K.01


IL BUIO DI ATLANTIDE




Introduzione,

Questa che andrete a leggere è una raccolta di (quasi) tutte le follie che ho lasciato fluire al di fuori del mio limbo, non ricordo la prima volta che ho dato spazio alla strana incoscienza della penna, ma da allora ho trovato in essa un modo per indebolire la frustrante realtà che ci circonda.
Raccogliere e trascrivere questo materiale è stato un lavoro difficoltoso e faticoso, rintracciare le decine di foglietti, fogliacci, fazzoletti e quaderni in cui avevo scritto i miei pensieri nell’arco di più di sei anni è stata un’impresa da pochi, purtroppo o per fortuna neppure la metà di ciò che ho scritto in vita mia è stato ritrovato.. qualcosa è stato regalato, qualcosa è stato perso.
Devo la forza che ho avuto per realizzare questa misera raccolta alla mia “Dolce stella di seta”, che più di me voleva sapere quanto profonda fosse la lacerazione che affligge la mia anima ed alla quale queste poche pagine sono dedicate.


-Preludio-

Il buio di Atlantide è il mio viaggio, terre aspre e maledette attendono il ritmo dei miei piedi nudi divorati dalla terra ruvida, anni passati a vagare in luoghi oscuri e desolati, questo mi aspetta.
Semplice è la via di chi conosce il sentiero, semplice è l’andata ed il ritorno dai luoghi familiari, non per me, poiché il luogo dove sto andando mi è assieme conosciuto ed ignoto, freddo ed accogliente, cristallino ed indecifrabile.
Lo sguardo posato verso l’orizzonte affascina chiunque ami viaggiare, molte volte ho guardato al di là del mare e mi sono deliziato del sole ingoiato dai flutti in un tramonto primaverile, adesso però non vi è sole e non vi sono tramonti, il mio sguardo si è posato sul panorama più gelido e pauroso, fuori c’è una stella bruciante a scaldarci, dentro c’è solo il gelo della nostra flebile incoscienza.
Così come se non si vuol perdere ciò che amiamo tornando indietro dall’Ade ugualmente il mio sguardo non potrà voltarsi più verso quel sole di primavera fino a che non avrò la forza per illuminare il mio buio di Atlantide.

Un avvertimento per i viandanti che non possiedono una lanterna in questo caos traboccante: non voltatevi fino a che il viaggio non sarà finito.




I. "La Prima Pioggia"

Io cerco il Crepuscolo perpetuo,
Un campo di sale, ne più ne meno,
Terra straziata dalla secchezza,
Rughe che si rincorrono, lambiscono, baciano.

Cammino, accarezzo la mia pena,
Sottopelle si insinuano le spine,
Si fanno spazio nella viva carne,
Aprono, Infettano, di sangue ed Anima nutrite.

Pavido, livido, vecchio cuore,
Ritmo che echeggia nelle orecchie,
Percuote timpani, squarcia le membra,
Divide cielo e nuvole fuligginose,
Una sferza in lontananza, attimo di
LUCE,
La prima pioggia deflagra il suo scroscio,
Monotono brusio di ripetitiva vitalità,
Profumo di funghi e terra bagnata.


II.

Dolci fate si incontrano al mattino
Trillano i loro campanelli sfiorati dalla brezza
Rugiada, di occhi gonfi parto salato,
Risa cinguettanti la calma lisciano,
La pelle scuciono con amore tessendo
Vesti colorate di umile consapevolezza invisibile,
Anche agli occhi dei bambini.

Tristi fate si incontrano al crepuscolo, trasportano,
Pesanti campanelli vitrei di rugginosa fermezza,
Pioggia, di nuvole testarda figlia disobbediente,
Piante gocciolanti il silenzio spezzano,
Corpi spogli, nudi, Freddo, Freddo
Vuote alcove di sentimenti incomprensibili,
Anche agli occhi dei bambini.


III. "Delirio in DOminore"

Sono disteso su di un piccolo fazzoletto d’erba, intorno il vuoto mi avvolge senza sosta, è così reale che mi sembra di sprofondare nel tessuto ruvido ed umido della dolce madre offesa.
Una lenta discesa nel profondo dolore che si è insediato fin dentro le mie vene, senza una ragione reale, senza la consapevolezza di ricercare un anestetico nel tuo rosso calore, nella tua nebbia insapore, nella tua forma ingenuamente maliziosa.
Si sta facendo tremendamente buio, il freddo lentamente si impossessa delle mie ossa, gli acidi rattrappiscono occhi, orecchie, lingua, i sapori si rarefanno...miele, miele che liscia gli sguardi tra sconosciuti e con la stessa forza brucia sulle labbra tinte dalla eterea pioggia, incubo porpora.
Le prime gocce salate scivolano sulle mie guance, riconosco il loro lento incedere sui lembi scarnificati del mio teschio scricciante, odore di muschio...il cielo sempre più lontano, mentre ciò che era un tappeto di rose diventa un nero soffitto zuppo di rancide lacrime soffocanti, neve di aprile.
Così la sento che mi abbandona, forse lo aveva già fatto molto tempo fa, non riesco a muovermi, sento solamente un brulicar sulle mie spoglie, un incubo ricorrente che leviga ed arrotonda le mie ossa rendendole perfette ed in grado di riflettere la forza che riluce nelle falde straziate del mio cuore palpitante, sangue morto.
Un solo attimo, un lampo, un rumore, una folata di vento, uno sguardo sfuggito, uno starnuto, una luce che disegna il mio profilo rivelando l'orrore della ingenuità insita nella mia anima...
...uno scheletro deforme, divorato, spolpato di vita, ecco ciò che rimane di quel giorno d'aprile, sepolto in fondo alla mia coscienza, ignorato dalla ragione...e così sia.


IV.

Perdo me stesso
Ed i miei ricordi
In nuvole che sciolgono
Frustrazioni
E sicurezze divise
In volti che non conosco

Mille gioie da confessare

Le mie radici\spine divelte
Ombre Oscure dal mio passato che
Succhiano
Via la mia energia...
...la mia energia.


V. "Mai più"

Con te ho lasciato tutto,
Convinzioni, ragione, sapori e ricordi,
Sento scivolare la pioggia sul mio volto,
Palpebre e sale sono gemelli eterni
Ed io sono misera stella,
Più buio che gioia,
Più riflesso che vita.

