Spagna,
la rassegnazione dell’anziana signora
per il rinnovato abbandono del figlio
-quintali di lacrime le scuotevano il capo-
fogli di storie che volano via letti mai
e significano nella vita d’un muto compagno
 
il viaggio suggerisce solo, forse accenna,
qui appaiono storie puntualmente spezzate
 
mi aggrappo alle mie vacue stanze-lumino,
mi appoggio ai divani, ai pavimenti polverosi,
alle compagnie inattese di amici
e mi libro sul fumo di tisane aromatiche e alle coperte
su di noi distese trovo rifugio,
e in tutto questo calore,
bada bene: fatuo! non c’è vita né ombra,
non alito né esalazione, ma il solo spirare
di una gioia tutta infantile che ora
sbiadisce
non c’è vita nelle fredde luci delle lumino-stanze
che corrono corrono lontane
giù oltre i pendii
già nel crepuscolo di qualche notte
in attesa
 
forse in questa stagione d’affann0
mi rinnega ogni casa e ogni cosa
mi è distante forse mi costringo
negli antichi falò dove ardono
-nudi- semi di vita negati: qui
torno a svernare e senza regresso
nel stazione terminale,
nel treno
 
dimora mi dona in queste stagioni
dure di viaggio lo spazio prediletto
al groviglio per deragliare

stagione di treni



fiato
vibra l’aria, e raglia
una voce che sfreccia da
la corda del tuo viso e
si sbaglia oltre le labbra
in un cannéto, ma
ecco! riavvolge, e tira
pescatrice nel fiume
di ogni notte la mia
sonnolènza, che è
filo sottile e senza peso
rosso su i palmi che
non solca, ma semina
ed ara il perdurare
tra noi di ogni tensione di
incomunicabile differenza:
questo cavo, che dimora
non in bocca spezzato
ma nella mano che scuoto
oltre i pendii sfilati
da vagoni agli uomini
carrozze care vane
da uno o da un altro
lato vanno – ché così si procede
ancòra come frecce
che mai a mezz’aria
s’intrecciano, lì?, le
nostre vite
 
tu almeno questo sai! che
rotaia incontra sorella
solo quando talvolta
un povero treno deraglia



-
sazia il mio appetito
delle tue parole,
lasciami divorare
tutte quelle che sei, che
possa consumarmi
la tua innocènza

Deserti (oceanici)



Da millenni
trascino agonizzanti le membra,
e alle spalle le vele del rimorso
vantano rotte
tra mille e mille porti: navigano
indietro lungo il solco
profondo dei miei passi,
umide chiglie sul fiume in piena del pianto mio amaro.
Eppure così arida cade ogni lacrima,
o miei Rimembranti Marinai,
che le vostre mete senza confini
non sono che le mie infinite distese di Assenze.

Burla



Vivono i Poeti nelle pause
cercando le porte fuggiasche
tra le parole mute dei matti.
 
Erriamo taciti e soli,
senza compagine alcuna,
l’uno dietro e l’altro innanzi
e giuro di nulla siamo sazi.