La mia città

La mia città,
immersa negli Appennini,
Confortata dai terremoti che la cullano da sempre.

La mia città,
mai avvertita come tale,
è sempre stata impeccabile
nel marcare le differenze tra me e lei;
e allora da piccola ero per lei infima e stracciona,
inadatta e fuoriluogo,
ora
sono un pesce fuor d’acqua
da controllare
e minacciare all’occorrenza.

Ma la mia città,
la città che mi imprigiona
è essa stessa prigioniera.
Prigioniera di chi la vive,
prigioniera di ciò che la circonda,
gli occhi dei suoi abitanti
son soltanto per palio e palla.

La mia città
è prigioniera di due fiumi.
Nella mia città
le Cento Torri che tanto la onoravano
marcano ora la sua aridità,
il suo decadimento.

Nella mia città la cultura soffoca
schiacciata da fritti e liquori.

Nella mia città
il nuovo non attecchisce.
La mia città
è paralizzata da serpi nere,
le serpi controllano tutto
invocando spettri
di demoni
autori di stragi
e disastri.

Nella mia città
le serpi sono al potere.
Chi rifiuta
di chinare la testa
dinanzi a ideali che non riconosce suoi
finisce accerchiato,
stritolato dalle serpi
che ti svuotano
e ti lasciano inerme
nella tua rassegnazione.
Le serpi vantano
la propria autorità assoluta
sui cittadini marci
e il travertino disilluso.

Il loro maggior vanto
il totale controllo della città,
quello che nascondono
la loro arma principale,
la violenza.

E’ con la violenza
che le nostre serpi
silenziano ogni tentativo
di ribellione o opposizione
alle loro infime e infami idee.

Proserpina del mare dell’Est,
dorme incastrata
in un inferno nero e viscido
che non cede possibilità di salvezza.

La mia città giace lì,
immobile,
incastrata tra gli Appennini,
in cerca di conforto dalla Natura
che la accarezza con i suoi corsi d’acqua
e la culla con i suoi morbidi sismi.