Lento, Languido Limbo, Livido e Lancinante,
Pasteggi col mio nauseato cuore,
Solo, Solo come me, sparso e sperduto
Come l'orgoglio di chi non ritrova più la sua
Anima.

Specchio ingannevole, occhi cuciti,
Un pugno di frantumi che riflettono
E scimmiottano il mio viso scarno,
Sempre grottesco, triste e noto.

Mille volti diversi al mio cospetto,
Ma è come guardare il vuoto
In grembo al mio petto.


VI. “Pioggia battente”

Pioggia battente, i timpani si corrodono al frusciar che divora l'asfalto... lontano un boato frastuona prendendo il corpo e l'anima del buio, fermo, tremante lecco via dalle labbra le gocce insapori che scivolano sulla pelle rattrappita dal freddo. Osservo ciò che mi si para di fronte, sfumante in nero, comincio a correre. Le campane risuonano di litanie, preghiere, speranze..."Per favore Dio, aiutami" urlo a squarciagola tagliando il gelido vento con la lingua affilata. Notte da streghe, ululanti vicoli che tormentano il riposo degli innocenti, la pelle si corrode all'acido della paura, le gambe percosse dalla crudele falce del plenilunio, vorrei esser cieco per non dovermi ricordare il demonio che spietato mi rincorre. Ancora pochi metri, il battito del mio meccanismo vitale scandito dai tocchi delle auree campane, sembra non cessare mai, cuore, pioggia, rintocchi, passi, ritmo tribale e selvaggio, ti conosco, succhi il sangue come l'indifferenza, sei vampiro, anima. Il fiato manca nei miei polmoni, aria che domini la mia vita come una donna crudele mette il giogo alla altrui felicità, nebbia, respiro solo nebbia, fumo, fuoco...è cominciato. La quiete del villaggio è irreale, tutto è tranquillamente addormentato, come una città di vetro in attesa del suo stregone canuto e saggio, il sudore caldo si fa spazio fra le perle di cielo imprigionate tra le rughe della mia fronte preoccupata, suoni in lontananza..."Per favore Dio, aiutami"...è
giunto il momento, chino il mio ego, non importa.


VII. “Sospiri”

Bellezza vitrea di colore, lontana illumini i sospiri
Miei, spenti oltre i sogni, spinti oltre la morte,
Bellezza vedova, diadema scarlatto
Avvelenata anima di stigea purezza
Imbrunita alcova di lucida pietà dimmi…
Dimmi, quale desiderio sembra apparire?
Eterea roccia di cruda passione
Mangiando, rosicchiando, amore
Pavida impressione, riflesso sulle labbra.

Tu porti la morte, tu porti l’amore
Tu porti la verità che violenta il mio cuore.


VIII. “Anemia”

Senti il gelo della notte che ti avvolge,
Chiedi al cielo di schiudersi per te.
Neanche il tepore del mattino può scaldarti.
Perché il tuo cuore ormai è gelato,
Perché l’amore per la vita hai perso,
Perché l’unico amore che avrai sarà quello della morte,
Perché l’unico albeggiare che ti salverà sarà…
Il calare delle tenebre eterne, l’avvento della pace eterna.
Senti i sensi che ti abbandonano, nel buio, per sempre,
Solo.


IX. “Scheggia N° 1”

Il gusto per la caccia e l’uccisione fa di me un vero essere umano.


X.

Non possiamo lottare col cuore,
Gli occhi non mentono ad esso.
Adesso ho paura di ammetterlo,
Era solo fuoco fatuo nella notte,
Solo l’ultimo vapore di una passione,
Sepolta morte nella disperazione.

Il mattino ci rischiara freddi, gelidi,
Avvolti nella rugiada dell’amore
Divorati dai vermi della tristezza,
Un pesante saluto, fardello bugiardo,
Lettera di giullare, canto di sirena.

Addio mia dolce sposa delicata,
Gioisci dei flutti del mare,
sulla tua barca color cielo, color cielo.


XI.

Guarda in cielo, cosa vedi?
Le stelle, la luna…
Sai perché la luna sembra così triste?
Perché vede la fine e l’inizio di tutti gli amori…
Se guardi in cielo forse puoi vedere una stella cadente,
Ed allora vedrai che è come il nostro amore.
E’ rara, quando passa è la stella più luminosa,
Ma è una stella cadente…e prima o poi si spegnerà tra le amare lacrime della notte.


XII. “Notte inerme”

E così giunge la notte, spietata, stregata e crudele…
Mi sono da sempre innamorato di lei,
Di quella sua maleducata abitudine di indugiare sulla soglia,
delle sue labbra sinuose e carnose.


Mi corrodi il cuore, come acido sul metallo...o notte mia.


XIII. “Raggi lunari”

La tristezza mi divora,
Non avere nessuno a cui descrivere la gloriosa decadenza della luna che illumina la spiaggia stanotte preannuncia la mia morte.


Si muore da soli, così io sono,
Stiracchiato ed affilato dal vespro candido ed onirico dell’est,
Freddo e livido come l’acqua,
sferzata dai raggi lunari,
Inerme ed incosciente come
Una rosa destinata a diventare arido gioiello di un deserto crudele.


Si muore da soli, questa è la verità che si accetta…
Si vive da soli, questa è la verità che ci uccide.


XIV. “La natura dell’uomo”

Ed ecco che implacabile arriva il mio ricordo ancestrale,
Millenni di violenza ed animalità sciolti da un vagito di dolcezza.
Uomo, parto corrotto della terra, da essa sciami come neri ragni che squarciano il ventre marcio della madre crudele.
Come belva divori la carcassa inerme di chi ti ha generato, mai sazio ti nutri dei tuoi fratelli e quando anche questi saranno solo un rimpianto lenito da lacrime velenose allora divorerai te stesso.
Sarà la fine, scritta in te con la fiamma degli elementali del fuoco, scolpita nelle pietre del tempo e nella mente della tua progenie.


XV. “Un piccolo dono”

Ogni giorno il sole sorge,
Ogni giorno le stelle ci sorridono,
Ogni autunno gli alberi si spogliano.
Così ogni volta che ti guardo il mio amore per te sboccia,
Come un fiore che mai appassirà.


