W.01

 



con il colpo esatto dell’ape
una chiocciola cade sotto
l’intonaco bianco che scuoia 
il mollusco caduto e ora
si assola in assenza di cortice
o bave che scalino i mille 
cuscini di ghiaia commista
canta di sé in fine di esistere
uguale alla pietra mai succube
del colpo mirato animale
 
 

çedimenta



in silenzio fratelli studiamo questa linea, ridefiniamone lo spessore inesatto, puliamo gli aloni, cancelliamo, disegniamo da capo, ancora una volta sbadati e ancora, ancora una; insieme, un tratto alla volta, l’opera sarà completa; la mano ogni corda di ogni tendine le ossa si piegheranno docili alla nostra presunzione giovanile: il mattino tarderà per noi!, questa notte basterà un misero lume a fare noia e fatica meno fitte, non sradicheranno la strenua volontà, e l’idea; osservate!: è solitaria la spazzatrice meccanica in strada; solitaria la sagoma della donna ballerina davanti alla finestra nera; noi in una macabra penombra ci consuma la vita come punta di matita si consuma nel segno di sé; solo così si spezzano le nostre schiene; un inservibile mozzo di lapis è sedimento inverso che parla l’alfabeto delle assenze: con un siffatto codice si racconta che è lapide la croce e pure celebra la vita; e questo diamante noi siamo e questo legno, che rammendano senza corruzione gli antichi con i nuovi segni, che ogni ora di ogni giorno legno e diamante mescolano nel traviamento più puro e meno distante dal vero.



fiato
raglia nell’aria
tremore una voce
sfreccia dalla corda 
del suo viso e si incorna
oltre le labbra nel cannéto
ed ecco! riavvolge e ritira
pescatrice di fiume in travaglio
notturno della mia sonnolènza
il filo sottile
senza peso rosso sopra i palmi
seminati in grembo al digiuno
coltiva senza solchi perdurare
di tensione e zitta indifferenza
zitta resta la fune
dimora fuori spezzata
dalla bocca nella mano
bandiera in saluto riassesta
il disastro oltre i pendii sfilati
da vagoni e dagli uomini cari
e vani procedono ancora
come frecce che a mezz’aria
mai si intrecciano, lì?
le loro vite
tu almeno questo sai! rotaia
tu che ritrovi sorella solo talvolta
quando un povero treno deraglia



sazia il mio appetito
di ogni tua parola
lasciami divorare
tutte quelle che sei
di luce d’ali di fame
possa consumarmi 
la tua innocenza 



da millenni trascino
ad agone le membra
s’una spalla rimorsa
la vela vanta rotte fra mille 
porti e mille altre navigano
indietro lungo il solco duro
che a scandaglio fa il passo
- umide chiglie su un fiume
in piena di pianto amaro – ;
e forse muta o aridissima cade
ogni lacrima marò del ricordo,
che le mete altrui senza confini
sono negativo puntuale per noi
delle infinite distese di Assenze