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tagliati le vene per me,
tagliale, riversa il sangue sul mio corpo,
sul sudario, sui melograni ed i fiori,
stendimi nella ferita della luce

ma la morte bianca dell’alba ride
sotto il crocifisso scarlatto
perché sono incapace di ricordare
le parole primordiali
l’afasia mi ha reso un involucro vuoto
di bile e solitudine

prima di andare
vorrei piangere su ogni pietra,
piangere sulle braccia, sulle mani,
sui capelli, sulle guance degli altri,
vorrei piangere sul mare e sopra di me

e attendo la morte
solo per vedere se avrà i tuoi occhi
(talismano di iridi nella notte)

un chien andalou

Tagliami l’occhio con una lametta
raccogline il sangue e sporca le tue mani
diafane
tu, simulacro del nord
il crocifisso appeso tra gli aranceti,
tra le foglie guarderò le tue dita d’alabastro
mentre l’occhio reciso piangerà
e con queste lacrime di latte disseterò la terra,
questo tuo corpo di frumento sarà il mio pane,
bevi il mio sangue offerto in sacrificio per te,
sangue sugli alberi,
diventerai il cristo morto tra le mie braccia
pietà, pietà di noi, del nostro dolore marmoreo
moriremo insieme
nell’aranceto tinto di sangue

i pomeriggi di maggio non torneranno più
e l’odore di caffè a lenire le mie deformazioni
lo stillerò dalle tue mani bianche
ma i pomeriggi di maggio non torneranno più,
mai più tornerà
quella dolce nenia consolatrice
scuoiata dalla ferocia di maggio,
maggio di sole, di gerani, di malvagità innecessaria, inutile
(come queste lacrime secche di sale)
io tremerò ancora nel ricordo di maggio
quando sarai sangue sparso sulla pelle di
ieri, di maggio –
succo di mandorle della mia bile,
il nettare della tua saliva,
i pomeriggi di maggio in cui urlerò:
vienimi a prendere,
ti prego,
vienimi a prendere

Teresa, 05/09/1918

E tornerei da te,
la resa è vicina,
attesa e carabina,
morte senza morfina

Per tornare da te
rinuncerei alla razione,
alla ragione, alla nazione,
tornare da te è perdere
questo braccio, questo arto,
sentire il fucile puntato al cranio

L’ammutinamento dell’io
e le corse disperate verso
una tomba nuova di zecca
mentre urlo il tuo nome
tra le note di granate –
come se il tuo corpo di frumento
giacesse tra le insenature della terra
a ricomporre lettere perdute –
deviazione mentale, ingenua protezione
– non sei tu, è solo un’altra carcassa marcia –

Da te tornerei, alla pace,
ai dolci sospiri di campagna,
voler soltanto camminare insieme
tra i filari
a raccogliere l’uva

 

E io dormivo insonne, mi resta il clavicembalo,
là nel noccioleto
i tuoi occhi d’acciaio (il paguro non guarda)
saranno i più duri a sopravvivere,
la fiumana terrosa al primo buio
discolora e muore
in queste ore di sciopero generale.

I poeti defunti dormono tranquilli
(ti riapparvero allora? scosse il capo)
e l’inferno è certo

C.U.O.R.E

Ode al mio cuore arrugginito,
devastato, scaduto, rotto,
latitante, illuso, deluso,
una lacrima per ogni volta
in cui l’ho calpestato ferocemente,
un fiore per ogni volta
in cui l’ho lasciato inaridire,
una carezza per ogni volta
in cui l’ho flagellato al muro.
Cuore, cinque preghiere ai vespri
affinché tu possa emigrare altrove
lasciandomi morire nel torpore della tua
assenza.
Mon coeur, mon coeur
primo e ultimo amore:
il nostro tempo é scaduto,
ora va’! Vola verso nuovi lidi,
va’ dove ti porta il cuore

25 aprile

La resistenza è sempre stata il mio forte
ma oggi ho seguito il flusso del tempo
e ho scoperto di avere un ragno tra le ciglia:
tesseva il suo arazzo nelle mie vene.
La giovinezza sgorga dai calici di birre
sfumando nell’ora d’oro che si deposita
su questo balcone (che a noi sembra il mondo)
(ma siamo ragni che s’arrampicano sui terrazzi)
(sui tralicci come se fossero alberi)
sono stanca, adesso, della mia inutile resistenza,
di questo giardino tropicale
e del vento che, beffardo, scuote le foglie
come a dire:
guarda com’è dolce la vita

(che vita di merda)

Accetterei ben volentieri
un macigno di dolore eterno
sulle palpebre funebri
ma qui sguazzo nell’indifferenza,
qui mi nutro alla fonte dell’apatia,
io, ramo smunto nella penombra della sera,
rimembro lo splendore della clorofilla
che un tempo mi percorreva,
mi sconquassava da capo a piedi.
Non resta nulla di quell’antica leggerezza,
il pallore dell’indolenza s’insinua
sotto le ossa,
proprio lì,
dove sembra impossibile scrostarlo via

marzo

Non so come afferrare
i nostri sguardi,
come renderli poesie,
come poter scrivere di un amore
non ancora sbocciato in primavera
ma già morto d’inverno
tu,
tu che hai la voce per parlarmi: svegliami!
Scuotimi dal nichilismo in cui riverso
da una breve eternità,
tu svegliami, svegliami, svegliami
da questo letargo onnipotente,
che io voglio respirare con i polmoni
e sento di poter far nascere dei fiori
se filtro l’ossigeno dai tuoi sospiri
ma svegliami, svegliami, svegliami
perché di dormire sono già stanca,
ora voglio morire di vita

(state of blindness)

Supponiamo una notte –
una qualsiasi notte –
c’incontriamo per strada,
mi chiami con il tuo nome,
balliamo fino alle quattro
e ci perdiamo tra le vie.
Supponiamo una notte –
una qualsiasi dannata notte –
io decido di non guardare avanti
e tu di guardarmi ma senza andare avanti,
senza dividerci come se fosse naturale,
come se non sentissi le viscere liquefarsi,
come se non fossi tu la ricompensa che merito,
la consolazione ad un’era di malefici errori