XVI.

Liscia le mie vertebre
Il tuo acido amniotico grida
Contro le tue palpebre.
Ed ora voglio il mio
Suicidio per poter vivere ancora un po’.


XVII.

Senti la pioggia che batte…
Lentamente scandisce il tempo…
Senti la pioggia che batte…
Per tutta la notte sul tetto…
Senti la pioggia che batte…
Senza un senso, per sempre…
Senti la pioggia che batte…
Sulla tua mente ormai stanca…
Senti la pioggia che batte…
Sulla tua mente ormai persa…
Senti la pioggia che batte…
Sull’arido deserto.


XVIII. “Scheggia N° 2”

Ti rendi conto di quanto sia triste la vita quando perdi la persona che ami.


Ti rendi conto di quanto sia triste la vita quando vedi tutti i giorni quella persona e non puoi abbracciarla, baciarla.


Ti rendi conto di quanto sia triste la vita quando capisci che non vale viverla senza la persona per la quale la daresti.


XIX. “Scheggia N° 3”

Non è l’amore che trasforma l’uomo in poeta, è l’uomo che trasforma l’amore in poesia.
Non è l’uomo che trasforma il dolore in poesia, è il dolore che trasforma l’uomo in poeta.


XX. “Dieci gocce di sale”

Dieci gocce di sale cadute dagli occhi.
Una scivola nei meandri della mia mente spenta all'ombra delle tue labbra lontane,
Due sciolgono la nebbia della solitudine che infrange il vetro della mia velata coscienza,
Tre corrono sulla mia pelle rattrappita e scheggiata dall'odore delle tue palpebre lontane,
Quattro si addentrano nelle mie vene fino a squagliare le ossa percosse e dolenti.
Vuoto, l'abisso straziato della distanza cerca di usurare il mio midollo,
Scarno, trepidante balbettio di follie doloranti e stridule,
Triste, ticchettante e scricciante scandire del tempo senza di te.
La nebbia si addensa, sagome contorte si allungano come le ombre che ho sempre temuto,
Le tue labbra sulle mie, il bacio che mi accompagna nella valle dove le anime calcano nude
Terra inzuppata di sangue, il mio dono per te.


XXI. “Il canto dei dannati”

Come il vento soffia sopra i tetti delle case,
Così le anime dei dannati vagano nell’ombra,
Sopra le nostre teste, sopra i nostri occhi.
Alza lo sguardo al cielo,
Quale inquietante visione?
Una candida nuvola o un’anima dannata?
Un filamento di cotone o un affilato artiglio?
Uno spazio dimenticato o un malvagio sogghigno?
Il rosso del tramonto o il sangue di innocenti?
Il nero della notte o il buio della loro volontà?
Come il sole illumina il giorno, così le anime dei dannati ottenebrano la notte,
Sopra il nostro volto, sopra la nostra volontà.


XXII. “Scheggia N°4”

La vita è triste,
E’ triste dover nascere sapendo di dover morire,
E’ triste vedersi morire accanto le persone che ne hanno fatto parte,
E’ triste essere vivo eppure già morto,
A volte mi chiedo se essere davvero morto mi renderebbe triste quanto essere davvero vivo.


XXIII.

L’eremita sceglie solitudine scarlatta,
Può così gioire del fruscio delle foglie.
L’eremita sceglie beatitudine di smeraldo,
Può così gioire del cinguettio alato.
Egli sorride con gratitudine rosea
Del fragore pungente della cascata.
Egli ascolta con gioia vitrea
Il discorrere addormentato dei pesci.
Si nutre di funghi, radici e frutti,
Della natura orgoglio gocciolante
In steli spinosi ed acuminate invidie
Che penetrano ed infettano la sua carne.
Morboso il bacio spento della solitudine,
Che l’accompagna alle porte dei campi,
Lì non ci sono funghi e radici umide,
Ma solo giallo grano sbiadito,
A perdita d’occhio,
A perdita d’occhio.


XXIV.

Tutta la luce di un giorno…
Per contare le stelle.
Tutta la luce di un giorno…
Per guardare il mare.
Tutta la luce di un giorno…
Per gioire del vento.
Tutta la luce di un giorno…
Per capire chi sei.
Tutta la luce di un giorno…
Per raggiungere la felicità.
Tutto il buio dell’eternità per soffrire.
Tutta la luce di un giorno…
Per cercare tutto il buio dell’eternità.


XXV. “Morte”

Beffardo giullare dal volto coperto,
Occhi rossi come fiamme di morte,
Freddo, gelido e fremente,
Scalpiti saltellando davanti alle nostre pupille sospese,
Di fronte alle nostre palpebre gonfie,
Di lacrime ti saziano, deridendoci,
O immonda bestia, sorridi, roteando come un pazzo,
Troppo spesso arrivi senza destar sospetto della tua venuta e sparisci veloce al sole…allora perché non oggi?
Perché annunciato dalle trombe argentine del regno non ti presenti con la tua falce al cospetto della tua preda?
Perché ci deridi così?
Lucifero avrebbe pietà del dolore, ma non tu,
Con gli occhi come fiamme di morte,
Che pasteggi con il cuore e bevi sangue come vino,
Non tu, ridente faccia malefica che scheletrica sogghigna
Scricciando coi denti in una melodia beffarda e dolente.
Morte.


XXVI. “Inutile mortalità”

Ripenso ad un solo bacio che ti ho dato,
Alle tue labbra soffici e carnose,
Ai tuoi dolci occhi palpitanti.

Ripenso a venti anni di dolore,
Passati a rimpiangere i ricordi sbiaditi ed erosi,
Passati a filtrare la luce del sole.

Un giorno vi saluterò dall’alto,
E tutti saranno felici, anche io.


XXVII.

Chiuso nell’odio non vivo,
Tutto intorno lo sento, bruciano le anime,
Sequenza di nuvole nere,
In lontananza vedo soffiare, spirare un sogghigno,
Una risata veemente!
Mostro abbagliante di carne,
Pupazzo scheletrico ed adunco,
Alcova di sangue, brulichi di vita,
Eppure non mostri cedimenti.


Vita, morte, suicidio, speranza,
Come credere nel sole
E niente ti spazza via,
Bambola maldestra e boriosa.


