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Esercizi di levitazione
se ti guardo negli occhi,
un po’ serio, o no.

Muovo le mani
alzi le braccia
altri esercizi
misuratamente erotici
o forse no.

Ho dei dubbi,
sul tuo sistema
di comunicazione non verbale.
Sai
sono un maestro io
capace di fraintendere
e di amare.

Firenze
stasera sei muta.

Torno a casa pensando alla giornata.
È notte,
come sempre.
Le prospettive,
poco illuminate e confuse
mi scorrono davanti
tant’è che sono tentanto
di prendere ogni strada,
anche quelle che portano,
da nessuna parte.

Ma è la quiete perduta del giorno
a dirmi con questo vento nel silenzio
che io, alla vita della luce solare
di cose vaghe e chiassose
io, io non appartengo
che mi trovo bene nel nulla
perché adesso,
ho un disperato bisogno
di fare i conti con me stesso.
Di fare il punto della situazione.

Chissà se mai
per ritrovarti
dovrò attaccare quegli annunci
che chiedono di animali scomparsi
ma che forse sono già morti.

Sembra esserci il male
tra il tuo sguardo e il mio.
Potessero incrociarsi ora. Dio!
Ma tu guardi giù.
Quasi stessi per andartene.

Le occhiaie ti cadono più a fondo
se inclini la testa.
Si spostano con te, sulle guance.

Guardi giù. Ancora.
Al lato.

Mi schivi. Scaltra.
Ma gioco di anticipo
in contropiede ti prevedo,
quando però ti arrendi,
e quegli occhi spenti di vetro opaco
li socchiudi.

Precludendoti la possibilità di uscirne vinta
da questo scontro a fuoco,
con l’indice li sfiori,
e ci fai una barricata.

Io nel frattempo che ti guardo,
mi accorgo riflesso sul vetro accanto
della mia pena.
E a fare finta di dormire,
ora mi ci metto anch’io.

Viali trafficati,
oppure suoni bianchi
da sintetizzatori elettrostimolati.
Una musica di merda
accompagna i nostri incontri
a tremare congelati.

Mi circondo di strane presenze
reflusso gastrico
della mia coscienza che brucia.
Queste cose che mi girano intorno
che vedo solo io
hanno un aspetto fatto di paura
di mostri e sogni infranti,
e quando gravitano su di me
ho il terrore che inizi a cadermi
tutto addosso.

La casa vuota
è una brutta ferita.
E spesso un tappeto
o un quadro di circostanza
ne aumentano l’eco.

Gli anni del liceo
dei mai lasciati correre
di futuri inverosimili
di eterni ritorni e di trasformisti.
Tra noi che correva buon sangue
forse dettato dal tempo,
forse dalla speranza di essere uniti
in un futuro lontano.
Tra voi amici, che di validi forse tre
che maledico la mia faccia di cazzo
di essere sparito quasi sempre
in quelli che presumibilmente sono
o sarebbero stati
i nostri anni migliori.

Mio cuore
con i capelli del colore del cielo,
potevo solamente lasciarti volare via.

Cammino sul tuo profumo
nelle strade.
Strana dolcezza si direbbe:
sentirti così vicina
e non averti più.