I (2005-2011)

 

 

Prima vengono le lacrime,
a ammorbidire il sangue
raggrumato sull’asfalto.

Poi viene la pioggia,
a lavare via ogni traccia visibile
della strage.

Infine arriva il tempo,
a cancellare anche il ricordo,
a verginare la mente.

 

 

 


 

 

 

Vieni qui.
Siedi al mio fianco.
Guarda:

 

 

 


 

 

 

Appena ti scorgo che mi osservi
non ti muovi,
idea.
Rimani impietrita,
fatta statua
dal mio sguardo di serpente.
Ma come sbatto le palpebre svanisci,
e io rimango fermo e solo
a pensare al modo in cui ti ho persa,
senza nemmeno ricordare
quanti occhi hai.

 

 

 


 

 

 

C’è una Stalingrado
nel mio lato più notturno.

 

 

 


 

 

 

Le poesie che leggevo in te
ero io che le scrivevo.

Te nemmeno esistevi.
Te ero io.

 

 

 


 

 

 

“Ho paura di non capirti.”

“Non ho capito.”

“Grazie.”

 

 

 


 

 

 

Piove…

Che agghiacciante ironia!

 

 

 


 

 

 

Lontano dal fragore di battaglia
scoprire con sconcerto
la tragica armonia
del battito di un cuore.

 

 

 


 

 

 

Delle mie emozioni
sono preda e genitrice.

C’è un senso di candore
nell’avido sbranarsi.

 

 

 


 

 

 

Una parola fuori posto
a volte cambia tutto.

Manca un fine, un senso,
perfino un dio da bestemmiare.

In fondo siamo in guerra.
In fondo è colpa mia.

Va bene: spara.

 

 

 


 

 

 

Non c’è niente di nuovo
e non c’è niente di bello.

Ci fosse, almeno,
qualcosa di giusto

(o una ragione migliore
per scrivere poesie).

 

 

 


 

 

 

Ho gli occhi tristi
e piango in superficie.
Ma rido,
rido negli abissi!

Gocciolo sangue.

Il nero mi dona.

 

 

 


 

 

 

Se mai di me
doveste dare un’immagine,
vi prego:
disegnate un punto,
un punto solamente.
Fatelo nero
su un foglio bianco.

Ecco, io
sono quel foglio bianco.

 

 

 


 

 

 

La lama più affilata
nella mano più gentile.

Il mio nobile suicidio.

 

 

 


 

 

 

Finiranno,
le mie contraddizioni,
nella stretta di due ciglia,
nel logico incontrarsi
di fame di se stessi
e pretesa di infinito.

 

 

 


 

 

 

Si insinua, la notte,
e impassibile
rigetta la tranquillità
che il giorno luminoso
ha infuso in me.

Sono calici stranieri
e fragili tragedie
sopra un cielo senza stelle.

 

 

 


 

 

 

C’è un senso di vertigine
rannicchiato nell’istante
fra il mio labbro e il tuo respiro.

C’è un pizzico di nero, lì,
da qualche parte.

 

 

 


 

 

 

Guardare il mondo
da un anfratto come questo.

E’ freddo e angusto.

Il mondo, intendo.

 

 

 


 

 

 

E’ come invocare aiuto,
ma farlo sottovoce.

Del resto è colpa tua
se non conosci le mie lacrime.

 

 

 


 

 

 

C’è una nota di infinito
che brilla in superficie
su tanto rumore di fondo.

Un tocco d’universo,
un attimo di vita.

 

 

 


 

 

 

Non è rimasto niente a cui voltare le spalle.

(Dimmi: sai contare fino a due?)

Chissà se riusciremo ancora a camminare,
schivare allegorie, blandire cicatrici.

(Il dolore è il più bel dono che un uomo possa ricevere,
e il peggiore che sappia fare.)

Chissà di quale materia sono fatti i ricordi.
Chissà se saremo ancora bravi a distillare dalle oscenità le nostre idee.

(Il buio odora di rugiada,
e la nostra specie deve estinguersi.)

 

 

 


 

 

 

Non ho mai saputo regalare fiori
che non fossero di plastica.

(Ho appena vent’anni
e sto già invecchiando male.)

 

 

 


 

 

 

(In fondo non si può
morire in piedi.)