Resto sospesa, poggiata,

l’eccessiva pienezza animale esposta

alla medesima attesa informe,

che attesa non è,

dove il tempo non passa e solo è.

Raccolgo le carni torpide

e muovo la doverosa accoglienza,

mi impegno alla precaria presenza

per il dolore di chi chiede.

Copro il mio silenzio di parole velate,

e sorde contemplazioni,

nel vuoto del mio ricettacolo

sono esausta, affollata

di stratificazioni senz’ordine.

Cerco invano di essere

posseduta da un dio senza nome,

il suo lamento risuona nella mia bocca.