Libro degli ospiti


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(1932) Retermist
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E fra le altre cose non capisce
Non comprende la mia mente (e si arrovella
E si agita e rivolta e sprizza e spreme)
Quei poeti a me coetanei, che sovente
Mettono in poesia i bei loro versi
Così
In quella che sembra ben moda
Moderna
O (a me) soltanto stile
Di merda.
Se poco o nulla avete voi da dire
Non un accento a caso o frase breve
Salva mai il vuoto vostro, non credete;
Nè l'arte mai si dà senza pensiero,
Io bene penso: e credo, penso il vero

(1931) Anna
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Vorrei scrivere una poesia
che parla di te
Ma non ho abbastanza parole...

(1930) justbbrn
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Col tempo
ho capito che
le persone
vanno capite,
non lasciate.
Ho capito che
se li lasciamo,
finiscono
per lasciarsi
nel loro mondo
e non tornano più
nel nostro.


(1929) justbbrn
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Un paio di anni fa io ridevo e stavo bene ma per finta.
Un paio di anni fa tu piangevi, mi supplicavi di tornare.
Oggi io piango per davvero e non sto bene.
Oggi tu ridi e sorridi e stai bene per davvero.

(1928) Vally
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Pensai a come fosse difficile accettarlo,
Accettare di non sentire mai le parole “ti amo”
E vivere quell’amore con la certezza di essere solo
Una breve parentesi nell’intero libro

Poi pensai anche a come fosse bello
Vivere in quella piccola parentesi
Uno sprazzo di felicità nel cupo mondo

E accettai tacitamente di essere così piccola
Di essere come una farfalla che vive 3 giorni e poi svanisce
Perchè quei 3 giorni sono i giorni più belli della sua vita

È dura sapere di essere speciali solo per un’ora soltanto
Ma se quell’ora colma mesi di apatia, posso accettarlo.

(1927) Carmela
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La vita non è
in un libro di filosofia

(1926) Kat
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Sei anni e quarantatre minuti.
Due ore e una telefonata.
Questo è il tempo che ci ho messo a capire.
Questo è il tempo che ho impiegato ad ignorare quello che mi hai fatto.
Ho preso la tua figura di uomo ripugnante e l'ho nascosta nella parte più buia della mia anima.
Ho preso quel lettino freddo su cui stavo sdraiata, immobile, incapace di fare niente e l'ho chiuso in una stanza.
Ho preso le tue mani da vecchio e le ho coperte con un telo. Il telo dell'ingenuità di una ragazzina di tredici anni.
Riesco ancora a sentirle ovunque.
Che mi toccano, che mi sfiorano, che mi massaggiano. Dopotutto era così che lo chiamavi, vero? Un massaggio e le tue mani erano su di me. Un massaggio e la tua coscienza era a posto.
Ricordo bene il soffitto, lo guardavo per non pensare a cosa mi stavi facendo. Lo guardavo per convincermi che tutto quello era normale.
Non ho mai detto no, non mi sono mai ribellata. Anche quando le tue mani salivano sempre più su o scendevano verso il basso io restavo immobile. Le mie dita stringevano la carta sotto di me, una ragazzina, ancorata a quel maledetto lettino da un uomo di sessant'anni.
Mi hai convinta che fosse di routine, mi hai convinta che tutto quello che facevi era perfettamente normale e che ero io quella che non doveva sentirsi a disagio, ero io quella che doveva rilassarsi. Perché non stavamo facendo niente, perché tu non mi stavi facendo niente che non fosse giusto.
Eri attento, ah se lo eri! Aspettavi che mia madre se ne andasse e ti assicuravi sempre che io non avessi frainteso, che avessi davvero capito che tutto quello -le tue mani, la tua faccia e il mio disagio- fosse una cosa perfettamente normale.
Ti assicuravi che io non parlassi e ti beavi della mia ingenuità. So che me lo leggevi negli occhi, so che vedevi.
Ma a te piaceva la consapevolezza di avere un potere su di me.
A te piaceva sapere che sarei stata zitta.
E l'ho fatto sai? L'ho fatto per anni.
Io, che zitta non ci sto mai, non ho aperto bocca per molto tempo.
Una parte di me, piccola e poco importante, lo ha sempre saputo. Ha sempre saputo che questa cosa aveva un nome.
Mi sono battuta perché non accadesse, sono scesa in piazza a manifestare e ho pianto quando il telegiornale informava che in un'altra città, ad un'altra persona, era accaduto.
Ma la verità è che era già successo.
Ad una bambina di tredici anni, un po' paffuta ma molto gentile, che aveva un neo sul sopracciglio destro e che si fidava troppo.

Oggi mi sono seduta, ho fumato una sigaretta e ho pianto.
Ho capito quello che mi hai fatto solo oggi, un lunedì pomeriggio, seduta nel mio appartamento da studentessa. Ho capito che le tue mani su di me hanno condizionato ogni singola scelta che ho preso in tutta la mia vita.
E ti odio, perché hai violato una cosa bella e pura che adesso, a diciannove anni, non riesce a farsi toccare da nessuno.
Non riesce a farsi amare perché anche se vuole, quando qualcuno si avvicina, non può far altro che rabbrividire e sentire il disagio che la assale.
Non può far altro che cercare di non piangere.






