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Asterione

Non mi basta più il ricordo di te
che ancora insidioso s’annida beffardo
nel fondo più oscuro dei miei abissi reconditi.
Cerco ossessiva contatti infecondi,
pezzetti di te da tempo dispersi
– le foto la voce l’odore ed il passo,
la luce negli occhi che avevi al mattino.

Mi aggiro infruttuosa indolente inadatta
in quel labirinto che è la mia vita;
al centro mi perdo mi giro ti cerco
grido il tuo nome anelando un’uscita.

Basta che resti

Un giorno mi disse: “vieni quando vuoi, basta che resti”.

Così partii.
Lasciai vecchi stracci, libri e suppellettili.
Corsi per monti e nuotai per mari,
finché approdai su un pezzo di legno secolare,
sul quale immobile stava il bivalve striato.

Cercai di rubargli meno spazio possibile.
“Mi ha detto di andare”, mi giustificai,
la voce di chi non parla da tempo immemore,
il tono di chi non ha più nulla da perdere.
Non un cenno, non un segno
dall’eterno ed immoto bivalve striato.

Senz’acqua né cibo, tremante nel vento,
alzai lo sguardo verso il cielo plumbeo:
nel tramonto, il cielo si fuse col mare,
riempendomi gl’occhi di trame dorate.

Ripartii, ed infine giunsi alla cima.
Esanime, mi lasciai cadere tra la terra rossa,
il fischio del vento mi coprì i pensieri.
Ululava forse: “basta che resti”?

Socchiusi gli occhi e misi a fuoco uno specchio sbeccato
appoggiato su un sasso.
Riflesse il mio ultimo sguardo domato
ed il guscio ormai vuoto del bivalve striato.
Dentro, in pegno d’amore, v’incisi il suo nome,
diventato epitaffio.

Torino – Bologna
(fuoritempo)

Torino è così lontana,
ma centinaia di chilometri diventano irrilevanti
quando la distanza da colmare è quella tra
il mio cuore, che ancora vibra d’amore,
e il tuo, che scévro da ogni costrizione,
non so più quale ritmo segua.

Cercai d’accordarmi a te, e
per un breve periodo
forse andammo a tempo;
a posteriori realizzo che non sono mai stata intonata,
come dicevi quando cantavo Rino Gaetano in macchina,
direzione Follonica.

D’altro canto, dicevi sempre che bisogna imparare a bastarsi

Dei nostri picnic affrettati e delle corse all’Esselunga quando passi da Bologna
– dove dicono non si resti ma si torni –
rimangono soltanto foglie secche,
tra le pieghe del mio telo.

Fu la fine dell’inverno, poi l’inizio dell’autunno;
“non usare il passato remoto, così sembra che sia stata una vita fa”.
Non te ne accorgi?
Nacqui varie volte,
l’ultima quando incrociai il tuo sguardo
la seconda prima volta in cui t’ho vista – avevi un vestito
color pesca…

Guardo il corpo che giace immobile dietro di me.
Ciò che fui prima che fossimo.
Ora, nuovamente, sono – e solo!

[D’altro canto, dicevi sempre che
bisogna imparare a bastarsi.

“Ci sarebbe servito più tempo”,
mi hai scritto.
(non fu colpa della lentezza della cassiera, lo sai.)
Fosse stato per me, il tempo l’avrei creato dal nulla
– da cosa si crea? e come? –
almeno adesso avrei un Nobel per la fisica.

Ogni giorno vengo a studiare nella stessa biblioteca. Ci sono sempre gli stessi bibliotecari su due turni – mattina e pomeriggio.
Mi siedo allo stesso tavolo nella stessa saletta.
Ci sono le stesse due sedie e lo stesso divano rosso sdrucito.
Mentre ne scrivo mi giro a guardarlo perché mi rendo conto che, sebbene passiamo insieme otto ore al giorno, non mi sovviene di che materiale sia fatto.

Sembra pelle sintetica.

Ogni giorno esco a sgranchirmi le gambe.
Ci sono tre strade per arrivare al bidone dell’umido dove butto la buccia di banana o il torsolo di mela che mangio per merenda. Vengo qui sei giorni su sette, quindi ogni strada può essere percorsa due volte a settimana. Del bidone dell’umido non posseggo la chiave, ma il coperchio si solleva abbastanza da permettermi di buttare la buccia o il torsolo.

Non consumo altra frutta.