XXVIII. “Il mio assenzio”

Paura, mi contamini ed infetti,
Adoro il tuo morso velenoso,
Batti nel petto più di ogni amore
E ad esso sempre ti affianchi.


Paura, sempre domini ignota,
Mi ami e non mi abbandoni mai,
Sintesi di infinita perfezione,
Assoluta entità bruciante.
Mi ami e non mi abbandoni mai.


XXIX. “Scheggia N°5”

Ogni giorno passa,
Come ogni secondo,
In ogni orologio,
Con lo stesso nauseante ticchettio,
Con la stessa noiosa metodicità,
Sempre,
Uguale a se stesso,
Nella sua lancinante tristezza.


XXX. “Natura”

Sfuggono agli occhi indiscreti,
Piccoli pesci a filo d’acqua, si affacciano,
Solo un timido saluto, natura soffocante.
Grilli d’estate cantano a squarciagola,
Si scuciono la pelle, vivono per la musica notturna ed il vespro lacrimoso.
Cinguettii confusi e complicate melodie,
Gracchiare, l’erba sfrega contro se stessa,
Spronata dalla brezza pregna di rugiada.
Gli odori confusi evitano la presa della razionalità,
Natura dolce,
Baci come la più tenera delle amanti,
Allieti occhi e pelle senza chiedere niente.


XXXI. “Pace”

Al mattino primaverile umido di rugiada rivolgo il mio pensiero,
O musa ispirami,
Fammi dono in questi giorni di lutto e tristezza della tua gioiosa immacolata concezione,
Fammi portare in grembo il tuo più candido pensiero.
Pace fratello, voglio che tu sorrida di nuovo.


XXXII. “Scheggia N°6”

Non basta spegnere le luci per uccidere le ombre,
Queste sono la traccia della nostra fluida coscienza
Che non si può negare,
Sono il buio della nostra anima,
Che si proietta sui muri delle nostre patetiche vite.


XXXIII.

Il caleidoscopio gira, piano,
Zampillando colori, arlecchino pimpante,
I conati di freddo mi avvolgono,
Credo nella morte, la desidero,
Credo nel buio, lo desidero,
Credo nell’amore, l’ho perduto.
Tutte le tonalità, scorre davanti,
Tutta la vita fino alla fine,
Fino al suo giorno, solstizio d’inverno,
Freddo, gelo bruciante,
La paura è un’amica sincera.
Io credo nella fine, la desidero.


XXXIV.

Balzo, corro, gioco,
Bevo la pioggia, sole scuro,
Voglio vedere il fondale,
Le profondità degli abissi, il mare,
Con gli occhi da bambino guardare,
I pesci, le piante, smeraldo.


Gli scheletri sono in fila,
Stridono e scricciano le loro ossa camminando,
Sono in fila e mangiano carne.
Non ne hanno più, si sono divorati,
Occhi rossi zampillano fiamme che bruciano,
Dagli abissi, fondali.
E noi…fuoco nell’acqua,
Fiamma purificatrice,
La luce della vita scaturisce dal braciere della morte,
Il tesoro ghignante di vecchi pirati,
Guerci, spietati, d’oro assetati,
Dieci anni…
Cento anni…
Mille anni…


XXXV. “Limbo”

Scorrere,
Come acqua, senza forma, senza odore,
Limbo di fluidi vorticanti.
Incessante il sapore si prostra sulla
Stele vellutata del mio palato,
Sangue, perle rosse scarlatte dal
Gusto di ruggine scarnificata.
Non ricordo quando ho cominciato a piangere,
Forse la notte ancora riposava su di se,
In una danza macabra di spettri,
O forse già raggelava le mie ossa levigate
Col suo soffio teneramente inconfondibile.


La luna filtra tra le serrande divelte,
Ho paura, le schegge nel mio cuore
Non smetteranno mai di sanguinare,
Eternamente sentirò le loro unghie
Scavare più a fondo in me,
Succhiandomi l’anima.
Ho paura, so che non riusciranno ad uccidermi…
Ho paura.


XXXVI. “Vampiro”

Sento il tuo odore su di me,
Il mondo si dilata fino ad implodere,
Verdi prati, steli uccisi,
Sogno le notti passate a dormire,
Vampiro, dannato, febbricitante.


Sento le tue labbra su di me,
Il mondo non è mai esistito,
Grigi cieli, orchidea sanguinante,
Sogno le notti passate assieme alla mia dannazione,
Uomo, dannato, esangue.


XXXVII. “Notte”

Notte,
La tua bruma oleosa percuote le mie sterili labbra,
Tiepido brusio,
Le onde frusciano come i platani frustati dallo schioccare del vento.
Le mie gambe si rincorrono verso soluzioni sconosciute,
Salmastro profumato come incenso,
Mentre ritmicamente i miei passi scandiscono
Il rallentare del metronomo nel mio cuore.


Da stanotte non saprò più dove conduce questa strada.


XXXVIII. “Oniride”

Dolce Dea vellutata,
Porgo a te la mia flebile preghiera,
Fa che i miei occhi siano cielo,
Fa che le mie labbra siano fiori
E le mie mani seta.
Fa che il mio odore voli fino a lei…
Che si ricordi di tutto questo.


Allora avrò le sue iridi nelle mie ogni volta che alzerà lo sguardo al cielo.
Allora avrò le sue labbra vicino alle mie ogni volta che annuserà un fiore.
Allora la mia pelle sfiorerà la sua ogni volta che si avvolgerà nelle sue nere lenzuola di seta.


XXXIX. “La Fine”

Abiti di seta gocciolante,
Sulla pelle ruvida del mattino,
Candele consumate dal vento,
Cera sugli occhi e sulla bocca,
Ritmo tangibile e sfasato,
Rianima le stelle della notte.


E’ tutto una sfumature di annerito argento,
La nebbia ci avvolge, stritola,
Lecca le mie ferite col tuo veleno,
Le caviglie non reggono il peso delle tue parole,
Bambola di carne, mi svuoti,
Ho Paura, debolezza incurabile,
Mi illudo sempre sai?