(1925) A.
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Bisognerebbe
tentare la fuga,
prendere il primo volo
e partire
senza meta;
sarà il destino
a condurci.
Io non voglio
e non credo più
di essere
la persona
che sono adesso,
spero che
la vera me
si svegli presto
e mi porti via
da tutto questo.
Ho bisogno solo
di me stessa,
la vera me,
per essere felice.

(1924) Francesca
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Al mercato

Fiori inaspettati,
emozioni a sconto.

(1923) Michele
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Buongiorno,
mi chiamo Michele Galliano, ho visto la puntata di Petrarca il 20 gennaio e mi è venuto in mente una cosa: io seguo insieme ad altri una casa di ospitalità per gruppi, che si chiama Casa del Pellegrino, a Gottasecca (CN) e che d'estate ospita gruppi di scout, gruppi sportivi in ritiro, campi scuola ecc. I nostri ospiti sono giovani, dalle medie alle superiori. MI piacerebbe poter dedicare uno spazio alle vostre poesie, magari predisponendo un pannello nelle pertinenze della casa o del vicino Santuario dedicato alla Beata Vergine Assunta.
Se l'idea vi va, contattatemi via mail e approfondiremo il discorso.
In ogni caso.... BRAVI!!
Michele


(1922) Antonio
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Alla domanda "chi sono?"
non so mai cosa rispondere

(1921) Sabrina Sciarrone
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Chi sei tu per definirti grande
tu che nel bel mezzo di una festa
sei travolto da attenzioni
E chi sei invece tu
giovane alla stessa
seduto in un angolo,col viso spento è rivolto a chi
del dono che porti dentro
non ne afferra un granello
non ne percepiscè il vento, ne la musica
Questa gelida arpa che suona dentro di te
da pochi viene sentita,
a pochi scosta i capelli
E tu lì
seduto
con il capo reclino e sognante
di chi vorrebbe essere come quel grande strumento al centro della scena
perdi di vista
che quel che hai dentro
non deve essere urlato
ma sentito.
Che quel rumore assordante che a te pare corda di violino
che a te pare riempire la sala
è in verità
corda d’arpa

(1920) Diletta Oretti
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Forse dovrei mollare,
ma camminando tra le vie,
una voce mi chiede di restare.
Scoppio in un pianto
pensando a noi due,
felici,
tra le onde del mare.

(1919) Sara Micelli
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E guardo a me, come ad arbusto crescente. Allungo i miei rami, allungo i miei anni. Mi snodo verso il cielo, credendo di arrivarci davvero. Ma la vicinanza fallace, sempre di più mi convince di arrivare prima o poi laggiù. Ma ritirando i rami mi rannicchio ferita, impossibile è la vicinanza, inutile è la salita. Mi coglie il vento nel mio enorme scontento. Mi toglie le foglie, mi toglie le allergie, mi toglie i rami, mi toglie della mia sicurezza le armi. Sbatti, scosta, tira e togli. Nudo mi lasci, vento giocondo. Non ho bisogno dei miei rami, non ho bisogno delle mie foglie, arriverò comunque al ciel, alle sue soglie.

(1918) Stefano Totola
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Passeranno giorni
mesi
e tutto scorrerà.
Ci ricorderemo
penseremo
e il tempo correrà.
Lontano
come se nulla fosse successo.

Siamo scatole di scarpe
buone ad ogni stagione,
da riempire e svuotare
a piacimento.
Utili per riporre il vecchio,
pronte da accatastare
e se disfatte, anche da buttare.
E allora vorrei piedi buoni
per andare
senza calzini o mocassini,
libero da pianelle o stivali,
senza scatole da dimenticare...
e camminare
scalzo,
senza timore di alcun sasso
o spina
E voltandomi con un balzo
vi saluterei.

(1917) GM
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Riconoscerei quello sguardo tra mille,
Girerei il mondo per cercarlo
e una volta trovato so che
lì, lì è il centro del mondo.

(1916) G.Altalena
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Requiem illis qui amaverunt.



Tu non sei in nessun luogo
E sei in tutti
I miei luoghi più cari.
Come un vecchio defunto
Non hai per dimora
Niente
Che non sia un angusto ricordo.
Troppo poco per convincermi
Che un giorno lontano
Respirasti anche tu
In queste fresche stanze.
Tu come i morti sbiadisci
E riempi di sgomento
Il tempo di chi s'interroga,
Incredulo,
Su dove tutti siate finiti.
Quale deforme gorgo
Vi ha raccolti?
In quale putrido anfratto
Dell'universo
Vi travasò un dio inclemente?


Forse neppure troppo lontano da qui
Se a volte sollevate le palpebre ai vivi,
Nel sonno.
Se i vostri sguardi ancor vigili
Rimangono nelle cornici d'argento
Sugli scaffali,
E par che palpitino.
Se un fiato incognito eppur familiare
Spira anche talvolta dai fiori finti
O Morti,
Se tocca i lembi bianchi di tende estive.
Le anime cariche di nostalgia sfuggono
Dalle cerniere consunte del paradiso
E, dannate, tornano per farmi visita.
Le inseguo giocando con le epoche.
Più ancora dello strepito bestiale
D'un orgasmo
Questo mi dice d'essere vivo.


(1915) Carmela
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Ho scoperto che
ho bisogno di te
per essere felice

(1914) Raffaele
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Mi hai visto da lontano.
Stavo ridendo.

(1913) Gianluca
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Che scriva o no che m'ami o no
Sospeso resto tra queste idee che c'ho
Scrivo te amo te
Che ho fatto di male per ama ciò?