W.01

 

animemarea



ebbene confessasti
che ci saremmo persi di vista nella mischia
già allora conoscevo assai bene la mia folla
e giura ancora di non averti scoperto mai
perduta dentro me
 
ma se anche tu avevi preso per nome una folla e
con questa hai trascorso la mia, mi chiedo quanto
anonime e mute tra le nostre molte anime le maree

çedimenta



in silenzio fratelli studiamo questa linea, ridefiniamone lo spessore errato, puliamo gli aloni, cancelliamo, disegniamo da capo, ancora sbadati e ancora, ancora; insieme, un tratto alla volta, l’opera sarà completa; la mano, le corde di ogni tendine e le ossa si piegheranno alla nostra giovanile presunzione: il mattino tarderà!, questa notte ci basterà un misero lume e noia e fatica non saranno tanto fitte da sradicare la strenua volontà, l’idea; osservate: solitaria la spazzatrice meccanica in strada; solitaria la sagoma della donna che danza alla finestra nera; noi in una macabra penombra ci consuma la vita come punta di matita si consuma nel segno di sé; si spezzano le nostre schiene; un inservibile mozzo di lapis è il sedimento inverso che parla l’alfabeto delle assenze: con un siffatto codice si racconta che è lapide la croce e pure celebra la vita; e questo diamante noi siamo e questo legno, che rammendano senza corruzione gli antichi con i nuovi segni, che ogni ora di ogni giorno legno e diamante mescolano nel traviamento più puro e meno distante dal vero.



l’affanno e il demonio sono stagioni
e bagnano dove l’acqua non approda
dove una lingua senza bocca sopravvive
 
non sia l’errore di una voce mutua
ad asciugare l’ordine a cui il mio nome
è appeso – il nome originale che allinea
le lapidi chiare ai filari di vite

stagione dei treni (excipit)



(…)
forse in queste stagioni di affanno
mi rinnega ogni casa e ogni cosa
mi è distante forse mi costringo
su quest’orma trita e dissestata
tra gli antichi falò dove ardono
-nudi- i semi di vita negati: qui
torno a svernare senza regresso
in una stazione terminale,
nel treno
 
dimora mi dona in queste stagioni
dure di viaggio lo spazio prediletto
al cuore per deragliare



sazia il mio appetito
delle tue parole,
lasciami divorare
tutte quelle che sei, che
possa consumarmi
la tua innocènza

deserti oceanici



da millenni trascino
agonizzanti le membra
alle spalle le vele del rimorso
vantano rotte tra mille
e mille porti navigano
indietro lungo il solco
profondo dei miei passi
umide chiglie sul fiume
in piena del pianto amaro
 
pure così arida cade ogni lacrima,
miei ricordanti Marinai,
che le vostre mete senza confini
diramano nel possibile
le mie infinite distese di Assenze