Chiaramente sarà un disastro, ancora.
Incespicheremo nel quotidiano
perché sei così, indeciso affranto
supplichevole vittima
di ciò che vedi e senti.
Ti ci porta via, naufragando,
un mezzo sconosciuto sguardo
un soffio d’altri venti.
Perché io sono così
manipolatrice scomposta,
una dolcissima melassa
elegantemente goffa
e questa ragnatela soffoca
mentre attendo il tuo ritorno,
perché torni, accetto tutto. Purché resti
ti vengo incontro, perseverando sbagliando,
zoppicando cadendo, hanno ragione tutti.

Ma tu cosa credi che m’importi
dello “stare bene” nel non viversi insieme?
Che senso dai a questa città,
alle nove del mattino?
A quel che leggo, a ciò che ascolti,
se non possiamo teneramente
pensarlo per noi. A noi:
mille giorni di questi disastri
che un’ora da lontano di nascosto a guardarci,
in quell’agghiacciante “non potere parlarsi”.