Rinunciare, ametista sul collo,
Il neon rischiara la pelle come la luna,
Gobba, vecchia, malata, ridente luna.
Abito di lana che mi avvolge,
Sulla pelle ruvida della sera,
Mi abbracci, miele e limone,
Cura le mie vecchie vene morte,
Due steli, le mie gambe,
Le mie gambe, due steli,
Il sangue cade tra le mie palpebre,
Ci sei anche se chiudo gli occhi,
Non vedo via d’uscita, uccidimi,
Sai mescolarmi in odio, amore,
Gocciolo sudore, sono seta antica,
Odori nell’aria, baciami adesso,
Le mie vene sanguinano, acqua,
Devo avere molta fame di te,
Non posso rinunciare, ho paura,
E’ la fine,
Uccidimi.


XL. “Tac Tac”

Passi, passi nell’ombra…"Tac…Tac", un’indefinito ticchettio sperso tra gli echi della grotta.
Spengo le fiamme delle candele, un flebile bruciore accompagna le mie dita umide di saliva ed in un attimo tutto perde la propria forma.
Le pupille si scuotono e scalpitano per adattarsi all’incorporea luce della luna che filtra attraverso le fessure della roccia, i timpani si allertano per sorvegliare il silenzio.
"Tac…Tac" ancora ed ancora, come un battente che percuote un sordo ed umido vecchio portone, le distanze smorzate dagli echi fluttuanti, il lento gocciolare del cadenzato respiro della pietra che interrompe la quiete della pozza accanto al mio giaciglio.
"Chi è?", stridente la mia voce squarcia l’aria e frantuma il cristallino involucro della notte.
"Chi è?", la risposta dell’eco.
"Chi è che scende fin qua?", strepitante la mia voce disturba la quiete.
"Chi è che scende fin qua?", la risposta dell’eco.
"Tac…Tac" ancora ed ancora passi levigati dall’ombra, sempre più vicini.
"Tac…Tac", il mio incedere adesso si confonde e sparge con l’altalenante ticchettio dello sconosciuto visitatore.
Davanti a me, illuminato dalla luce della luna riflessa dalla pozza accanto al mio giaciglio vedo l’intruso, uno specchio di anime, un gemello scarnificato e spossato, una visione speculare.
"Sapevo saresti tornato", le labbra all’unisono partorirono la figlia di tutte le mie paure.


XLI.
Baciami adesso,
Sfiorami per l’ultima volta,
Tre spine nel cuore, sapore flebile,
Avido e crudele mi nutro della tua essenza,
Debole come il frusciare dei cespugli alla brezza mattutina,
Proteggimi.
D’improvviso ricordo di essere uomo,
Lacrime tagliano il volto come vetri scheggiati,
Tutto si mescola, dolore, gioia, sapori, odori, labbra, pelle.
Il nostro ultimo bacio,
Il mio ultimo respiro.


XLII. “Onirico Tormento”

Il soffocante abbraccio di una notte d’estate,
Limpida e serena.
Lento sciolgo la mia anima nell’abisso straziante dei sogni.
Apparizioni, volti, occhi…percorro strade contornate da rovi,
Ogni tanto qua e là scorgo frutti piccoli e rossi,
Come le tue labbra, una lacrima liscia la mia guancia…
Fredda come un rasoio.


Onirico Tormento, mi abbandono al tuo lento ed inesorabile veleno,
In fondo, sei molto meglio dell’orrore che ci incancrenisce quando le palpebre rifiutano di salvarci.


XLIII.

E’ arrivato il momento,
Non mi resta altro che confrontarmi con l’autodistruzione,
Naturale parto della mia triste coscienza.
Lo specchio inverte il suo riflesso,
E’ difficile adesso riconoscere i tratti della mia essenza diluita,
Esaurita, fagocitata dalla bruma notturna.
I passi nel buio della notte non mi spaventano più,
Non c’è la luna, ma non importa,
Non c’è più la mia stella di seta a sfiorarmi la pelle,
Con la sua mortale ed eterna malinconia.


Come si può aver paura del buio quando la notte più soffocante è rinchiusa nel nostro vitreo cuore?

XLIV. “Il buio di Atlantide”

Un tuffo nella mia incoscienza,
I lembi della ferita sono ancora aperti,
Pupilla, iride, palpebra,
Tutto muore in un battito d’ali.


Non sono mai andato laggiù,
Cuore straziato, lacerato,
Il taglio è profondo, forse troppo,
Troppo per due occhi abituati alla luce.


Scarna, flebile, tiepida Lacrima,
Non ho mai pensato a cosa avrei potuto trovare.
L’abisso più oscuro e dimenticato,
Uno sguardo nel vuoto più orribile,
Una notte senza volto né pelle,
Il più nero di tutti i baci.


XLV. “Rimpianto”

Luce informe, tramonto di tiepidi flutti,
Porgo le mie mani verso la sua sfuocata immagine,
Detriti sulfurei, sale, limbo,
Schegge di vespro si limano sulle mie labbra essiccate,
Una flebile voce vaga tra le conchiglie colorate.


Orme sulla sabbia, deboli come la rugiada umida,
Appaiono e scompaiono con le carezze del mare,
Deboli come le nubi che coprono il sole primaverile,
Tutto se ne va assieme alle mie sensazioni anestetizzate.


Abisso dolce e crudele, mi inchino a te,
Piegato a leccare le ferite dei tuoi baci,
Cerco dentro la notte la morte delle mie emozioni.


Riemergo dalla nebbia, sono a casa,
Dietro di me solo orme divorate dall’ignoto,
Davanti a me solo dieci passi verso il nulla conosciuto.

XLVI. “L’alba”

Pioggia, la mia mente vaga oltre le oleose nuvole della coscienza, strepita, calpesta, deturpa i pensieri che gocciolano sulla mia grottesca fronte di satiro.
Leggo le ultime parole della notte, fredda sorella silenziosa, nella pietra scolpite da crudeli perle salate, parto di occhi troppo grigi per confondersi nella bruma notturna: "taci come me, io sono silenziosa Dea di seta, onnipotente ed eterna, in me nasce la vita e strepita la morte, in me si schiudono i sospiri dell'amore ed i respiri dei moribondi...io sono i colori e l'assenza di essi in me".
Scucii allora gli occhi ai primi raggi di sole, lento il mare cominciò ad arrossire, tutto prese forma, colore e tornò ad essere meno spaventoso, sentii gli ultimi abbracci dei fantasmi notturni donarmi i loro brividi prima di lasciare spazio solo ai fiori ed alla rugiada.


