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Polidipsia

Notte, un tempo casa per il tuo
Figlio prediletto.
È un po’ che non ti sento mia,
Tu che solevi essermi ricetto
Nella frescura che rende vita
Alle strade e alle piazze arse
Nelle ore calde della tua assenza.
Mi sentivo me stesso con te
E le anime che richiami nelle ore
Brillanti del lucore lunare.
Io per me adesso non ti porto
Il tempo di finire la sigaretta.
Non so perché rifugga
La tua bontà materna, ma spero
Trapassi questo arco di stacco.

Notte io fino a ieri ti bramavo:
Sai che appartengo all’esigua
Schiatta dei poeti sinceri.
Che sia perché ti ho bevuta
Senza modo nelle ultime lune?
Ma non è l’arido che viene
Quando due amanti per il troppo
Amarsi smettono di volersi bene.
Ad esser veritieri, non tu sola
Ho a schivo in questo tempo.
Vorrei esser solo co’ miei pensieri,
Circondato dagli strumenti del mestiere
Senza caramelle e bolle di sapone.
Non ho più la forza per diluirmi,
Di dirmi che il nodo si risolverà domani,
Che è giusto che mi sacrifichi a te,
E di ringraziarti per il furto a cui
Mi presto negli incontri clandestini.

Notte, di te mi manca tutto, meno che te
Non ti adirare con la prole onesta.
In fondo se ti parlo puoi capire
Che ho d’aiuto necessità manifesta

I manifesti per il 25 aprile

Devo insegnare ai compagni
Come si fa ad attaccare
Le proprie idee
Sulle mura
Urbane
Come noi
Abbiamo imparato
Nella nostra aurea storia
Con il manto della nostra poesia

Le mani a giumella

    “Co ‘l raggio de l’april nuovo che inonda
    Roseo la stanza tu sorridi ancora
    Improvvisa al mio cuore…”

    Giosuè Carducci, Idillio Maremmano

Stavo ordinando il mio archivio
E ho trovato una nostra foto. Era
La più bella, la più rappresentativa,
Eppure non mi ha smosso nulla.
Sembra passato così tanto tempo
Da allora che i due impressionati
Mi parevano due estranei,
Come i volti stereotipati delle cornici mai usate .

La fitta me l’ha inferta risentire
Una canzone. Versi e melodia
Mi hanno portato indietro,
Quando eravamo due adolescenti
Che passavano le loro giornate
Distesi, indolenti, sui prati.
Oggi bisogna fare, proporre,
Impressionare…Sto cercando
Disperatamente qualcosa
Che mi possa ricordare quel candore,
La purezza di cui si era imbevuti.
Ma è merce così rara oggi una
Persona che cerchi unicamente
L’amore e non le sue implicazioni.

Non ho voglia di espormi come un pezzo
Di carne, cercando la miglior offerente.
Vorrei di nuovo poter dichiarare
Ciò che provo e venir ricambiato,
Senza recitazione, provando
Piacere crescente invece che disprezzo
Più approfondisco la tua conoscenza.
Vorrei cessare di sottomettermi
Alla mia biologia, e squadrare
Ogni puella nella stanza in cui mi trovo
Come un animale in cerca di preda.

Vorrei essere il centro per una persona
Invece che la periferia del mondo
So tutto quello che vorrei,
Ma non ho idea di come ottenerlo

Ho visto un uomo libero

Scritta a quattro mani con A.149

Ho visto un uomo libero
camminare timido
su cocci digrignanti
dagli estremi ben taglienti
dai sensi -i suoi- estremamente trepidanti
Saggiava con le piante quel tratturo,
Il viso atro e umido di amare stille.
Poco a poco, a lüi s’asserpa il duro
Concerto di migliaïa di spille,
Punte e strali confitti nella polpa
Dell’uomo che a libertà e cento e mille
Altre cose belle, pur senza colpa
Dice, se non addio, arrivederci.
Gode del süo sole chi lo incolpa,
Passeggia fra le ombre dei freschi elci,
Immemore di quei che ha incarcerato,
Che forgia in cella un cüore di selci,
Aspettando il giorno in cui pur orbato
Di lustri, vedrà schiudersi le porte
Che mettono al mondo un tempo a lui usato

Bile nera

“Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così”,
Annarella, CCCP-Fedeli alla Linea

Me ne sto senza gli eccessi, in disparte,
Non faccio parte della masnada questa sera.
Disteso fumo un toscano e rivivo
Le feste e i momenti lieti passati:
Mi chiedo perché io sia qui a pensare,
E chi è con me ora solo nei ricordi
Sia altrove, con altri amici e altre persone.
Serrando le palpebre, mi pervade
Il profumo delle risate, il dolce
Sapore delle usate idïozie
Pensando che per ora l’autunno
È lontano: e il mio animo si rasserena.

Adynaton

    …Ti ringrazio soprattutto per le illusioni
    senza le quali non avrei potuto scrivere,
    non avrei potuto desiderare il meglio,
    accontentandomi della mediocrità.

