Skip to main content

Lesbia la dava a Catullo?

Dammi un bacio, mia Lesbia,
ma che sia soltanto uno.

Non v’è in me
il disio di mille baci soavi
o di tanti slinguazzamenti fugaci

Odiamoci,
Lesbia mia,
che l’amor è picciol cosa
e il nostro
di due soldi
varrà anche meno

Di baci
io non ne voglio cento
ma soltanto uno
per portarti a letto

La mia poesia non ti salverà.

La mia poesia non ti salverà,
non ti svelerà gli arcani di questo universo.
Non sarà tua, né mia, né nostra.
Non sarà la voce che ti sostiene
il palmo che ti accoglie
i silenzi che ti ascoltano.
non soffierà in te come il vento di Dicembre
non ti lascerà il profumo dei gelsi in fiore
non conserverà la leggerezza dei bambini
che escono da scuola.

La mia poesia non ti salverà,
puoi starne certo,
anche se mentre passi
ti aggrappi alle parole
strepiti su questa carta
e cerchi quello che
non vedi
non vuoi
non senti.

La mia poesia
però
sarà sempre lì
e forse non ti salverà
non ti toglierà dal peccato universale
di dover esistere
ma sarà voce tra le ombre
e parlerà.

La ascolterai
per un secondo
la vita si fermerà
si tingerà dell’essenza
e riderai o piangerai
di chi scrive
di quello che non sei e non sai.

Vive(re)vive(re)vive(re)vive(re)vive(re)

e poi rivestiti di questa ostinata percezione di non essere soltanto una vaga scintilla nella costellazione umana ma di essere parte di un tutto di poter sentire che queste percezioni immagini sensazioni brividi silenzi pensieri sono parte di tutto e te che pensi che non c’è niente di nuovo che sorridi come la prima volta che mentre guardi tutto questo ti nascondi dalla marea e vorresti non esistere rimanere fermo immobile davanti allo scheletro degli eventi non startene lì impalato a fissare le ombre di una vita che ti passa davanti come qualche libecciata di novembre la tempesta ti coglie inaspettato ti lascia senza respiro ma tu forse vuoi morire così sorridi mentre pensi che questa non è la prima ma che non sarà nemmeno l’ultima volta che in questo cazzo di mondo liquido sono forse liquide anche le emozioni e che come la lancetta dell’orologio di casa mia tutto passa scorre ritorna rivive e te che mi dici ancora che vorresti strapparti i capelli per questa storia dell’eterno ritorno mentre ti illudi ma sai bene che le lacrime non scalfiscono l’ossessione di essere una lancetta in una vaga esistenza che vorresti fossero sempre le otto e un quarto mentre ti dici che vuoi imparare a nuotare che questa cosa di dover affogare senza imparare dai cambiamenti della marea proprio non ti piace ma io e te ti dico mi dico ci dico che bisogna vivere, vivere ancora e vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere vivere

L’ego in una stanza

Abbasso le tapparelle
chiudo la mia finestra sul mondo

lascio entrare solo i fitti raggi
delle intersezioni

sul grande armadio bianco
si staglia un infinito gioco di luci e ombre

tutto si confonde
non cantano più gli uccelli
e il vociare della città si disperde

Lentamente
con il dito
seguo
le mie linee
le mie geometrie
i miei vuoti:
è calma
è pace
è luce

Si proietta
divinamente
nel caleidoscopio
della stanza
la mia figura

e non conosco
più religione
se non quella di far l’amore
con le mie stesse ossa

Pollice verde

Strappi al fiore della felicità
il petalo di ogni giorno
mentre fingi di non sapere
che di tutto
la linfa vitale
sei solo tu.

Leggo
di innamoramenti
di passioni
di silenzi
di estenuanti
e protese
attese
di vite nell’ombra
di anime
divorate
consumate
trapassate
e mai più prossime
e poi penso
che
mai
e poi mai
io vorrò
rinunciare
al presente:
di tutti
il fiore più bello
da poter cogliere

Verranno i tuoi occhi e avranno la mia morte. Atto II.

Verranno
i miei occhi
e avranno
la tua morte.

Ma
dentro
non ci troverai
un bel niente.

Al ristorante. Ore 13. Un cameriere e un passante.

“Oggi,
le consiglierei
un bel piatto di dubbi
e come antipasto,
un vassoio di illusioni.”

Non capiva.
Lo fissò
come se dentro
quei suoi occhi
indecifrabili
ci fosse la chiave di tutto.

Gettò in gola
ogni singolo
disgustoso
boccone
ogni rivoltante
sapore
ogni nauseabonda
forchettata
masticando
trangugiando
e abbuffandosi
senza fiatare
di quel terribile
buffet.

Ma dopo,
e solo dopo
quell’amara
e ingiusta
entrée
assaporando
in bocca
ogni piacevole
certezza
al cameriere
non chiese nient’altro,
figuriamoci
il dessert.

ποίησις

Ho preso la penna,
ho scritto,
riempito i fogli,
armato le parole,
quelle
più aguzze,
più storpie,
più imperfette,
più banali,
più lette.

Ho preso in mano una penna,
perchè tutto questo
non fosse vano,
perchè non fossi
solo una maschera tra tanti,
perchè non volessi
rinunciare
all’ebbrezza di eternità
di questi versi,
perchè in queste tempeste
ho legato le parole
al timone
e perchè è tutto così
logico
lineare
limpido
leggero
in questo mondo,
sospeso
tra l’aria e la terra.

Natale

Odio
abbastanza
il Natale:
tra tutte
queste
lucine
stelline
pacchettini
regalini
fiocchettini
l’unico che non brilla
mai abbastanza
sono
solo
io.