XLVII. “Scheggia N°7”

La notte porta tormento.

XLVIII.

Amore mio, osserva la mia lenta decomposizione,
Notte dopo notte, insonne e delirante carcassa,
Arrivano gli spettri, si insinuano tra le ossa,
Adesso capisco che non ne hai mai avuto la forza.
Goccia dopo goccia, lenta agonia,
Il sangue scivola dalle mie vene,
Non ti ho mai incolpata della mia ingenuità.
Sul letto mi rendo conto di amare la mia insonnia,
Ti cerco qui accanto mentre perdo coscienza,
Un sonno lungo ed inquietante,
Un sonno lungo ed inquietante.

XLIX.

Follia, ti scelgo giorno dopo giorno,
Sei compagna insostituibile nel limbo della mia carne,
Vasi comunicanti, la coscienza prende forma in flutti,
Scardino la mia razionalità, decomposizione asettica.


Follia, ti bacio giorno dopo giorno,
Sei lussuria inevitabile che si nutre del mio suicidio,
Lettere sconnesse, frasi divelte e rattrappite,
Tutto acquista significato al calore di due nuovi seni.


L. “Sogno amniotico”

Solo,sono solo, dolorante e soffocante.
Le mie membra non attendono altro che una morte veloce ed indolore, la mia coscienza è un’organismo parassita spietato, ormai ha già divorato tutto.
Intenzioni, sogni, ideali, speranze, emozioni…Ho visto il volto di Dio, ha lunghe rughe che lo squarciano come artigliate, uno sguardo di metallo e luci psichedeliche, un corpo bio-meccanico in plexiglas e cuoio.
Nessuno può esprimere a parole il terrore che sto provando, nessuno ha una tale padronanza delle sue emozioni da riuscire a sguazzare nei liquidi amniotici di un pazzo senza lasciare il suo emisfero più oscuro libero di gironzolare.
Sbuffo nell’acqua, le bolle piene di aria schizzano come piranha attratti da una preda gocciolante sangue che si dimena in superficie, i pesci guardano increduli quella terribile frenesia, senza capire che l’unica tremenda verità da temere è l’eterna gabbia di vetro in cui sono intrappolati.
Tutto comincia a sciogliersi, ero nel mezzo ad una giungla lunare, che lentamente si è squagliata lasciando spazio alla desolazione dei crateri e della polvere vulcanica fredda come un rasoio affilato.
Il mio sguardo vaga nello spazio vuoto, comincia a mancarmi l’ossigeno, intravedo una sagoma riflessa al vetro: occhi grandi, spalancati, impauriti; labbra cucite come se il respiro fosse troppo prezioso da disperdere…un momento, quello sono io!
Cerco di guardare oltre, oltre quel vetro-specchio bugiardo e goffo…pesci, otto pesci colorati e folli nelle loro danze macabre…adesso sono io ad essere rinchiuso nell’acquario, rannicchiato, rassegnato al mio destino, chiudo gli occhi.
Ritmo binario, uno-due, una grancassa capace di far vibrare il mio esile corpo ad ogni rintocco, occhi incollati, un mondo liquido, un universo speculare fatto di sogni amniotici e riflessi gocciolanti.
Buio.


LI. “Cuore nero”

Cuore nero, è così difficile gustare il tuo sospiro,
Dieci passi nel buio verso la redenzione.
Idoli deformi e sanguinanti crocefissi per monito al muro delle nostre coscienze violate.
Sulle labbra un dolce distillato della tua anima divora ogni singolo momento che separa i miei polsi dall’inevitabile rasoio, petali di rose.
Raschio il fondo del mio stomaco in cerca di un cancro che sappia distogliermi da altri dolori, il mio parto inevitabile.
E’ così, il mio mattino, vuoto elargito con sapienza dalle labbra di Dio.
E’ così, il mio limbo, indelebile incoscienza tatuata sulla mia antica pelle porosa, inferno delirante di lisce contraddizioni.

LII.

Ricordi invadenti,
Il loro è ronzio di zanzare, prima avvisaglia di una notte insonne.
Il tiepido bacio del cuscino è un tormento, labbra di seta su di me.
Nero conforto di palpebre stanche, buio rotto qua e là dalla luce dei lampioni, freddi ed immobili,
uno specchio di silenzio,
vetri frantumati ad ogni respiro,
in attesa di un’alba,
ancora una volta.

LIII. “Scheletri”

Persone, scheletri bianchi e stanchi, occhi incavati, dita adunche, avvolgono il collo in materno sospiro,
Notte confusa in livida eclissi stridente.


LIV. “Angeli caduti”

Angeli dalle ali bruciate,
Costretti a volare troppo in alto, trucidati come mosche da stupidità ed orgoglio.
Angeli da commiserare, feriti, delusi ed avviliti, miseri esseri senza casa né speranza.


Un errore a volte costa molto caro, quando poi sono bruciate rimaniamo soli, a soffrire su questa nuda terra deserta.

LV. “Questo sarebbe il mondo?”

Così questo sarebbe il mondo?
Luci, suoni e Dei non accecano abbastanza,
non sono abbastanza per rendere il mio sguardo quieto,
Cerco solo un anestetico più potente del potere.
E’ lecito pensare: mille uomini muoiono ogni giorno,
se fossimo cannibali, forse, ne morirebbero cinquecento,
se fossimo intelligenti, forse, ne morirebbero duecento,
se fossimo virtuosi, forse, ne morirebbero cento,
se fossimo solo bestie, forse, non morirebbe nessuno.
Ma siamo peggio, noi, adoriamo lui.
Perché lui è potere.

LVI.

Paura, scandisci oggi l’inizio della mia nuova vita,
sconosciuta, sorella perfida ed abbagliante.
Ti amo, tu accompagni tutto ciò che non conosco,
lo rendi unico ed impareggiabile, tratteggi l’indefinito contorno delle mie emozioni,
avvinghiando tutto nella tua vischiosa bruma.
Ma oggi è diverso, ti amo due volte, perché
se tu non ci fossi, paura, io sarei solo.


LVII.