    Ti ringrazio, ti ringrazio davvero,
    perché chi vive di sogni
    non invecchia mai
    .”
    Grazie, vv. 13-20, di A.102

Sembravi un fiore diverso da quelli
Che solitamente scorgo nel triste
Giardino in cui vado ogni giorno. Avevo
visto in te quel candore antico, quasi
Ingenuo, che mi attira come il nettare
Pregiato fa coi calabroni. Molto
Bella non lo sei, e questo mi dava
fiducia, ma non sapevo ancora cosa
Pensavi, cosa serbasse la tua
Testa; tutto avrei sperato fuorché
quel che ho trovato, e il barlume si è spento
Sotto il peso di quelle aspre montagne
Che preferisci al mare, della tua
Ambizione inane, delle tue voglie
Animali, che hanno atterrato il mio
Spirito alla fine rigenerato
Di nuovo illuso, e chissà quante volte
Ancora mi infatuerò dell’asbesto
Credendolo fonte di vita nuova

Attacchinodiprimavera

Marzo ’22
La notte è nostra amica in ogni via
Che si svuoti tacitamente:
E in quel silenzio di vicoli e strade,
Le nostre risa e il fruscio dei pennelli
Sotto il tappeto di luce lunare
Unita alle poche lanterne urbane,
Mentre si avanza con la propria colonna
Setacciando i muri, le cabine,
Le cassette… ogni superficie adatta.
Più avanzi, più lo spirito si allieta,
E la paura di essere braccati
Si dissolve come il ghiaccio fluttuante
Nel Campari. E tu sai che stai facendo
Una cosa buona, che non è per te,

Ma diresti lo fosse.
La prossima volta però voglio anche io il vino,
Ché non si può lavorare fino al mattino
Con in corpo un’aranciata annacquata

Caviglie bianche

Ho obliato la maggior parte delle ore
Passate insieme, ma alcune le porto
ancora con me, tossico cimelio.
Il mio cuore palpitava ogni volta
Che ti vedevo camminare scalza
A casa mia, col vestito blüette
Che seguiva l’andatura del passo
Affrettato, per non dimenticare.
E io ti guardavo irrimediabilmente
Perduto, non riuscivo a smettere
Di sorridere per i tuoi occhi
Color nocciola, i tratti ancor metà
Fra quelli di donna e quelli di bimba,
E per il modo che avevi di arrabbiarti,
Che più alzavi il tono e più eri buffa.

Ho obliato la maggior parte delle ore
Consumate insieme, eppure mi chiedo
Se arriverà il giorno in cui il nostro tempo,
Quasi dimenticato, non sarà
Più il migliore che abbia vissuto.
E mentre attendo risposte, continuo
A viaggiare contromano e ti vedo
In cucina come tanti anni fa,
Appena tolte le scarpe col tacco,
I capelli bruni raccolti indietro,
Le favole che contavi ai due vecchi,
La tua fame, il rimorso e poi la pace,
E vorrei non fosse tutto sì remoto,
Che avessi vinto con me le paure
Invece che impressionarmi a ogni colpa,
Al pensiero di ciò che siamo stati
E di quello che avremmo dovuto essere

Ode alcaica I: Languore

“Meglio oprando oblïar, senza indagarlo,/ Questo enorme mister de l’universo!/ Or freddo, assiduo, del pensiero il tarlo/ Mi trafora il cervello, ond’io dolente/ Misere cose scrivo e tristi parlo.”

È uno scuro meriggio di luglio,
Bufera che asterge l’afa distesa
Laddove con la sua rapìna
divora i broli del re dei fiumi;

È tenere fra le dita l’ennesima
Rizla sfilaccicando il Lucky strike,
Confezionare, dare fuoco,
Farsi danno senza affatto curarsene;

È giacere sul letto, gli occhi chiusi e
La mente offuscata, fallita ancora
Un’occasione, e affrontarla come
Se d’altri e non tuo fosse il problema;

È essere stanco di questo torpore
Dove ogni umano vizio mi blandisce,
E che dovere inteso per prova
Quasi ïo non abbia mi dipinge.

Ma ciò che più mi logora non brucia,
Lentamente mi sfibra il pensïero
Privo d’azione materiale,
Che invisibile a me si asserpa

E vivo di fugaci attimi di vita
Come la console che sotto la polvere
Dei cimeli invidia, più bella,
Il desco della prima colazione

Memore

A coloro che hanno contribuito a creare tutto questo, e a quelli come me che avrebbero voluto vederlo nascere, ma che oggi hanno il compito di mantenerlo in vita, con passione e dedizione

Invecchiate, imbruttite, stanche o annoiate,
Diplomate, laureate, dottorate o espatriate,
Costrette per lavoro e per famiglia,
O da doveri più forti rispetto a ieri:
Quante sigle oggi non ci sono più!
Non leggerò mai i primi versi
Dei pionieri, oggetto di scherno
Ed esposti al ludibrio fiorentino,
O quelli di chi solo ha fatto uno o due
Giri di giostra prima di me…
E quante ancora se ne andranno
Disviando da questa strada
Che unisce tante anime inquiete.
Sorelle ditemi, vi prego: che fu
Di tanto grande a portarvi via?
Io non lo saprò mai, ma ho vent’anni,
E non posso biasimarvi: se sono
Qui è anche colpa vostra, antiche sigle,
Mai dimenticate. Io vorrei parlarvi
So che avrei molto da imparare
Da chi si è dato da fare per una
Questione che non riguarda poi
Tante persone, quella della poesia
E della sua emancipazione,
Che non porta né soldi,
Né potere o altri cliché,
Baluardo di speranza in un mondo
Che alcuni oggi pensano sia piatto:

Serve aggiungere dell’altro?