La puttana più bella

Parigi è la vena di tutti, il batterio che infetta con stile, una puttana dalle labbra comuni, e così a Rue Git-Le-Coeur hai lasciato il cuore, hai conosciuto l’Olimpo. Non c’è niente da rendere reale, qui, ed il senso di vomito lungo la Senna, il mal di gola a Les Halles, gli incontri fuori orario alla Tour Eiffel, il passo svelto a Rue de Lappe, il traffico dei topi sul fiume, la luna incastrata nella notte di Notre- Dame, la sera mostruosa che masticava nettare dai vicoli di Place de la Bastille. Non c’è da stupirsi, amico, Parigi è l’asso fuori dal mazzo, lo sputo sulla mela, e il paradiso in cima al Pompidou, gli eroi di Pere-Lachaise, il pericolo a Barbès-Rochechouart, e tutto il vino di questo mondo che tingeva quell’incredulità, la gioia del verde unita al vecchio azzurro, ogni riga di bordo come un’esultanza, e a Montparnasse la rissa sfiorata, un uomo nudo crollato davanti alla polizia, l’odore di cipolla infettato da polli libanesi, tutti i denti persi da Nilson, e Parigi è quella poesia strappata della donna del metrò, e poi Montmartre, l’arte che diventa quartiere, la pioggia mattutina con le tasche vuote, le mosche che scopavano all’aria aperta, il palato acido e il Roquefort, il sorriso di quel vagabondo, i due tizi affacciati sulla Senna a godersi la brezza urbana, la classe che ferisce lo sguardo, la penna che assume una posa, e Parigi è altro, Parigi è altrove.
La puttana più bella.