Troppi sospiri sepolti,
Troppe livide ore gettate.
Abbraccio le mille vie della redenzione,
Al sicuro dopo tanto viaggiare,
Seppellisco il lento veleno della fredda
indifferenza,
Neve candida sui monti.


Troppi sguardi sprecati,
Troppi pensieri sepolti.
Abbraccio l’unica via concessa,
Di nuovo al buio dopo tanto soffrire,
Seppellisco il lento veleno della pura solitudine,
Cielo striato d’azzurro.

LVIII. “Vento lisergico”

Mille gocce appuntite sfregiano la forma liscia del finestrino,
Tutto scorre, mescola, ibrida in una tribale danza sulfurea, vento lisergico.
Risveglio il mio ego morente dal sonno ipnotico causato dal ticchettante suicidio dell’acqua, coscienza congelata.
Chissà quanto dovrà piangere il cielo per convincere gli angeli ad inguainare le loro affilate spade fiammeggianti.
Lento il torpore assale nuovamente le mie palpebre stanche, mi sembra già di sentire le sue labbra su di me,
tutto perde consistenza, evapora, scioglie, lima, tramuta in una notte lisciata dal ticchettante delirio della pioggia.

LIX. “Scheggia N°8”

Guardarsi negli occhi è come sfiorare la parte più folle della propria flebile scintilla vitale.


LX.

Di nuovo avvolto, masticato, ingoiato, rigettato,
Pezzo di carne consumato.
Ho cercato riparo per la mia anima,
Ho scavato a fondo nel mio ventre, così ho scoperto la verità.
Non ricordavo, non ricordavo più,
Senz’anima, senza gusto, senza vista, si perde tutto senza accorgersene.
Per questo io ti amo ancora, la mia anima tra le tue dita affusolate, in fondo è lì che dovrà restare,
Per tutta l’eternità che non aspetta.


Altri mille anni a rincorrerti per poi perdere tutto,
in un soffio di stelle.

LXI.

Esangui labbra di vetro corrodono i miei polsi,
Un vuoto, un livido abisso di stelle annerite,
Passo dopo passo l’ombra mi abbraccia,
Come due seni scalda le mie guance scavate.


Gli scheletri ballano sulle vette innevate,
Candida neve colorata di rosso acquerello,
Sento scricciare le loro ruvide ossa, nero squittio,
Sento le loro schegge indolenzite raschiare la pelle pallida,
Sento le loro mani avide intrecciare la sua carne.


Rovi, il frutto di una pianta appassita.,
Specchio insospettabile di un riflesso sfuggente,
Verità vestita da sapienza divina.


La fine è giunta, in tutta la sua ineguagliabile bellezza, in tutta la sua fiera lucentezza intrisa di rubino.


LXII.

Non te ne andare, stringimi,
Sono gli ultimi giorni, lunghi come anni,
Sono gli ultimi attimi, eterni come il buio.


Stringimi, afferra la mia mano,
Mentre il mondo scompare tra la nebbia del tempo,
Non lasciare che la mia anima fugga.


Chiudimi nell’unico posto sicuro, aspetterò lì la mia redenzione.
Chiudimi nell’unico posto sicuro, aspetterò lì le tue labbra lenitrici.


Seppelliscimi nell’unico luogo dove non avrò mai paura,
Lo scrigno del tuo cuore.

LXIII. “La caccia”

La mia luna rosso sangue preannuncia la caccia,
Frenesia di sapori,
Branchi informi sciamano dalle colline ruvide,
Come cavallette divorano la mia flebile coscienza,
Pensieri, mille pensieri dalla spine nere,
Sanno donare al mio corpo un’ innaturale inquietudine.
Adoro il sapore della notte insonne,
Risveglia in me l’istinto che non può saziarsi di imposta razionalità,
Gustare il sangue gelido che fuoriesce dagli strazi nella carne,
Donando ai miei occhi la follia della mia specie.

LXIV. “Oblio”

Questa è la mia insonne e delirante verità, come uno spettro mi aggiro nelle notti più buie, tenendo per mano demoni sconosciuti, camminando senza mai fermarmi verso l’oblio che riflette i brividi della nostra anima.


LXV. “Ode”

La luce filtra tra le grate, odore di pioggia,
Osservo i rami degli alberi saturarsi lentamente delle insipide lacrime degli angeli, calma tiepida ed incolore.


Occhi rapiti, come un’anima incorporea portata via dal vento,
Verità scomposta, sezionata,
natura colorata ad acquerello gocciolante,
Tiepida fermezza d’incubo.


Scavo a fondo nel mio arido cuore d’argilla,
Abnegazione, eterno riflesso levigato.
La coscienza si maschera da notte, buia, bruna, oleosa notte, non mi sazia mai la tua brumosa entità.


Sferza di sale, sferza crudele,
Risvegli i miei incubi dal loro torpore,
Brucia sulla carne il morso delirante della verità scoperta, limpida, cristallina.
Mai più sogni colorati ad acquerello cangiante.

LXVI. “Eclissi”

Ed eccolo arrivare, il momento più atteso, finalmente il buio ha la forza d’ingoiare il sole, il mondo si spegne tutt’intorno alle nostre anime sole.
Gli odori si rarefanno nella brezza crudele, tutto perde la propria forma corporea, livido mondo di spettri ed anime gelide.


Un’ultima speranza in questa vallata di solitudine, allungo la mano nel vuoto abissale che mi circonda,
sento ancora il tuo flebile respiro,
un’impercettibile sensazione,
una lieve imperfezione del nulla.
La tua mano nella mia, attimo eterno.


LXVII.

Come fai?
Come fai a divorare la mia anima incompresa?
Come fai a lisciare le imperfezioni sterili della mia mente addolorata?
Mi rigiro nel letto delle mie convinzioni, notte dopo notte sfregiato dalla luna, falce dolce ed inquieta.
Verità intrise di nuvole, stelle private di luce.
Notte, sei l’amante che si cela dentro ogni cuore.
Notte, sei l’amante che vive nel mio cuore.

