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Atarassia

Vivere di sogno
Eccole! linee rette delle ombre delle spiagge
embricarsi come tegole bagnate
a definire disegni immateriali sia pur
netti, abbozzate trame.
Dagherrotipo della gente, ombre bambine.
In alto è tutto azzurro: i corpi non riflettono sul cielo.

I vuoti dei petali
a delinearti, margheritina.
Anancastiche Menadi le dita stringerti; sia il
nulla spazio di espansione.

Dell’uomo i vuoti, tralasciati,
sono i limiti cristallini
affilati spigoli
delle possibilità.

Sii la Certezza che è Categoria
immutata, applicabile. Non
confondere l’arida stasi gialla del giardino,
tuorlo d’uovo sempre tondo
con l’idea di torpore, la percezione di cerchio.

Tralascia
l’immobilità di fondo dell’alba dalle seriche
dita, mutevolezza cromatica di tinte che si
sciolgono
intrecciandosi -liquefarsi
e coagulare.

Nell’albero spezzato sii lo squarcio, solidità
nei mattoni secchi, l’aspro nello spicchio di limone al sole.

Permea le possibilità di esistenza,
Multiforme,
e non ricordarti di cambiare.

Pour oublier l’exécrables sur si acres gout de l’océan.

Il bacio del buio già bagna il mondo,
ora madidi sguazziamo nella notte
d’onice e cinabro. Il petrolio
vischioso maschera, inghiotte,
discretamente oblia le stelle.

Non posso vederti.
La memoria guida le mani sulle strade del tuo viso, e ciò che è celato
è la tua rivoluzione.

Al brodo primordiale della distruzione,
evoluzione e assoluzione
il mare assiste imperturbabile
dimentico delle lancette
intrise di latenza
sospese
sulle vestigia strinate.

Chuang-tzu

Sopra, refoli d’aria intrecciarsi
respiri maturi e pietre di sale
risplendenti d’ocra, di sabbia grattante
-secchezza piena.
L’acqua del fondo densa e in stasi
preme scura, incurante
torbido burro ai coltelli di sole.

Ma il tuo posto è il crinale, il bilico,
la Beatitudine del vuoto,
il sospetto dello sguardo che non è sicuro di aver colto.
È lì, sul pelo dell’acqua, che si poggerà il sole e si disperderà in gemme.
Esistere è definire il limite
e saper abitarci.

Credo quia absurdum

Falotico innervarsi delle spire dei discorsi
formicolio dei lombi, e ogni brivido scintilla
conglomerato astrale di pupilla
Si nutrirà di assenze la mia bocca, e di pane bianco,
e di erbe amare. Un sospiro caldo
è un nido spartano per i pigolii

ma se solo riuscisse a intiepidire
le vocali del tuo nome
(accoccolandosi in quella “O” così tonda)
diserterebbero
-lo so-
in un attimo
i destini nivali.

Olomovimento

E se il sistema sostiene
la necessità antropologica fisiologica
di imbrigliare e categorizzare

Crepa crepa crepa
Oh, vorrei essere a Königsberg

Crolla tutto, e lo stesso crollare del tutto
costituisce fallacia.
E se il tuo colore preferito esiste solo per il
retinale, se il colore è salto quantico in un orbitale
E se abbiamo plasmato spazio e tempo
con il primo impasto di lievito madre
a nostra immagine e somiglianza
(ieratico, intoccabile relativismo)

Crepa crepa crepa

Frattali, costante di Fidia, il nostro stesso
modo di comunicare – come specchio
dubbioso, dubitante, incostante

Sarò sterile e relativista,
succede.

Il palombaro non vede bene

Marcite, squallidi frammenti d’anima, rami
silenziosi all’ondeggiare del vento
intorpiditi, paghi del pallido clima
d’ovatta, del tiepido intento.

Sul ghiaccio tagliente dell’essente, au
dessus de la mêlée. Ticchettano in
superficie i vostri sogni, sedotti dal vento
sussurrando parole dolci all’aria di cristallo.
E voi ballate, collane di perle, sapore salubre
di sole.

Io penetro nelle crepe, alga malata. Tra le
rocce del fondo mi adagio. Conoscere
l’ignorata
acqua scura, sì, ma osservare il mondo dal
basso, schermato, filtrato.

Non sospiri più da un millennio
e ti bei dell’apnea
disfatta, carthago

Su di un colle l’occaso
del tempo, il caso, occasione
Non sussurri da tempo.

Cara vecchia canuta
caduca
Cosa fu prima?
Il tempo, o il pensiero?

Non sospiri più da un millennio,
cara vecchia canuta caduca
Conosci per caso (all’occaso)
il primo confine del nulla?

Soffitta

Reprobi,
rilucente ragnatela di
ragguagli ci raccoglie

Bavosi fili,
corde tese di violino
linee bianche delle foglie

Nell’intricarsi solecistico delle muffe, delle
polveri stantie, dei legni rancidi di ombre
Dita mie,
srotolate i suoni del tempo
Donatemi le notti fresche,
e i respiri.