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Innaturale il ritmo degli uomini
definisce il contesto,
favorisce il contrasto:
defluisce la tua volontà
naviga agile, stringa di tempo,
estensione del cielo al di fuori,
nella memoria aliena
di un’alienata natura.

Sola qui nella stanza ghermita
dal Vuoto
difendi il Verbo, il testo
segui il ritmo delle nuvole,
ne porti il tempo.
Sei temporale.

Mossi i primi passi nelle lande del pensiero
principiai con un adorabile errore
– se guardo con occhi d’infante,
ma poco si presta al gioco preferito
da chi ormai distante –
che ancora perpetuo
quando non so di non volermi prestare
al desiderio più imperante:
da che ricordo confondo
l’immaginazione più audace
con le più rosee aspettative
e vivo di delusione ignorante.

Sono linguaggio
nel principio
mitopoiesi arresa
nell’eco delle parole
suono testo e teso
parli con l’alfabeto
senza decifrare
la paura della fine
la resa alla memoria
nel nome dal padre dato
alla gabbia della prole
che evade e viva
ispira la prossima storia
che parla di volte
voci senza tempo
che meritano più aria
ma molto meno fiato
divengono vaso
– alfega –
parlano attraverso
un’idioma aspro
musicale
solo
per chi preferisce ascoltare
crea

Se non conosco altro amore che il mio
che non conosce oltre se stesso
come potrei pensare il tuo da meno
e se così fosse come potrei amare
chi traversa il mare
per meno
di esso

con le parole di Albert Einstein

Non ho il cuore
di fidare al servo
seppur fedele – come te
la più luminosa visione
il più profondo oblio:
l’intenzione.

Non questo traviato parlare ma
volontà, fine,
origine, intuizione,
voce in ascolto:
presente, mente.

E’ tempo di onorare l’attimo
e la donna dei miei sogni:
quanto c’è di più divino,
oscuro, tra i doni,
spiraglio tra mondi.

Contesto i contesti
apparentemente necessari
alla giustifica del sé

eppure mi scopro
goffo nel cercarli
fuori dall’intenzione.

Nel tradire la mia natura
anticonformista per vocazione
sono critica e adesione.

Chi pensa che non sia già tardi
direbbe che, diviso, soffro.

Maledico i giorni, i mesi e gl’anni
il loro ritmo tetro
che mai rispecchia
la misura o il metro
dei miei pensieri, dei silenzi, gl’affanni

Avrei voluto solo
meno gente intorno,
non un pretesto,
ma limpido cielo notturno
e la neve
ad accendere i monti
e i tuoi sguardi d’inverno.

La romantica pretesa
– l’Inferno –
di un esteta fuori tempo.

Alla musica e all’amore,
alla vita, alla poesia
ho sempre pensato
come fenomeni speciali
estranei, contestuali
a cui poter, al più, pensare:
la mia più fastosa celebrazione,
la mia più silenziosa preghiera.

Stolto, non avrei mai pensato
a coniugare i miei sostantivi
(alla prima persona poi)
ma sempre e solo i vostri verbi
e al più alla terza;
così impersonale, riflessivo.

Complici anche voi
del fatal fraintendere.

Ma ora ho inteso bene
e diverrò tutto questo
nel divenir altro ancora.

E diverrò tutto questo e
nel divenir
altro ancora.

E diverrò altro da questo e
nel divenir
tutto ancora.

Nel poeta
creatore di stelle
compositore di balli

Pensiero e Intuizione
favellan per oscuro vernacolo
mirano un identico cielo

“un infracassabile nucleo notturno”
illune se non illuminabile
fonte di radiazioni stabili
                         indecadibili

Per i guerrieri della luce
qualche sole o presunto tale
ha redatto un manuale

(il virgolettato dall’Introduzione di André Breton a Contes Bizarres di Achim d’Arnim)