Torno nella saletta e mi siedo nella stessa posizione di qualche minuto prima, e del giorno prima ancora. Intorno a me sempre gli stessi libri – è la sezione dedicata ad arte, architettura, scultura, lavori e creazioni manuali, pittura, musica, mi fermo, sto leggendo dagli scaffali, nessuno prende in prestito questi libri.
Ogni giorno sono circondata dagli stessi identici oggetti del giorno prima, e dalle stesse identiche persone, ed eseguo le stesse identiche azioni nello stesso immutato spazio.
Mi siedo mi chiedo ti chiedi come occupo il mio tempo? Cosa faccio, se mangio, come sto, se dormo?

La risposta è tutta qui, in quei sette centimetri che mi permettono di buttare un torsolo.

MATTINO GLORIOSO

Eri luce e toni pastello,
aurora di una nuova vita,
a glorious morning”, ti dicevo.

Da quando non ci sei il sole tramonta prima,
le ombre si allungano e mi insidiano,
i colori stingono
e io sbiadisco.

oggi mi sono quasi strozzata mentre bevevo un bicchier d’acqua perché mi è venuta la nausea pensando che tu fossi l’unica persona al mondo oltre a me che sapesse come mi sono fatta la piccola cicatrice tonda che ho sul fianco sinistro

e non sei più nella mia vita e probabilmente non sei nemmeno cosciente di questa mia unicità che ti porti appresso,
questa insieme ad altre come quali siano le mie lenzuola preferite o la morte di mio padre,
ma mi piace pensare che di notte ogni tanto ti manchi come stavamo fronte-fronte naso-naso,
o ti ricordi quella volta in cui non facemmo l’amore ma ci guardammo negli occhi accarezzandoci il viso per ore;
io ti ritrovo in ogni mandorla che tagliavo in piccoli pezzi anche per te perché non lo sapevi fare

– persino se non sei più nella mia vita.

Di te non è rimasto nulla,
mi dici;
soltanto rovine di ciò che eri in un’altra vita,
della felicità che hai vissuto con altri amanti.

Non ho più niente da dare,
non riesco nemmeno a ricevere,
mi dici;
ché sono rimasti gli scarti, la tristezza,
le occhiaie scavate, la stanchezza,
la necessità di rinchiudersi in sé stessi
e non farsi mai più conoscere
per evitare di soffrire
e far soffrire.

Non usare alcune parole,
perché nel mio cuore
hanno già avuto altri padroni ed accezioni,
cuore che fu antico e sicuro approdo per molti
prima ancora che tu esistessi in me,
eppure,
mi dici;
rimani.

Combatto una battaglia contro i mulini a vento:
mi aggiro inerme tra le tue macerie,
incapace di rifuggire la catastrofe imminente
rimanendo immobile ad osservare il crollo
che definitivamente mi seppellirà;
eppure,
ti dico;
rimango.

Sono sola, seduta in una stanza di periferia.

In questo luogo c’è una ferrovia:
sento lo sferragliare dei treni dalla finestra.
Penso a quante probabilità ci sono che tu sia su uno di quei treni,
che tu stia sfiorando la mia vita.

Penso alle distanze tra noi ormai incolmabili che non riesco più a misurare.

Se soltanto io potessi alzarmi da questa sedia,
passare attraverso il vetro della finestra
il metallo dell’inferriata
balzare giù fino a terra
correre quei quarantatré metri
arrampicarmi sulla rete
incespicare sui ciottoli
scavalcare il binario
saltare al volo sul treno
entrare nel vagone
percorrere tutte le carrozze
guardare in tutti i sedili
in tutti i volti
in tutti gli occhi
fino a riconoscere i tuoi,
allora,
forse,
riuscirei a misurarle.

Il mio cuore è a pezzi,
inteso come:
è fisicamente diviso in diverse parti del pianeta,
con diversi fusi orari e migliaia di km di mezzo,
occhiaie,
canzoni che non vengono ascoltate e
ore di sonno che non vengono dormite,
silenzi imposti e
silenzi desiderati e
silenzi necessari.

Ci sono momenti in cui sento la mancanza di qualunque persona abbia anche soltanto tangenzialmente

sfiorato la mia vita,

e ciò mi sommerge,
mi impedisce di respirare.

Ho un cuore così grande
e così tanto amore da dare
che per tutta la vita l’ho sentito traboccare,
mi sono sempre sentita di troppo o, meglio, troppa:
emotivamente, fisicamente,

affettivamente.

Ma con te sono della misura giusta.