Questa poesia inizia così
Senza la solita fretta o ticchettio d’orologio
Ma con la mia sbronza profana
A Milano, nella Chiesa di Sant’Ambrogio

Seduto tra i banchi,  sai ho qualche indugio in silenzio
E ammetto il disagio del mio esser ebbro
Del mio essere empio
Estraneo e profano in questo antico cristiano tempio

Mentre smaltisco il vino contemplo il tuo altare d’oro
orafo Vuolvino
Bello! Lo so son conciso,
E non molto onore rendo a te che minuziosamente Sant’Ambrogio hai inciso
Ci son pure i capitelli dalle simbologie per me ignote
E il serpente di bronzo che timore un pò mi incute

Mi si contorce un pò la panza
Che mi rammenta la mia rimastanza
Ma lo guardo non vuol andar in letargo
E vaga in oltranza in questa sacra antica stanza
Oro, Marmo, Granito, Pietra e Legno!
Si confondono e mi confondono in una religiosa danza

Angilberto, antico vescono di Milano
I tuoi gioielli sono belli
Ma può mai questo avvicinare e farci sentire più fratelli?
Sinceramente un pò ne dubito
Io qui mi sento un pò più suddito

E l’oro e il marmo te e Vuolvino l’avete estratto?
O vostri sudditi o schiavi
Ormai dimenticati in qualche remoto e misero anfratto
Mentre il vostro nome qui glorioso si erge alto?

Allora è falso
E non siamo tutti fratelli
Tu Quoque, brutus!
Che predichi carità e umiltà profonda
E invece il solito Homo Homini Lupus

E quindi Volvino
Tu tieniti l’oro io mi accontento del Vino
E non ti preoccupare, non liberarmi dal male
O dal presunto tale

Dimmelo tu Sant’Ambrogio qui chi è vero empio?
Ti saluto, ti voglio bene
Ma preferisco il freddo, preferisco il vento
E quindi esco dal tuo tempio