LXVIII. “Dolce Luna”

Non riesco a guardarti, triste luna, distolgo lo sguardo per la vergogna, mi credevi angelo, ma ero boia vestito di bianco.
Occhi persi nel vuoto, lentamente perle amare saettano sul tuo viso candido mentre l’ascia divora l’aria, l’ultimo bacio sul tuo collo.
Rosso, il cielo affoga tra nuvole stracciate, affilo le ali della vergogna, epilogo scontato, stelle notturne bruciano le palpebre dei peccatori,
Scroscio irregolare, mare vitreo e spumoso.
Triste luna, amerai sempre quel sole che non potrai mai baciare.
Triste sole, amerai sempre quella lucente stella di seta che non potrai mai trattenere.

LXIX. “Mortalità”

Spettro di luce, nient’altro, forse è davvero solo questo che siamo.
Mille colori, mille forme, mille odori, mille candele accese nell’ombra.
A volte sembra che basti chiudere gli occhi per uccidere il mondo.


LXX. “Ritorno alle origini”

Il tuo odore, unico sollievo,
Le tue labbra, unico sapore,
La tua pelle, unico candore,
I tuoi occhi, unico diluvio.


Dissanguo il tempo che ci divide, ticchettio intriso di bruma, palpebre socchiuse, tempo di fate.
Mi sveglio nell’onirico mondo donato dai tuoi seni dolci e caldi,
Sperduto, Limbo, Confuso,
tutto assume il suo aspetto immortale.
Ritorno alle origini.


LXXI. “Il giudizio di Cristo”

Strinsi le palpebre nel tentativo di raccogliere gli ultimi sforzi di quell’unica candela sanguinante.
Era proprio lui, stessa bocca ruvida, stesso sguardo etereo, stesse mani adunche ed ossute.
Lessi bene nei suoi occhi, specchio livido e pulito, lessi le sue intenzioni, era qui per me.
Freddo, il buio sferzo della grotta sembrava aver strinto il suo laccio sul mio corpo rigido.
"Redento peccatore, ti ho donato dal mio sangue la purezza che avevi intaccato, ti ho donato ciò che solo poteva salvare la tua nera anima di assassino" disse muovendo leggermente l’aria con il flusso della sua melodica voce.
"Ma non è servito, forse anche io che sono più di quanto la tua coscienza possa misurare ho commesso un errore, sceso come agnello tra voi non ho capito, sceso tra le belve indifeso non sono riuscito a svelare la vera natura della vostra stirpe".
"Bestia, questo è l’uomo, nient’altro".

LXXII. “Il nuovo sole”

Una carezza ruvida,
Petali/Palpebre si schiudono al crudele bacio del mio nuovo sole.


LXXIII. “Cosa desidero”

Cosa desidero?
Questa è la differenza delirante, non voglio le risposte alle mie domande.
Le ho già avute quelle, le ho assaporate.
Il veleno sulle labbra sembra acqua distillata, insapore morte giocosa e trasparente.
Cosa desidero?
Trovare nuovamente le connessioni con il mio riflesso ormai sfasato, attraverso lo specchio.
L’estraneo torpore del blu consumato, uno sporco ricordo del sincero grigio perla, una goccia di sangue, lacrima dimenticata.
Cosa desidero?
Diventare sordo, per non udire lo stridio delle unghie sul mio ruvido cuore essiccato.
Diventare cieco, per non vedere più l’estranea ombra che mi tormenta e deride.
Diventare muto, per non poter più sospirare verità contraffatte da uno stupido egoismo.
Perdere le labbra, per non dover mai scordare il tuo sapore contaminandolo con linfe sterili.
Perdere la pelle, per non dover mentire con mani che sfiorano lame stondate.
Cosa desidero?
Credo di desiderare che la notte mi culli come il suo adorato e più caro figlio…chiudere solo le mie docili e stanche palpebre.


LXXIV. “Insonne”

A quanti è concesso realmente di sognare?
Chiudere gli occhi, un sospiro tra fantasmi amici, un tuffo nel sapore dolce della follia, un onirico stridere di colori mescolati.
Lenzuola avvolte strette come un cappio, un cuscino di spine e bacche rosse, un letto di cieli e stelle frantumate.
A quanti è concesso realmente di sognare?
Riuscire ad addormentarsi tra i flutti degli spiriti, abbandonarsi al limbo del lato oscuro della nostra luna.
Adoro il tormento delle notti insonni.


LXXV. “Rosa nera”

Mia dolce rosa nera, come ogni cosa sei ciò che si desidera quando non ti si può ottenere
Frutto fuori stagione, pioggia estiva, colgo i fiori solo per pungermi, senza dare il tempo alle nuvole di schiudersi.
Il tuo odore rimane nelle narici, la tela del ragno non lascia superstiti.
Così il bambino ingenuo ti brama adesso, dopo averti strappato i petali e dopo averti gettato tra le viole e l’insicurezza.
Ma tu sei nera rosa selvaggia e così rinasci, alla prima pioggia di Marzo, pronta ad essere colta da un altro ingenuo passante.

LXXVI. “Congedo”

Dolce sposa ferita, anche oggi piango per te.
Mesi graffiano il mio volto, anni scavano la mia pelle,
Le rughe non potranno mai lavare via il peccato dalla mia anima straziata.
Vorrei poter stringere ancora le tue mani, tenerle strette mentre il mondo si divora, logora e sgretola.
Nel momento in cui tutte le luci si sono spente tutto ciò che contava era solo la tua pelle, pallida come la luna svogliata di quella notte inerme.
Cosa conta adesso?
Non ci sono più notti per me, non ci sono più stelle per me, non ci sono più labbra per me, non ci sono più sogni per me.
Rimane solo una luna svogliata a carezzare le mie guance lisce e scavate, con il suo bacio tenero e mortale.




-Epilogo-

Ciò che ha un inizio ha inevitabilmente una fine e questa è l’ultima livida tappa del mio viaggio, è stato facile smarrirsi, è stato facile prendere sentieri sconosciuti e bui, in fondo è così che ci si aspetta una città dimenticata.
Mi sono sorpreso di quanta morte ho trovato nascosta tra le righe della mia pelle, ma ne sorrido, il mio pensiero si scosta da essa e mi porta alla sua gemella, la vita, l’una senza l’altra è solo illusione.
Rimane solo un onirico tormento, forse la mia redenzione…una volta viste le stelle è impossibile poterle dimenticare.
Addio viandanti, girata questa pagina ci saranno solo strade già percorse.